La Repubblica contro Black-Scholes: un case study di giornalismo

13 Febbraio Feb 2012 1435 13 febbraio 2012 13 Febbraio 2012 - 14:35

Come può un giornalista tutelarsi dallo scrivere castronerie su un tema tecnico di cui non conosce niente? La pagina intera dedicata oggi da Repubblica al ludibrio di Black e Scholes è un’occasione per discutere del giornalismo economico, o del giornalismo che si occupa di questioni tecniche in generale.


Che la pagina di Repubblica contro Black e Scholes non ne azzecchi una è troppo facile da argomentare. In primo luogo, il modello originario di Black e Scholes era destinato (e lo dice il titolo dell’articolo in cui il modello fu presentato) alla valutazione delle passività finanziarie, cioè azioni e obbligazioni emesse dalle aziende. Perché la formula è divenuta famosa per la valutazione delle opzioni finanziarie? La risposta è semplice: perché l’opzione finanziaria più rischiosa di tutte si chiama “azione ordinaria”. In secondo luogo, l’equazione di Black e Scholes non funziona più almeno dal crack di borsa dell’ottobre 1987, e, per parafrasare il titolo dell’articolo, è “un’equazione per fare soldi facili”, ma a favore degli altri: quelli che la finanza la conoscono.  In terzo luogo, l’equazione di Black e Scholes non c’entra nulla (ma proprio nulla), con la crisi del 2007, che è stata provocata da un forte aumento nel numero di default sui mutui.


Come mettere quindi a frutto questa pagina intera dedicata alla cacofonia della cultura finanziaria? Penso che sia una buona occasione per una riflessione dei rapporti tra il giornalismo e le questioni della tecnica. E spero che gli amici giornalisti mi diano una mano essendo altrettanto cattivi con me come io lo sono stato con questo giornalista di Repubblica.


La prima cosa che mi viene in mente è una domanda. Era proprio il caso di farlo, quest’articolo? La domanda non è peregrina, e la potrei rifrasare in maniera più altisonante. I giornalisti possono o devono attenersi alla regola di Wittgenstein: “di ciò di cui non si sa è giusto tacere”? Io penso di no. Penso che un operatore dell’informazione non possa fermarsi di fronte a “ciò di cui non sa”, perché altrimenti diventerebbe un tecnico della materia, e non della comunicazione e dell’informazione. Ma al capo opposto di Wittgenstein c’è un personaggio di Antonio Albanese, Alex Drastico, che scagliava la maledizione: “che tu sia muto, ma non per sempre, minchia, ma che quando ti torni la voce tu spari le cazzate più tremende!”. Mi chiedo dunque: c’è un giusto mezzo? C’è un modo per violare il rigore di Wittgenstein senza incorrere nella maledizione di Alex Drastico?


Da queste considerazioni l’idea del mio case study. Da questo momento in poi assumo di ignorare Black e Scholes e tutto quello che so di matematica e di finanza, e ipotizzo di dover scrivere un pezzo sul tema di Black e Scholes, prendendo a proposito, come fa il giornalista di Repubblica, il libro di Ian Stewart: “17 equazioni che hanno cambiato il mondo”.  Come posso proteggermi da scrivere castronerie? La prima cosa che mi viene in mente è cercare di capire chi sia questo Ian Stewart. Mi accerto, come ha fatto il giornalista, quale sia la sua posizione attuale: è emerito di matematica a Warwick, il che promette bene. Ma questo è solo l’inizio. Utilizzo un software gratuito su Internet, che si chiama “Publish and Perish”, oppure scholar.google.com per cercare di cosa si è occupato questo tizio: è un luminare sulla formula di Black e Scholes, o comunque sulle questioni di  finanza matematica? Il software mi dice che, se limito la ricerca a temi di economia e finanza, non ottengo quasi nulla: il numero di citazioni massime è meno di 60, cosa che può essere senz’altro il caso per un emerito italiano, ma non è possibile per un emerito inglese. E inoltre, siccome il nome è abbastanza comune, sarà proprio lui? Allora aggiungo le discipline matematiche e trovo un numero di citazioni massimo di quasi 3000 su temi strani: biforcazioni, singolarità…Saranno connesse alla formula di Black Scholes? Allora faccio un ulteriore tentativo. Vado su scholar.google.com e digito: Black Scholes AND “Ian Stewart”. Non trovo praticamente niente. Qualcosa che lega Ian Stewart al caos o a delle cose chiamate frattali. E allora forse questo Ian Stewart non capisce niente della finanza e della formula di Black e Scholes? Che sia il caso di sentire un docente di finanza matematica?


Riprendo ora il controllo della mia posizione di tecnico per aggiungere una considerazione per la valutazione dei contenuti della ricerca che ho maturato nel corso degli anni. Sia i libri che gli articoli possono contenere buona ricerca, sia sotto il profilo tecnico che divulgativo, ma vanno presi con spirito diverso. I libri vengono pubblicati se hanno pubblico, e per questo possono contenere tesi innovative, ma questo non è il loro fine principale. Da questo segue che i contenuti tecnici dei libri devono essere presi con le pinze e attentamente vagliati. Se il nostro Ian Stewart vende abbastanza, ci saranno fior di editori disposti a pubblicare stupidaggini anche più estreme di quelle riportate nell’articolo (anche se mi è difficile concepirne). Dall’altro lato ci sono gli articoli su rivista, il cui fine principale è contenere tesi innovative, e che non si curano del pubblico. Qui i contenuti tecnici sono più affidabili (anche se non completamente), ma il vaglio scientifico è tale che soluzioni radicalmente innovative fanno fatica a filtrare. Un esempio? La formula di Black e Scholes, che ha dovuto passare sotto molte forche caudine prima di arrivare alla pubblicazione su rivista scientifica.


Per questi motivi l’operazione dell’articolo di Repubblica è ancora più empia. Con un libro dal cui titolo traspare la superficialità (“17 equazioni che hanno cambiato il mondo” ricorda “il giro del mondo in 80 giorni”, che NON è scientifico) viene gettato discredito su una delle menti più brillanti del 900, Fisher Black. E Fisher Black non può neppure consolarsi con il premio Nobel, perché, contrariamente a quanto raccontato nell’articolo, quando il premio Nobel venne assegnato era già morto.