Generazione componibile, o della pervasività Ikea

9 Aprile Apr 2012 2153 09 aprile 2012 9 Aprile 2012 - 21:53

Ikea non pervade solamente la dimensione estetico-domestica di molti, ma anche la sfera sociale politica economica e culturale di questo Paese. È la rappresentazione plastica della precarietà e della precarizzazione, il suo correlativo, oggettivato in legno truciolato.

 

É sabato, chiamo un amico per proporgli un drink e chiacchere, lui affranto mi dice che no, c'è una cosa brutta che deve essere fatta quel pomeriggio. Allarmato chiedo cosa sia. La cosa brutta è essere stato precettato dalla compagna per un blitz all'Ikea. Niente di grave allora. Sono sollevato. Ma non per questo meno empatico. Lui sbuffa e sospira. Afflati pieni di sotto intesi, perché un sabato pomeriggio all'Ikea - trascinati da compagne o in solitaria - lo ha esperito ognuno di noi. E quindi sappiamo. Saluti di commiato, verbali pacche sulle spalle all'amico, telefonata interrotta.

Ma continuo a pensarci.

No, non penso che il gene della decorazione casalinga segni in maniera inequivocabile le differenze di genere. O forse sì, ma è solo un pensiero passeggero, vago e futile che non merita di essere raccolto (e un post di Giulia Blasi me lo conferma).

Ciò che mi fa riflettere, invece, è la pervasività di Ikea nella nostra vita. 

Ikea è pervasiva non solo perché potenziale generatrice di micro-conflitti riguardo a come trascorrere il sabato pomeriggio. E neanche perché parallelepipedi gialloblù si moltiplicano nei pressi dei raccordi delle tangenziali. E nemmeno perché di fronte ad un divano Karlstad o una libreria Billy in appartamenti, uffici, sale d'aspetto, la sensazione di déjà vu è così frequente da non essere nemmeno più registrata dal cervello.

Ikea non è pervasiva per questo. O almeno non solo.

Ikea non pervade solamente la dimensione estetico-domestica di molti, ma anche la sfera sociale politica economica e culturale di questo Paese. 

Era un po' che mi balenava in testa questa idea, incoraggiata dai numerosi articoli apparsi sui giornali che negli ultimi mesi hanno chiamato in causa, direttamente o meno, il marchio svedese.

Poi, il 28 marzo, apro il Corsera e a pag. 56 leggo “Se per raccontare l'Italia abbiamo bisogno di Ikea” editoriale di Dario Di Vico. L'articolo mi conferma che la mia idea non fosse poi così strampalata. É una lunga riflessione sulla nostra società partendo dall’analisi del colosso svedese, ipotizzando che Ikea sia il nostro specchio.

L'articolo è molto interessante, l'argomentazione puntuale e la pervasività di Ikea è evocata efficacemente. Io dissento però dall'idea di fondo. Ikea non è il nostro specchio, ma semmai lo specchio di Alice nel paese delle meraviglie, che riflette ogni cosa al contrario. É la rappresentazione di molte cose che non siamo e che non riusciamo ad essere, nel bene e nel male. 

Nella migliore delle ipotesi, Ikea è anche l'avanguardia di una forza colonizzatrice, che sprona nei colonizzati la formazione di moti carbonari per l'insurrezione. Non contro l'invasore gialloblù però, ma contro alcuni mali italici.

Di sicuro, ci toglie alcuni complessi. Tipo il credere che i mobili si possano fare solo in Brianza o che le polpette commestibili siano sono quelle di zia Celeste. 

Poi ci fa vedere quanto sia ancora intrisa di omofobia la nostra idea di democrazia. "Contrasta a gamba tesa contro la nostra Costituzione", tuonò con l'impeto dell'ortodossia e metafora pallonara, il sottosegretario alla Famiglia del memorabile governo Berlusconi, Carlo Giovanardi, al cospetto di un cartellone pubblicitario raffigurante due uomini, mano nella mano che passeggiano per il grande magazzino.

E anche ci mostra, sempre Ikea, di quanta etica di stampo scandinavo avremmo bisogno, se è vera la notizia secondo la quale vertici Ikea avrebbero inviato una lettera a esponenti politici abruzzesi, invitando a non fare segnalazioni e pressioni per eventuali assunzioni.

Intanto però l'Italia è campionessa di burocrazia. Il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, nell'esprimere la necessità di sveltire le pratiche burocratiche, ha citato tra gli esempi negativi il caso dell’Ikea (sempre lei) che ha dovuto attendere 6 anni (sei), per il permesso di costruire un punto vendita in provincia di Pisa. In Cina bastano otto mesi.

Anche in tema di organizzazione e management, Ikea ha molto da insegnarci. Nei libri di testo delle Business School, l'integrazione di design, produzione di arredo, logistica, immobiliare, finanza, pubblicità così come attuata da Ikea è un esempio di “costellazione del valore”. Un modello di distretto per le piccole imprese brianzole e del nordest e una chiara indicazione del perché il mobile non lo si esporti noi in tutto il mondo.

