Le lacrime di coccodrillo sui blogger di moda

2 Aprile Apr 2012 1427 02 aprile 2012 2 Aprile 2012 - 14:27

Il casus belli di questo post è un articolo che è uscito oggi su Affari e Finanza di Repubblica. Ne "I nodi dei blogger vengono al pettine" - eccolo: http://www.repubblica.it/supplementi/af/2012/04/02/modaedesign/043backy.html il collega Simone Marchetti racconta di come una delle più importanti blogger italiane di moda sia una simpatica testimonial prezzolata dalle case di moda. La persona in questione non viene mai nominata nel pezzo, ma da molti viene identificata come Chiara Ferragni, titolare de The Blonde Salad. L'articolo di Repubblica si è rivelato una miccia ben piazzata: il popolo della moda si è scatenato on e offline con giudizi che spaziano dal "La Ferragni deve andare a lavorare "  - per quanto ne so quello è il suo lavoro e, sempre per quanto possa supporre, è ben più redditizio del mio - a "io quella la brucerei viva".

Che cosa importa a voi, che del mondo della moda non fate parte?

Mediamente, niente. Si può sopravvivere non sapendo abbinare una faccia al nome Ferragni, e anche senza troppa difficoltà.

Però da questo caso traggo una riflessione personale che vorrei condividere con voi: perchè una delle maggiori blogger italiane di moda deve essere una testimonial prezzolata dalle case di moda? Perchè l'informazione (o pseudo tale) di moda deve sempre sconfinare nella pubblicità?

Di blogger ce ne sono tanti al mondo: ci sono i ragazzi di Blogosfere che fanno blogging da quando io ero all'università, sono specialisti del SEO (mentre molti giornalisti web non sanno proprio cosa sia, ahiahiahi) e postano in tempo reale pezzi su gli argomenti più vari che spaziano dallo sport alla politica..alla moda, con il blog (quello sì, è un blog) Blogosfere Style&Fashion, che è quasi arrivato a 1 milione di visite. Poi ci sono i blog che sono nati a mo' di critica costruttiva (penso a Metilparaben, ma anche allo stesso Wittgenstein di Luca Sofri) e quelli che hanno fatto scoppiare scandali di un certo livello (ricordate Filippo Sensi alias nomfup che ha fatto dimettere il ministro della difesa UK, Liam Fox?). Ci sono i blog come il mio che trovate legati a testate come Linkiesta.

E poi ci sono i blogger di moda: loro in genere non danno notizie, non scovano retroscena (fatta eccezione per Backstage di Paola Bottelli) e non fanno critiche costruttive. Loro dettano tendenze, si fotografano/fanno fotografare/fotografano altri vestiti in un certo modo.

Il primo blog a sfondare nel mondo della moda è stato quello di Scott Schuman, The Sartorialist: Schuman, ex insider del mondo della moda, newyorkese (almeno d'adozione), cominciò a fotografare le persone per strada mostrando al mondo - e all'industria del settore - quanto lo street style poteva essere diverso dalle vetrine dei negozi. Una cosa divertente, anche utile se vogliamo. .Peccato che poi, a viziare il tutto, sia arrivato quel fortissimo e, ahimè, poco contrastabile meccanismo che lega a doppio filo il mondo della moda alla pubblicità

I blogger - giovani, simpatici e superfashion blogger - sono stati subito individuati ( e si sono chiaramente prestati a farlo, chiariamoci) come un economicissimo strumento di diffusione web dei prodotti moda.

La logica, detto in poche parole, è un po' questa: per costringere una testata a pubblicare il mio prodotto x oggi come oggi devo essere un investitore e una pagina pubblicitaria su una rivista di moda costa una cifra considerevole. Ma se invece di comprare una pagina di pubblicità sulla rivista tal de' tali, mando 5 prodotti in regalo ad altrettanti blogger di punta, non è più economico e più veloce?

Così sono nati i fenomeni come Chiara Ferragni che, diamo a Cesare quel che è di Cesare, magari non sarà amata dai suoi ( e miei) colleghi, ma è tutt'altro che scema: in quanto testimonial, sa farsi pagare. Anche cifre a 4 zeri.

Adesso è il momento dell'indignazione, dunque. Ma a creare Frankenstein, ci insegna la letteratura, ci si smena sempre prima o poi.