Europa 7 vince in Europa. Ma Rete 4 ha stravinto in Italia.

7 Giugno Giu 2012 2130 07 giugno 2012 7 Giugno 2012 - 21:30

Cn 014776

 

Tre anni fa si era pronunciato il Consiglio di Stato, riconoscendo la richiesta di risarcimento avanzata da Europa 7 nei confronti dello Stato, ed attribuendo all'emittente di Francesco Di Stefano un risarcimento di 1 milione di euro che, stante la natura dei debitore, sarebbe gravato pro quota su ciascun contribuente.

Oggi, la Corte di Strasburgo ha ricondannato i contribuenti (per il tramite del loro rappresentante: lo Stato) a risarcire, per dieci volte tanto: e fanno 10 milioni di euro, l'emittente Europa 7 per non essersi vista riconoscere le frequenze televisive che sempre lo Stato italiano, evidentemente in un lucido intervallo, le aveva riconosciute.

Nel disinteresse dell’opinione pubblica, la vicenda per il vero durava da oramai oltre 13 anni: Europa 7 nel 1999 aveva vinto la gara per una concessione nazionale, ma non aveva mai avuto le frequenze per trasmettere: di qui una lunga battaglia giudiziaria che ha coinvolto anche la Corte di giustizia europea.

Qualche anno fa, poi, il ministero dello Sviluppo economico aveva cercato di metterci una pezza, assegnando all’emittente una frequenza liberatasi grazie alla ricanalizzazione dello spettro chiesta dall’Unione Europea.

Restava in piedi la richiesta di risarcimento danni da parte di Europa 7: fino a 3,5 miliardi senza assegnazione di frequenze, fino a 2,160 miliardi con le frequenze.
Nei progetti di Francesco Di Stefano c’ era l’ idea di fare una televisione tutta nuova con «molta informazione, indipendente dalla politica e dai grandi interessi, con programmi intelligenti, molta satira e buoni film». Ovvero l'esatto contrario della TV generalista italiana.

Nel luglio 1999, l'emittente di Di Stefano partecipò alla gara pubblica per l’ assegnazione delle frequenze televisive nazionali e risultò vincitore di una concessione per Europa 7 (settima in classifica).

Allo stesso tempo Rete 4, che già trasmetteva a livello nazionale, perse la concessione.

Nonostante avesse vinto Europa 7, il Governo D’Alema non le assegnò le frequenze per iniziare a trasmettere per la mancata applicazione del piano nazionale di assegnazione delle frequenze.

Da allora Rete 4 continuò a trasmettere senza concessione sino al provvidenziale intervento del Ministro della Propaganda Maurizio Gasparri, che a colpi di maglio portò all'approvazione una legge di riassetto del settore onirica, incentrata su un indice di concentrazione di mercato escogitato e tagliato sartorialmente sulle storture del duopolio televisivo italiano, RaiSet.

L’Italia è un paese profondamente malato, e lo si sapeva da tempo. Ma è anche un paese condannato da una politica bugiarda e mistificatrice: delle regole di una moderna democrazia, prima tra queste la libertà di informazione e il pluralismo delle opinioni, non si interessa nessuno davvero.

Gli italiani ebbero un solo sussulto, in materia. Quanto i diritti TV per la trasmissione delle partite della Nazionale di calcio vennero al tempo acquistati dal gruppo Telemontecarlo e, visto che TMC non aveva piena copertura del territorio, ci sarebbe stato il rischio che una parte dell'italico pubblico non potesse assistere alle prodezze degli azzurri.

Per il resto, notte fonda. Gli elettori votarono contro l'abrogazione della Legge Mammì, nel 1995, trangugiando, senza fiatare, la favola del pifferaio di Arcore, ammansita da sandra&raimondo: così si sarebbe chiusa una TV e si sarebbero lasciate per strada diecine di migliaia di famiglie di disoccupati, oltre a migliaia di anziane signore orfane delle amate telenovelas sudamericane.

Nessun liberale à la page si permise di ricordare che, forse, quello spazio sarebbe stato occupato da un altro concorrente che avrebbe dovuto assumere altrettante, e forse di più, famiglie da sfamare.

D'altronde, e non a caso, quando il governo passò al centro-sinistra, in salsa ulivista, ci si illuse che il problema della concentrazione dei mezzi di informazione radio-televisiva potesse esser sanato dal fatto – contingente – che la destra avesse la proprietà (sic!) delle reti private e la sinistra possedesse, o meglio: occupasse, quelle pubbliche. Il duopolio televisivo tenne a battesimo il duopolio politico, cosa assai diversa dal bipolarismo.

Una destra illiberale e anti-mercato ed una sinistra in stato confusionale, non possono oggi dir nulla sulla decisione della Corte europea.

Non questa pseudodestra liberista a chiacchere e profondamente inquinata anche dall’interesse proprio in atti d’ufficio. Una destra che sbraita contro il calco marxista della Costituzione del 1948 e che non ha ancora compreso cosa significhi la libertà di impresa.

Non questa pseudosinistra ipotecata dalla nostalgia per il compromesso storico ed incapace di sintonizzarsi sulle frequenze di una moderna democrazia liberale e di una economia di mercato, al punto da doversi invaghire persino di Murdoch pur di mettere una pezza ai propri errori.

Ci sarebbe da chiedere conto ai vari ministri succedutisi nel tempo, da Cardinale, passando per Gasparri, sino a Gentiloni, perchè mai da Ministri della repubblica italiana non abbiano mai pensato di dare attuazione al diritto italiano, alle sentenze italiane, ai principi comunitari vigenti sul territorio italiano, alle gare d'appalto bandite dalla amministrazione italiana.

Se mai decidessero di rispondere, forse ci ricorderebbero che, per il vero, loro altro non hanno fatto che applicare quello che Gaetano Salvemini individuò come il principio cardine dell'economia italiana: si privatizzano sempre i profitti, mentre le perdite vengono socializzate.

Aggiungiamo noi: ma non si dica che anche questa volta è colpa del mercato.
Le colpe, una volta tanto, hanno nomi e cognomi. Pubblici, pubblicissimi.