Tangentopoli: vent’anni e non li dimostra

18 Febbraio Feb 2012 1444 18 febbraio 2012 18 Febbraio 2012 - 14:44

Avrà pur avuto ragione Clemanceau nell’affermare che non c’è democrazia senza un minimo di corruzione. Appunto: un minimo.
Se si scorrono, invece, le asciutte pagine della relazione tenuta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario dal Presidente della Corte dei Conti, emerge come la democrazia italiana continui a caratterizzarsi per la diffusione dell’illegalità, del malaffare e delle corruzione, le cui dimensioni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono alla luce.
Ed è appena trascorso il ventennale dell’inizio della Tangentopoli italiana, con i ricordi, le celebrazioni, le interviste e le commemorazioni di rito.
Vent’anni non sono pochi, e sono spesso un periodo adeguato per compiere un giudizio, quello storico, che l’immediatezza delle vicende tende spesso a confondere con la cronaca, o, peggio ancora, coi diversi presupposti del giudizio politico e giudiziario.
E nell’abbozzare un giudizio storico, che lasciamo a chi di mestiere ne è deputato, non si potrà certo dimenticare l’ammonimento secondo cui «la corruzione nella vita pubblica è l’erbaccia più difficile ad estirpare una volta che abbiamo preso la radice. Rassomiglia all’erba pazienza e alla gramigna, che si propagano sulla superficie per mezzo di semi e sotto terra per mezzo delle radici, e contro le quali l’agricoltore conduce una guerra perpetua» (così F.S. Oliver, The Endless Adventure, MacMillan, 1930-1935, citato nella versione italiana curata da M. Praz, Elogio dell'uomo politico, Ricciardi, 1950 ).

Ciò che val la pena di ricordare, visto che siamo in vena di celebrazioni, è che oggi sarebbe assai opportuno evitare la troppo facile identificazione tra le sorti di Craxi e del craxismo e le ragioni della corruzione in Italia. Ragioni che precedono e succedono alla stessa sorte politica e personale di Craxi.

A quest’ultimo molto altro potrebbe e dovrebbe esser addebitato: in primis, l’aver voluto identificare i propri destini con quelli del socialismo italiano invece di far proprio l’insegnamento di Fénelon, secondo cui il modo più sicuro di vincere è di saper perdere al momento giusto. Così facendo salve le sorti del riformismo invece di costringerci tutti a fare i conti coi famigerati “pentiti del socialismo”.

Piuttosto, non si dovrebbe dimenticare come la malapianta della corruzione trovi terreno fertile in un sistema, come quello italiano, in cui l’economia invece di essere ragionevolmente regolata è ancora eccessivamente amministrativizzata, dipendente troppo spesso più che dalla sorte degli affari, dagli uzzoli degli assessori, dei dirigenti amministrativi, dalle autorizzazioni concesse o negate più per aderenze che non per criteri di buona ed imparziale amministrazione.

Alla rivoluzione giudiziaria è seguita la restaurazione politica, che ha salvaguardato le connessioni e le interessenze tra affari e politica.

Ma l’errore fu anche dell’opinione pubblica e, perché no, della stampa che cavalcarono le cronache giudiziarie attribuendo loro un significato ed una misura impropria. Non capimmo, infatti, che non spettava alla Magistratura esprimere giudizi politici o storici.

I Magistrati lavorano per il rispetto della legge, punto. Se ci sono violazioni della legge intervengono, indagando e sanzionando. E le sentenze non si commentano: si appellano se si ritengono ingiuste.

Non è vero che la Magistratura si sostituì alla politica.

Fu un’opinione pubblica distratta, condizionata anche da frange politicamente interessate, a voler attribuire agli inquirenti le responsabilità proprie del giudizio politico.
Cademmo nell’errore di attendere gli esiti di un processo – spesso di semplici indagini – valutandoli come delle sorte di ordalie, anziché assumerci le responsabilità di un giudizio politico informato e motivato.
Perché il giudizio di un opinione pubblica degna di rispetto, così come quello dello storico e del politico, non può limitarsi alla ratifica di ciò che le corti valutano ed accertano.
Questa dipendenza del giudizio politico da quello giudiziario è una manifestazione involuta che in Italia si è strumentalmente chiamata giustizialismo, paradigma imperante tanto in certa destra che in certa sinistra, ovvero nella destra e nella sinistra non liberali.
Vent’anni sarebbero trascorsi non invano se avessimo appreso almeno questa lezione.
Ma ne dubitiamo, perché è più facile riconoscere i propri torti che le proprie storture.