Dottorati di ricerca: formazione, lavoro, ammortizzatore sociale?

11 Aprile Apr 2012 0209 11 aprile 2012 11 Aprile 2012 - 02:09

Ripropongo un mio intervento apparso sul blog collettivo Precariementi ormai alcuni mesi fa, il 15 novembre 2011. Si era nei giorni del passaggio di consegne da Berlusconi a Monti, e c'era la speranza che con il sicuro miglioramento del profilo del personale politico anche le scelte di fondo cambiassero in positivo. Purtroppo, proprio nel ministero che probabilmente ha visto il più deciso incremento della statura intellettuale del titolare, quello dell'Istruzione, si è anche registrata la più inspiegabile inerzia. Così, in quel settore, sono rimasti irrisolti tutti i problemi sul tappeto, e anzi altri se ne sono creati. E sembra ancora più lontana da una soluzione la condizione di incertezza ormai insostenibile della nostra formazione dottorale. Nel 2010 Andrea Graziosi faceva opportunamente notare che il numero di iscritti a corsi di specializzazione e dottorali era allora il triplo del numero di studenti universitari iscritti nel 1914, con la differenza che chi nel 1914 finiva l'università si sarebbe trovato di fronte prospettive di carriera e un ruolo sociale piuttosto ben definiti. Ora, insomma, produciamo percorsi di formazione e competenze senza avere idea di che cosa significhi averli o non averli. Fare chiarezza sul tema è una necessità non più rimandabile, e col mio testo cercavo di proporre alcune riflessioni che, sulla scorta di opinioni straniere qualificate, mettessero in discussione l'idea sempre più diffusa per cui l'unica soluzione per i dottorati di ricerca è trasformarli sic et simpliciter in contratti di lavoro, a costo di diminuire il numero dei posti. Una simile soluzione può essere utile, nel breve periodo, soprattutto ai fortunati che riusciranno ad accaparrarsi i pochi posti messi in palio, ma a lungo termine si scontrerebbe, soprattutto nelle discipline in cui la situazione è più difficile, con l'impossibilità di trovare posto stabile nel mondo della ricerca "pura", accompagnata da una tipologia di attività che ha legato mani e piedi nell'ambiente universitario ai poveri malcapitati, impedendo una evoluzione di carriera più versatile.

Ecco invece che cosa pensavo, e penso tuttora. 

 

Qualche giorno fa su Perspectives on History, il magazine di discussione professionale dell’American Historical Association, il presidente Anthony Grafton ha pubblicato, firmandolo insieme al direttore esecutivo Jim Grossman, un interessante editoriale sui graduate studies in Storia, sostenendo posizioni che possono naturalmente valere per un più generale discorso relativo a tutte le discipline umanistiche.

Quando si parla di Grafton, ci si riferisce a uno studioso che nel corso del tempo ha sempre difeso a spada tratta il valore sociale e “civile” della professione di storico accademico (come dimostra il suo editoriale d’insediamento al vertice dell’AHA), e che nel contrasto alle chiusure di molti ambienti non accademici a una simile considerazione degli studi umanistici “puri” ha saputo sfoderare anche buone doti di provocazione e ironia (solo armati di queste qualità si può presentare la propria opera scientifica più importante, una storia intellettuale della storiografia sette-ottocentesca interpretata nel contesto della professionalizzazione dell’insegnamento universitario, come una storia della nota a pie’ di pagina). È quindi tanto più significativo che Grafton proponga come ormai vitale e non più prorogabile la necessità di offrire ai graduate students nelle discipline umanistiche un “piano B” di carriera al di fuori del mondo accademico, ovvero una serie di alternative concrete, realmente qualificanti e direttamente connesse con la propria specializzazione e con il livello di capacità di riflessione intellettuale conseguito nel corso degli studi.

Troppo spesso, ricorda Grafton, nel corso degli anni i supervisori dei dottorandi hanno presentato le collocazioni professionali esterne all’università in termini generici e sfuocati, e hanno posto comunque simili eventualità sul piano del ripiego rispetto a ciò per cui si è stati preparati, per non dire del vero e proprio fallimento. Atteggiamenti del genere sono però insostenibili, e non da ora. Il saldo negativo tra numero di dottorati conseguiti in discipline storiche e numero di posizioni tenure-track messe in palio negli USA non è l’effetto di una “crisi transitoria”, visto che dai primi anni Settanta in poi (e il terminus a quo è dovuto semplicemente al fatto che solo da allora si hanno statistiche attendibili) il dato è stato costante, con l’eccezione di due periodi (i primi anni Ottanta e i primi Duemila), non a caso immediatamente successivi alle campagne di investimenti statali straordinari nella formazione superiore decise dalle amministrazioni Carter e Clinton.

