Primarie nel Pd: come funzionano?

5 Giugno Giu 2012 0458 05 giugno 2012 5 Giugno 2012 - 04:58
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Laddove il Pd decidesse di fare le primarie di partito -quelle di coalizione, come noto, non esistono in nessun Paese e peraltro non sono neanche tecnicamente delle elezioni primarie, ma non è questo il momento per spiegarlo...- la procedura per fare ciò la si ritrova all'interno dello Statuto del Partito Democratico.

Partiamo da un quadro chiaro di base: si intende primarie di partito quelle primarie per delineare la leadership di partito che, ai sensi dello Statuto del Pd e come avviene in tutti i grandi partiti che fanno le primarie di partito, è anche una candidatura automatica alla premiership del Paese. Dunque, parlare di primarie di partito vuol dire, sostanzialmente, parlare di un Congresso del partito per scegliere l’indirizzo politico, su piattaforme alternative incarnate da candidati-Segretario eletti direttamente e collegati a liste. Il tutto andrà a comporre l’Assemblea nazionale, cioè l'assise generale dei delegati di partito. La leadership di partito coincide, quindi, con la candidatura a premiership per il Paese, secondo lo schema della c.d. vocazione maggioritaria, che altro non è che l'obiettivo che deve spingere un partito a parlare a tutti gli elettori del Paese, cercando il loro consenso.

Quali procedure? L'articolo chiave è l'articolo 9 (ma salto alcune tecnicalità).

Cosa prevede?  Una procedura in due fasi, la prima riguarda gli iscritti al partito, la seconda tutti gli elettori.

La prima fase, che si conclude con lo svolgimento della Convenzione nazionale, le candidature a Segretario nazionale e le relative piattaforme politico-programmatiche sono sottoposte al vaglio degli iscritti. Possono essere candidati e sottoscrivere le candidature a Segretario nazionale e componente dell’Assemblea nazionale solo gli iscritti in regola con i requisiti di iscrizione presenti nella relativa Anagrafe alla data nella quale viene deliberata la convocazione delle elezioni. E per essere ammesse alla prima fase del procedimento elettorale, le candidature a Segretario devono essere sottoscritte da almeno il dieci per cento dei componenti dell’Assemblea nazionale uscente o da un numero di iscritti compreso tra millecinquecento e duemila, distribuiti in non meno di cinque regioni. Un regolamento ad hoc, peraltro, stabilisce di volta in volta tempi e modalità di svolgimento delle riunioni in vista della prima fase.

Chi vince la prima fase?

Risultano ammessi all’elezione del Segretario nazionale i tre candidati che abbiano ottenuto il consenso del maggior numero di iscritti purché abbiano ottenuto almeno il cinque per cento dei voti validamente espressi e, in ogni caso, quelli che abbiano ottenuto almeno il quindici per cento dei voti validamente espressi e la medesima percentuale in almeno cinque regioni o province autonome.

Poi c'è una seconda fase. Questa consiste nello svolgimento, appunto, delle elezioni primarie, aperte a tutti gli elettori, ossia tutte le persone che al momento del voto rientrino nei requisiti previsti (i classici) e devolvano un contributo di entità contenuta. Gli elettori sono sostanzialmente invitati a votare, nel menu di candidature già selezionate dagli iscritti, il candidato alla leadership, cioè alla premiership, che ritengono più idoneo, perché l'obiettivo della leadership del partito -lo ribadisco- è il governo del Paese non il governo del Partito, o meglio le due cose stanno insieme, altrimenti sarebbe una sovrastruttura ideologica, abbattuta dalla caduta del muro di Berlino. D'altronde a che serve un segretario di partito se non è il migliore candidato alla guida del Paese?

Chi vince, divenendo segretario e candidato premier per il Pd?

Vince, nel caso con un ballottaggio laddove non vi sia la maggioranza assoluta, il candidato-Segretario collegato al maggior numero di componenti l’Assemblea.

Ciò detto, non resta che capire se davvero l'attuale leadership Bersani accetterà la sfida di primarie interne. E partecipare, perché libertà, come diceva Gaber, è (innanzitutto) partecipazione.