Partire dalla società, non dalla politica

14 Giugno Giu 2012 2121 14 giugno 2012 14 Giugno 2012 - 21:21
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Massimo Famularo ha scritto un commento ai miei due precedenti post sui movimenti liberali.

Riassumendo:

  1. Occorre un partito (liberale) per passare dalle discussioni astratte alla politica vera. Non mancano le idee né i talenti, manca un'organizzazione.
  2. Un partito liberale deve basarsi su un gruppo di saggi che formuli un programma, una decina di testimonial per avere visibilità mediatica, e una ventina di attivisti.
  3. Il blocco sociale dei reazionari che vivono di rendite politiche rappresenta non la maggioranza assoluta, ma quella qualificata, degli italiani.

Vero, purtroppo.

Ho però un po’ di commenti sparsi da fare.

  1. Il focus sulla politica fa dimenticare che ciò che rende peculiare l’Italia non è lo stato onnipresente, una costante globale da ormai un secolo, ma la debolezza degli anticorpi contro l’invadenza del potere. Finché la società italiana non imparerà a non chinare il capo non ci sarà nessuna ‘nuova politica’: la battaglia è culturale e morale.
  2. La mancanza di capacità organizzativa è legata anche alla mancanza di leadership: attivare le potenzialità, produrre entusiasmo, indirizzare gli sforzi, fornire una cornice istituzionale ed intellettuale. Per questo parlavo di M. L. King.
  3. Se un partito liberale in grado di mobilitare il consenso  di quel quarto della popolazione italiana che ‘manda avanti la baracca’ si farà mai, non sarà con venti attivisti: ne servono centinaia. Se agli italiani manca la capacità di organizzarsi e farsi rispettare è necessario che il ‘movimento’ sia radicato, che si impari a ‘fare squadra’, e si sviluppi ‘coscienza di classe’.
  4. Il liberalismo è sempre stato elitario: non ha mai giocato nella ‘politica di massa’ del XX Secolo. L’unico autore liberale che ha parlato positivamente della massa non sapeva nemmeno di essere tale: Eric Hoffer. Spesso i liberali sembrano aderire ai ‘presupposti di Harvey Road’ di Keynes, secondo cui è sufficiente che lo stato sia ben ‘consigliato’ da esperti. Il problema in Italia è la madre che telefona ad un assessore per raccomandare il figlio: non riguarda una ristretta "élite": è tutto il paese che non va, e deve ‘rigenerarsi’.
  5. Qualunque cosa si faccia, servirà almeno un decennio. Niente nasce dal nulla, neanche Bossi e Grillo. Potremmo chiederci se possiamo permetterci di aspettare così a lungo, ma la risposta l’ha data TINA.
  6. Dubito che esista un programma liberale già pronto. Le idee ci sono, ma sono generiche. Dire di voler "tagliare la spesa" non significa sapere dove mettere le mani. E le decine di proposte a riguardo che conosco si sono già perse nei meandri della rete...

Sulla come la democrazia rappresenta gli interessi sociali - domanda fondamentale per capire le prospettive di una politica liberale - e come i movimenti di massa possono far uscire una società dal declino ci sono molte altre cose da dire. È ora che se ne discuta, con l’idea di imparare dagli errori che finora hanno garantito ai liberali la totale ininfluenza.

Insomma, alla fine un partito toccherà farlo. Ma non pensiamo di risolvere i problemi della politica con la politica: è dalla società che occorre partire.

Pietro Monsurrò