Il problema, inoltre, non è limitato solo alle discipline meno “fortunate” sul piano degli sbocchi professionali in quello che di solito gli accademici chiamano “il mondo reale”: meno di un anno fa un articolo dell’Economist ha messo in evidenza come negli ultimi vent’anni si sia verificata una vera esplosione dei posti dottorali in tutto il mondo, solo parzialmente spiegabile con l’adeguamento al modello di training anglosassone da parte di sistemi universitari di altra tradizione: i dottorandi, infatti, hanno finito per rappresentare ovunque personale qualificato e a basso costo per la conduzione dei progetti di ricerca grazie ai quali le università potevano posizionarsi al meglio nei ranking internazionali, e in breve è venuta meno qualunque ratio tra numero di posti dottorali assegnati e reale necessità di personale docente e ricercatore.

Pur guardandosi bene dall’offrire una soluzione preconfezionata per una questione i cui termini variano da disciplina a disciplina e anche da una sede universitaria all’altra, Grafton e Grossman mettono in risalto che qualunque intervento dovrà passare necessariamente da una profonda modifica dell’offerta formativa del dottorato di ricerca, che insomma non dovrà più creare professori universitari (che per lo più saranno professori universitari mancati, visto il trend ormai consolidato) ma personale intellettuale adeguato a un più ampio spettro di attività, dall’insegnamento liceale all’organizzazione culturale, dalla public history alla gestione di spazi espositivi e di studio, fino all’amministrazione della comunicazione scientifica radiotelevisiva e nei nuovi media.

Mentre là dove si sa cosa sono i dottorati si sta sviluppando un dibattito che, forse non a breve termine, dovrebbe condurre alle necessarie modifiche strutturali della formazione post-laurea di elevato livello culturale, in Italia la situazione sembra essere un’altra. Da tempo, infatti, nell’ambito della principale associazione nazionale di categoria le discussioni si sono incentrate sulle condizioni dei dottorandi senza borsa di studio, dapprima nel tentativo di limitare il più possibile quella che a più riprese è presentata come “l’anomalia tutta italica” dei posti dottorali gratuiti, poi in quello di abolire per questi ultimi tasse e spese universitarie.

Dietro questa scelta di impegno rivendicativo c’è tutto un mondo. In primo luogo, c’è una certa ignoranza su quel che succede all’estero: quasi ovunque, infatti, il dottorato è per sua natura senza stipendio, e richiede il pagamento di una quota di iscrizione: i vincitori del posto concorrono, certamente, per borse che coprano le spese e garantiscano anche una retribuzione, e/o inseriscono nel proprio curriculum attività retribuite (per esempio la partecipazione all’insegnamento o a un progetto di ricerca finanziato). In poche parole i dottorandi all'estero sono pagati, generalmente meglio che in Italia, ma nella misura in cui contribuiscono secondo le loro capacità alla vita universitaria e all'offerta didattico-scientifica, non automaticamente

Tutto questo non è immotivato, e porta a un altro elemento di possibile critica. Ovunque, l’offerta dottorale è interpretata essenzialmente come offerta formativa: i dottorandi sono studenti, che a differenza degli undergraduates possono offrire concreti contributi alla vita universitaria e per questi sono retribuiti, ma che essenzialmente fanno il dottorato per ricevere un servizio, non per erogarlo. Al dottorato entrano persone che ancora devono imparare a fare un mestiere, e alla fine dovrebbero averlo imparato: se riescono a mantenersi agli studi risultando idonei per una borsa devono cogliere questa opportunità, così come devono cogliere l’opportunità di lavorare nel loro ambiente di formazione ed essere pagati per farlo, ma non c’è alcuna ragione per reclamare uno stipendio per ottenere quello che è già di per sé un asset, ovvero una formazione più qualificata e competitiva.

L’anomalia italiana rispetto a gran parte dei paesi che sono così civili e attenti allo sviluppo della cultura e della ricerca, quindi, è proprio questo collegamento diretto tra il posto in graduatoria in un concorso dottorale e la borsa di studio.

