Sull’informazione child-friendly ovvero cerchiamo buone notizie. Almeno per loro.

8 Giugno Giu 2012 1024 08 giugno 2012 8 Giugno 2012 - 10:24

Ieri, penultimo giorno di scuola il “Principe”, (mio figlio) in preda ad acuto mal di pancia, (virus giornaliero, fortunatamente) è stato a casa, affidato, con sua gioia, alla nonna di turno disponibile. Si sa, le nonne confortano i nipotini con mangiarini deliziosi e piena libertà nel vedere la TV, diversamente dai genitori “radical” e decisamente poco “chic” che, come la sottoscritta, razionano a ragion veduta.


Non so se dalla tivù della nonna o della radio della mamma, il pargolo mi ha dato, lui, la conferma dell’arresto del “presunto” colpevole della strage di Bari.
“Mamma lo sai che hanno arrestato il signore della bomba davanti alla scuola. Era un papà anche lui e aveva dei bambini”.
Ho letto paura nei suoi occhi, ho cercato di rassicurarlo. Ma davvero mi sono uscite poche parole dalla bocca. Ne avevamo parlato già quando era successa la strage, quando mi aveva chiesto chi potesse essere stato. Cercare di ragionare di cattiveria, violenza, abuso con un bambino non è facile. E sappiamo bene come il mestiere di genitore non ce lo insegni nessuno.


Né possiamo pensare, però, di fare vivere i bambini in una sfera di cristallo. D’altro canto, penso però, non è neppure giusto esporli, come accade con il nostro giornaliero bombardamento di informazioni, tutte negative, “brutte”.
Vi dico questo perché già in precedenza il ragazzino mi aveva lasciato senza parole, una mattina. “Mamma ma perché la radio trasmette solo brutte notizie?”.
Per una mamma che fa pure la giornalista e che si affanna per quel che può, ad impegnarsi nella tutela dell’infanzia è un colpo basso. Non per niente è figlio di sua madre, il ragazzo.


Ma intanto la questione è aperta e so bene come si faccia fatica a parlarne nei media.
“Good news, no news” si dice molto cinicamente.
Ecco, invece che stamani ritrovo su Repubblica, Curzio Maltese che si interroga sul “Kid marketing”.
Cioè su come i nostri figli siano un affare da mille miliardi di dollari. Ma tra le pieghe dell’inchiesta, racconta come, invitato a parlare del suo lavoro come altri genitori nella scuola del figlio, deduco quasi coetaneo del mio, si sia ritrovato a parlare della nascita delle notizie. Alla sua domanda “ qual è la notizia che vi ha colpito di più” , la scoperta dai racconti dei bambini di “un Luna Park degli orrori, popolato di infanticidi, abbandoni, abusi, massacri in famiglia”.


Maltese cita poi “Assalto all’infanzia” il libro di Joel Bakan  ( l’autore di The Corporation) diventato “bibbia delle associazioni di consumatori e genitori nate per combattere lo sfruttamento commerciale dell’infanzia”.
E cita da esso le cinque grandi minacce ai bambini di oggi, destinati a ritornare passive marionette in un medioevo culturale e sociale, creato da noi, nati invece fortunatamente nel “secolo del bambino”:

  • “le strategie del marketing infantile per trasformare i nostri figli in consumatori compulsivi e bulimici”.
  • “la diffusione di farmaci per l’infanzia, compresi psicofarmaci grazie anche alle pressioni dell’industria del farmaco”.
  • “aumento delle patologie e il possibile collegamento con l’emissione di sostanze chimiche liberate nell’aria con l’aumento di leucemie e tumori”
  • “Il lavoro infantile” ( di cui non siamo esenti nel nostro paese)
  • “La privatizzazione della scuola pubblica che rischia di moltiplicare all’infinito l’influenza delle aziende sull’educazione “.

Mi permetto allora di aggiungerne una sesta su cui Maltese si è pure interrogato e su cui di fatto, suo figlio e il mio, ci hanno rinfacciato una responsabilità: l’informazione.
Che rappresentazione facciamo dell’infanzia e dell’adolescenza? Che notizie diamo ai nostri bambini? Perché deleghiamo tutto all’industria, alla TV, alla pubblicità, a Google e a Facebook?

Da madre, da giornalista, da blogger mi interrogo già, ma approfitto dello spazio dato da Linkiesta per dire che mi piacerebbe che le mie “categorie”, si impegnassero un po’ di più. Certo dovremmo pure impegnarci per un mondo migliore. Nell’attesa, cominciamo in piccolo...

Le buone notizie non saranno “notizie” per noi, ma qualcuna, per i nostri figli cominciamo a cercarla.