A Palermo hanno perso anche Vendola e Di Pietro, non solo Bersani

5 Marzo Mar 2012 0814 05 marzo 2012 5 Marzo 2012 - 08:14

 Non buttate la croce addosso a Bersani per il risultato delle primarie siciliane. Ci sono anche altri sconfitti, fra cui Vendola e Di Pietro. E non è detto che sia finita qui, vista la contestazione di brogli e il riconteggio di voti. La vittoria di Ferrandelli è al tempo stesso un episodio che conferma il successo dei candidati outsider ma anche la prova che nel braccio di ferro nella sinistra siciliana ha vinto la corrente più tradizionale e sicilianista che fa capo a Beppe Lumia e che appoggia Lombardo. Queste due annotazioni mi servono per dire che bisogna affrontare la questione delle primarie senza dare ad esse il valore del giudizio di Dio. Siamo semplicemente di fronte a una prova elettorale sui generis in cui vince generalmente il candidato più nuovo che è anche quello che ha in dotazione il patrimonio di voti più radicato e antico.

Era già successo in Puglia nel primo scontro fra Vendola e Boccia. Quest’ultimo sembrava il volto nuovo e Nichi quello antico, ma l’attuale governatore seppe interpretare la volontà di cambiamento dell’elettorato e si fece forza del voto organizzato di alcune associazioni e di gran parte della Cgil. Spesso ha prevalso l’idea che le primarie siano invece un voto, diciamo così, “sciolto”, in cui l’elettore va per conto suo libero come l’aria. Invece le primarie sono un sondaggio di opinione in cui pesano le grandi forze che agiscono pesantemente nella vita politica. Si chiamino don Gallo a Genova o Beppe Lumia a Palermo. I partiti dovrebbero imparare da questi risultati a stare fuori dalla contesa per non essere sopraffatti dal risultato negativo. L’altra considerazione da fare è che la sconfitta di Borsellino toglie il vento in poppa anche a tutta la sinistra radicale e ai guru dello spettacolo e dell’informazione. L’elettore ormai non riconosce cattedre ambulanti e va per conto suo infischiandosene se un candidato sia stato battezzato come salvifico da personaggi noti. Come si può vedere le più recenti primarie hanno premiato tutti e nessuno. Vendola ha vinto a Genova ma ha perso a Palermo. Bersani ha vinto a Lecce e perso a Genova.

Cialente ha vinto a L’Aquila perché i suoi concittadini ne hanno apprezzato la combattività e non hanno avuto voglia di cambiare. Il vento non soffia, quindi, più solo da un parte ma scuote le vele da ogni lato. Non c’è un solo partito o leader che possa dire di essere sulla cresta dell’onda. Nel caso di Bersani è chiaro che il segretario paga il prezzo di dirigere un partito ultra-diviso. Genova e Palermo dicono quanto l’amalgama sia malriuscito ma non fra le componenti partitiche originarie ma fra i vari capicorrente che si combattono con più vigore di quanto facciano con l’avversario esterno. Tutti questi fattori fanno pensare a un vicino terremoto politico che rischia di scuotere dalle fondamenta gli attuali inaffidabili partiti. L’idea che da questo amalgama malriuscito possa scaturire un governo per il paese appare abbastanza angosciosa. Tutto congiura per immaginare un Monti che duri fino al 2018 a meno che la politica classica abbia uno scatto di vitalità e di rinnovamento o che non impazzisca definitivamente trascinando il paese in una successione di scontri fra bande.