Parte integrante di questa costellazione del valore è anche il cliente. Il quale, 1. viene all'Ikea, 2. procede negli acquisti seguendo il tortuoso percorso obbligato da capo a fondo, 3. approda al bistrot, dove fa tappa per rifocillarsi con polpetta Köttbullar in salsa Gräddsås. A questo punto il cliente avrà acquisito le energie necessarie a: 4. la sistemazione in auto di tutta la merce che ha acquistato; 5. una volta a casa, montare la propria versione di Bauhaus in truciolato. 

Questa sì che si chiama interattività!

Sì, perché l'interattività (e l'innovazione) mica è solo cosa da digitale e da app di start-up, Ikea ne è un chiaro esempio. Anche nello di stile di management, che in Ikea enfatizza la produttività sulla burocrazia e le gerarchie. Tutti i manager sono vestiti in gialloblù, come il personale addetto alla vendita, e non possono trincerarsi dientro grisaglie o pareti d'ufficio (dappertutto è open space), ma conquistare l'autorevolezza sul campo. 

L'importanza della responsabilità sociale anche è enfatizzata. Ikea ha recentemente sponsorizzato la prima indagine realizzata in Italia sull'inclusione di gay, lesbiche, bisex e transessuali nel mondo del lavoro. Quante aziende italiane possono dire di fare altrettanto?

Ma Ikea è anche di più. È soprattutto la rappresentazione plastica della precarietà e della precarizzazione, il suo correlativo, oggettivato in legno truciolato.

Ed anche in quest'area Ikea è lo specchio contrario delle nostre difficoltà.

All'incertezza di una crisi economica, sociale e sopratutto culturale, difficilmente narrabile, frastagliata e insintetizzabile per mancanza di riferimenti nominali, Ikea contrappone la generazione perpetua di un'onomastica barbara e univoca: Ektorp, Kivic, Tullsta, Birkeland, Aspelund. 

Alla nostra generazione “componibile” di trentenniquarantenni, orfani di grandi e piccole narrazioni, sballottati nella liquidità della discontinuità dei cambi di lavoro, matrimoni, separazioni, traslochi, trasferimenti - a volte desiderati, spesso mal sopportati - con tragitti zigzaganti e obiettivi ondivaghi, Ikea risponde con la gioiosità di un catalogo in aggiornamento continuo, oggetti transitori e obliterabili, e la tortuosa prevedibilità dell'inalienabile percorso del punto vendita.

Al bisogno di sicurezza che non trova soddisfazione, Ikea offre la consolazione di oggetti rassicuranti condivisi diffusi replicabili riconoscibili.

E ancora, alla nostra tensione fra individualità in conflitto con l'omologazione e il bisogno di appartenenza, Ikea risponde con svariate soluzioni di customizzazione massificata - e anche lo slogan sulla cartolina che Ikea consegna a ogni nuovo assunto, "Per essere uno di noi devi essere te stesso" si va a posizionare obliquo proprio fra i bisogni apparentemente contrapposti di individualità/appartenenza. 

Per queste molte ragioni, la pervasività di Ikea non poteva sfuggire all'attenzione dei narratori e del teatro.

A un anno circa dall'uscita di People from Ikea, una raccolta di racconti scritti da Andrea Pugliese, dal 21 marzo al 7 aprile sul palco del Teatro della Tosse di Genova, è andato in scena, in prima nazionale, Generazioni componibili. Uno spettacolo di Emanuele Conte, Alessandro Bergallo e Andrea Pugliese, tratto dal libro di quest’ultimo, appena citato.

Lo spettacolo ha il tono del sorriso amaro. Un attore – Alessandro Bergallo, un vero mattatore - si presenta da solo in scena e si “monta” il suo palco-casa, lo fa senza istruzioni e senza certezze, così come i personaggi che incontra lungo i corridoi del punto vendita Ikea. Racconta e riflette sull’oggi attraverso episodi divertenti, curiosi, amari, veri, verosimili e surreali. Tutti sul filo della contrapposizione tra bisogno di certezza e apparente libertà della precarietà, ordine e caos, massa e solitudine. 

Uno spettacolo leggero ma importante, che parte da una città, Genova, ancora in cerca di una sua ri-composizione e che conferma una ritrovata attenzione del teatro per i temi dell'economia e del sociale, nella rivendicazione del ruolo della cultura in questo contesto di crisi economica e sociale. 

E che mostra, se ce ne fosse ancora bisogno, come Ikea sia molto di più di lampade, divani, polpette svedesi, uscite in tangenziale e cerchi alla testa del sabato pomeriggio. Ikea è ovunque e dappertutto, Ikea è ubiqua e pervasiva.