Eppure, a leggere gran parte degli interventi che i dottorandi italiani di qualunque disciplina scrivono un po’ ovunque, questo argomento appare alle loro orecchie quasi eretico: i dottorandi si percepiscono non come studenti, ma come ricercatori precari. Ritengono quindi che il fatto di essere stati selezionati per il corso dottorale dopo la laurea abbia sancito che essi, in questo campo, non hanno più nulla da imparare su come si fa ricerca, si insegna, ecc., visto che lo fanno già ad un livello tale da richiedere un pagamento da parte dell’istituzione che può pregiarsi del loro servizio.

Su questa convinzione, del resto, si regge una associazione che riunisce in un unico fascio dottorandi e dottori di ricerca, cioè chi studia per fare un certo mestiere e chi (generalmente) lo fa già come lavoratore precario. Pensare che gli interessi di un dottorando e quelli (per dire) di un assegnista possano trovare adeguata rappresentanza nello stesso posto è semplicemente sbagliato. Un assegnista fa già ricerca a tempo pieno, è già stato non solo formato ma anche ritenuto adeguato per un lavoro di questo tipo, e i suoi interessi sono in primo luogo cercare di migliorare le sue condizioni contrattuali attraverso l’ordinaria attività rivendicativa, e soprattutto capire se dietro questa opportunità di lavoro se ne trova una di stabilizzazione in qualunque forma, così da capire se il tempo che spende all’università o in un centro di ricerca è buttato o no. Il dottorando, invece, non ha alcuna assicurazione di risultare idoneo all’attività di ricerca a tempo pieno, e avrebbe interesse a frequentare un corso di studi il più formativo e competitivo possibile, così da formarsi un bagaglio di competenze e di esperienze adeguato a un mercato del lavoro qualificato complesso e non limitato alla vita accademica se non in piccola parte. Se (come in generale avviene in Italia) il corso di studi non è adeguato e competitivo, allora occorre premere perché lo diventi, oppure rinunciare e andare altrove, perché se anche si riceve una borsa da 3000 euro al mese per 4 anni, con un corso di dottorato da poco non si troverà posto nemmeno all’estero, visto il trend di cui si parlava all’inizio. Qui invece sembra che il trattamento economico dei dottorandi sia l’elemento fondamentale, come se si parlasse di un contratto di lavoro, e come se si pensasse: “Alla fine del corso dottorale non troverò niente, quindi è meglio che mi metta in tasca quanti più soldi possibile, poi al limite vado all’estero, perché intanto se mi hanno offerto un lavoro come dottorando vuol dire che so già far ricerca, e quindi non avrò problemi”.

Tutto questo insieme di contraddizioni, naturalmente, ha radici antiche, che si possono ritrovare nel momento fondativo dei dottorati di ricerca in Italia, nati solo con la legislazione del 1980, dopo l’aborto (mai tanto vituperato, visto quanto accaduto dopo) della riforma Gui del 1965, e creati proprio per garantire un sostentamento ai laureati avviati alla ricerca il cui inserimento nei ruoli appariva almeno in un primo tempo piuttosto difficile, vista la cancellazione del classico cursus inaugurato dalla libera docenza, la scomparsa di una serie di figure di insegnamento accademico provvisorio la cui situazione e il cui numero negli anni Settanta era diventato insostenibile e la promozione ope legis di un elevato numero di precari in attesa. Che allora si potesse ancora legittimamente ritenere che una semplice laurea, accompagnata dalla verifica successiva delle capacità intellettuali del giovane aspirante docente, potesse bastare a conclusione di un percorso di formazione all’attività accademica, è discutibile; che lo si possa pensare oggi è però semplicemente assurdo, e chi vive l’università ha di fronte a sé ogni giorno le prove. E proprio gli studiosi più giovani (oltre agli aspiranti tali) dovrebbero essere i primi a uscire da questa illusione e a spingere, con la foga che spesso ha caratterizzato altre loro rivendicazioni, per un rinnovo strutturale di un nodo ormai fondamentale della nostra formazione superiore, il miglioramento del quale contribuirebbe senz’altro a restituire all’Università la credibilità necessaria a sopravvivere all’assalto di cui, per ora, si è avuto solo l’antipasto.