La moda americana e l'endorsement politico: storia di una cosa che in Italia non si fa

9 Febbraio Feb 2012 1100 09 febbraio 2012 9 Febbraio 2012 - 11:00

Ve lo immaginate Giorgio Armani che fa una giacca il cui ricavato va a sostenere la campagna elettorale di Bersani? E Gucci che fa una borsa per raccogliere fondi per il Pdl? No, opinioni politiche a parte (quelle sovraccitate sono match puramente casuali), in Italia non si fa. La moda sta alla larga dalla politica, almeno stando alle apparenze. In America, invece, la musica è ben diversa: l'endorsement delle celebrities è cosa ormai stranota - Scarlett Johansson che sostiene Obama, tanto per dirne una  - e, in vista delle elezioni del prossimo novembre, anche il mondo della moda si è mobilitato alla grande.

L'esempio più lampante è l'evento che martedi sera si è tenuto al Theory flagship store del Meatpacking District di Manhattan, quartiere meraviglioso a mio parere e largamente considerato il più cool del momento.  L'evento si chiamava "Runway to win", sfilata per vincere, e ha raccolto una serie di capi e/o accessori che alcuni stilisti hanno realizzato per sostenere la campagna di Obama. Dietro le quinte, ad organizzare il tutto, c'erano Scarlett Johansson (ancora lei, sì), Jim Messina, manager della campagna Obama for America, e nientepopodimeno che Anna Wintour, potentissima direttrice di Vogue Usa.

Tra gli stilisti che hanno aderito all'iniziativa - attirando ire a destra e a manca - ci sono grandi nomi della moda americana: Marc Jacobs, Diane von Furstenberg, Tory Burch, Vera Wang, Narciso Rodriguez, Prabal Gurung, Georgina Champman (Marchesa).

Perchè mostrare così apertamente  - e praticamente, creando dei pezzi ad hoc - il proprio supporto? Le ragioni sono tante: in America si usa, la politica non è vista come il sistema dei privilegiati che lavorano per se stessi ma come una rappresentanza dei cittadini (e menomale); negli Stati Uniti ci sono candidati alle presidenziali che nessuno si vergogna a supportare (ehehe), ma soprattutto Obama e signora  - anzi: solo lei - sono stati per la moda statunitense una pubblicità vivente, di alto livello e continua per quattro lunghi anni.

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La first lady americana sfoggia un abito Thakoon

 

Michelle Obama, quella che va a fare le flessioni in tv e sta cercando di allontanare gli adolescenti americani dall'obesità, dal giorno dell'insediamento ha sfoggiato mises quasi esclusivamente made in Usa (almeno sul piano del design) spingendo alcuni designer emergenti come Thakoon e Prabal Gurung già "pupilli" di Anna Wintour. Tutto torna, quindi: il ritorno d'immagine con Michelle Obama a DC è assicurato. Con un'altra first lady non si sa: la signora Bush vestita Prabal Gurung, sinceramente, non me la vedo.

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Michelle Obama indossa un abito Prabal Gurung

E in Italia? Che ritorno di immagine ( e quindi economico) potrebbero avere gli stilisti da un eventuale supporto dal mondo politico? Poco e niente.

La signora Monti potrà continuare a vestirsi nella sua boutique preferita (che non so quale sia) anche se, dico sinceramente, se si vestisse con le creazioni di Gabriele Colangelo starebbe sicuramente benissimo.