La Sapienza, il Rettore e un suo eroi(comico) difensore

27 Marzo Mar 2012 0503 27 marzo 2012 27 Marzo 2012 - 05:03
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Non ci volevo credere, ma è tutto vero. Qui sotto si può leggere la lettera inviata via mail da un docente della Sapienza a difesa del Rettore. Ne dava notizia la cronaca romana (si noti) di Repubblica, in un breve trafiletto del 22 marzo (sul perché tale giornale sia assai meno esposto in una necessaria battaglia di trasparenza di quanto non faccia il Corriere della sera si potrebbero fare considerazioni non scontate). L’autore del breve articolo definisce il linguaggio della mail «non proprio accademico». Per sincerarsene, ecco il testo:

                                                  Un attacco a tutti noi

“Chi è sporco sporca tutto quello che tocca”. Chi lo ha detto? Lo dice la saggezza del popolo; lo dicono quelli abituati a sorridere e ad ironizzare sulle cose e sugli avvenimenti fin troppo ovvii e fin troppo prevedibili. Infatti, quando si parla di ristrutturare il Policlinico (quindi quando si parla di soldi…quelli veri….quelli “grossi”) escono fuori improvvisamente, ma puntualmente, i “moralisti”, quelli cioè che si mettono ad indagare non solo sui personaggi di primo piano ma sulle loro famiglie e, se non basta, anche sui loro antenati cominciando a sputare sentenze con il solo scopo di screditare, sporcare ed eliminare per poter raggiungere e agguantare il “malloppo”.
Qualche sprovveduto, poi, cade in questa trappola e si mette al fianco di squallidi personaggi, sporchi dalla testa ai piedi, servi dei poteri forti, di quei poteri che fondano il loro operato sul parassitismo; su quei poteri che hanno ridotto la povera Italia in “braghe di tela” o, per chi lo preferisce, in mutande.
L’attacco al Rettore della Sapienza è senza precedenti e sferrato per motivi futili, e giunge proprio nel momento in cui si riparla di finanziare grosse cifre per ristrutturare il nostro ospedale. E’ dunque un attacco vigliacco, preparato ad hoc nel momento ritenuto più opportuno e più caldo.
Se cade il Rettore, questo Rettore, cade la Facoltà di Medicina: il Policlinico diventerà un ospedale di zona e resterà a mala pena in piedi solo perché ha la fortuna di essere collocato tra le due più grandi stazioni ferroviarie della capitale; tutto sarà ospedalizzato, vecchio ma sempre attuale progetto di molti politici, a cominciare dagli specializzandi che saranno affidati agli ospedali romani, a quei nosocomi in cui si diventa Primari (fatemi passare ancora questo significativo termine) per decreto politico del politico Direttore Generale che è servo del politico.
Se gli “infami”, prima di lanciare scriteriatamente fango su tutto e su tutti, avessero controllato gli atti dei concorsi, di “quei concorsi” che per loro sono oggetto di scandalo, avrebbero certamente ridimensionato il loro livore e le loro accuse. Ma tutto ciò a loro non importava: si doveva ad ogni costo attaccare la figura del Rettore per farlo fuori.
Il Rettore, come istituzione, deve tenere duro e resistere sapendo che il corpo accademico gli è vicino, così come il corpo accademico è vicino ai due colleghi del DEA, vittime innocenti di un attentato che come tutti gli attentati non guarda in faccia nessuno se non il losco traguardo da raggiungere.

                                           Gianfranco Clemenzia

 

Ognuno è responsabile delle parole che adopera, e il lettore potrà fare le sue considerazioni. Ma qualche breve commento può essere utile, premesso il fatto che la lettera fa trasparire una lotta lacerante all’interno della Facoltà di Medicina, colla quale chi scrive non ha fortunatamente alcunché a che fare (fortunatamente, perché ciò mi consente di parlare senza condizionamenti di sorta). Le ultime interviste al rettore e al figlio hanno certo mostrato in entrambi un crescente nervosismo, segno che qualcosa nel sistema protettivo costruito nel tempo comincia a sgretolarsi.

1) Non è detto che quella del popolo sia sempre la saggezza massima, né soprattutto che sia originale. Il firmatario della lettera saprà senz’altro che la frase con cui esordisce non è che l’adattamento della seconda parte di una famosa sentenza di san Paolo (Ad Titum, I 15): «Omnia munda mundis; coinquinatis autem […] nihil mundum, sed inquinatae sunt eorum et mens et conscientia» (non farò all’esimio collega il torto di dovergli tradurre il latino della Vulgata, di secco nitore). Dunque, ognuno faccia i conti che gli competono.
2) Quanto ai «servi dei poteri forti» non c’è che dire, il firmatario della missiva attua una mirabile forma di attribuzione ad altri di quella che Etienne de la Boétie, sulla scia di Tacito, chiamava la libido serviendi, da lui esercitata in modo cospicuo. Nulla di nuovo; nella letteratura psicoanalitica, si tratta di caso da manuale.
3) La qualifica di “infame” merita una chiosa a parte; il Grande Dizionario della Lingua italiana della UTET fornisce la seguente definizione dell’aggettivo: «che è o si è reso indegno […] della pubblica stima; che è oggetto di vergogna, di pubblica riprovazione; che gode di pessima fama, di cattiva reputazione, famigerato, ecc.». Veda l’insigne collega se il diritto di critica vada incluso in simili spiegazioni, o se egli non debba ripensare all’uso congruo delle parole. A meno che, s’intende, il termine, infatti virgolettato (e con bersagli non indicati per nome), non si intenda nel senso mafioso. Ma per poter essere bollati da quell’attributo bisogna aver fatto parte di un sistema, da cui poi si desidera uscire. A differenza dell’estensore della mail, non ragiono in termini di affiliazione, che lascio a lui, e mi sono sempre espresso in pubblico contro la gestione Frati. Dunque?

Non so cosa il docente in questione insegni. Stesse in me, come il caso di un così malaccorto gestore della parola insegna (a parte lo stravolgimento di verità, per cui il danno all’istituzione viene recato non da chi tiene comportamenti incompatibili con l’alta carica, ma da chi denuncia il fatto), ogni docente, di qualsiasi ordine e grado, dovrebbe superare un esame preliminare, teso a verificarne il pieno possesso degli strumenti espressivi.