22 giugno 1633, il giorno dell'abiura

22 Giugno Giu 2012 1307 22 giugno 2012 22 Giugno 2012 - 13:07
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«Gli consentirono di portare con sé solo la pergamena arrotolata della sua abiura. Non aveva nulla da leggere e ogni tanto ci dava un’occhiata: “ Io, Galileo Galilei, sono un autentico pezzo di merda, perché non mi rendo conto che la Terra è piatta e ha la forma di una grande frittata di cipolle, che però non si può mangiare perché è opera di Dio. Ed è immobile al centro dell’Universo”».


Questa la ricostruzione offertaci da Paolo Villaggio in Storia della libertà di pensiero. Il 22 giugno di qualche annetto fa, il 1633, Galileo riceveva definitivamente la sua sentenza. Abiura e carcere.


«La vicenda umana e intellettuale di Galileo è dominata dal tentativo di realizzare una collaborazione tra le forze dominanti della società italiana e le prospettive della nuova scienza, di trovare spazio nel mondo dell’assolutismo e della Controriforma per un lavoro scientifico libero e autonomo. Il prestigio delle sue invenzioni e scoperte e l’appoggio ottenuto da alcuni poteri politici lo convincono che le sue teorie scientifiche possano essere fatte proprie da tutto il mondo culturale italiano e dalla stessa Chiesa cattolica, all’interno della quale egli gode del resto di vari sostegni.» (Giulio Ferroni)


Godere di sostegni all'interno della Chiesa cattolica non significa di certo che si possa dire tutto il contrario di quello che predica. Ma Galileo pensava di scamparla, e pensava bene in effetti. Bastava solo ammettere di essersi sbagliati e stare un po' al fresco per convincersi ben benino di non ripetere lo stesso errore.


E chi di voi non l'avrebbe fatto? Lottare per la libertà di pensiero? È sempre stato impossibile limitarla. E quella di parola? A cosa serve davvero? Affinché tutti possano dire tutto quello che pensano? E da quando è bene dire tutto quello che si pensa, e da quando quello che si dice è davvero quello che si pensa?


«…se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora». (da Lettera a Benedetto Castelli, Lettere Copernicane, 1613).


Forse Galileo ha capito che parlare, sì, agire, anche, ma viversi un po' dal di dentro non fa mai male a nessuno.

 

Agata Sapienza