“Ecco le foto del mio aborto”: quando un atto privatissimo diventa propaganda

11 Luglio Lug 2012 1825 11 luglio 2012 11 Luglio 2012 - 18:25

La storia gira da qualche giorno. Una donna, in Inghilterra, ha pubblicato le foto (che non pubblicherò qui) del suo aborto, fotografato di nascosto nella sala in cui era avvenuto. Le foto mostrano un liquido in alcuni alambicchi, all'interno dei quali un corpo più solido è - si intuisce - il feto abortito. Lo ha fatto - spiega - perchè la propaganda pro-life, quella degli anti-abortisti, mostra sempre (mentendo) dei corpicini grandi e già formati, dei “mini-bambini” e lei - avendo abortito - può finalmente dire che non è così.

Non entro naturalmente nel merito della scelta abortista della donna, e da sempre sono convinto che una legge come la 194 sia una buona legge di compromesso tra le varie esigenze che una società laica deve contemperare. Penso che in molte parti (quelle preventive del fenomeno abortivo) non sia applicata, e penso che in società normali e mature di questi temi si possa parlare serenamente, perfino pensando che una legge migliore della 194 può esistere, senza che ogni volta le opposte propagande accusassero di omicidio o di tortura morale la parte avversa. 

Però, non riesco a non pensare con sofferenza all’idea di una donna che, mentre compie un atto privatissimo e - sempre si dice - doloroso, è tutta intenta ad armeggiare col suo iphone per prendere le foto del feto che aveva generato, non da sola, e di cui si è liberata. Non credo che sia libertà legittimamente usata, quella di fotografare una vita (non ancora autonoma) destinata ad essere umana nel corso naturale delle cose, e invece interrotta prima per (legittima) volontà della madre. Non mi sembra che sia così che i dibattiti diventano più maturi, nè che le propagande dei “pro-life” accettano un confronto vero su un fenomeno che è sociale, e non teologico, quale l’aborto. 

Insomma, direte, te ne lavi le mani e dici: nè con gli anti-abortisti nè con chi fotografa il feto appena abortito? Sì, esatto, proprio così. Nè di qua nè di là: con la vita non si scherza, e la faciloneria che sbatte il feto in prima pagina mi urta sempre. Sia che brandisca cartelli che accusano di omicidio le donne che abortiscano, sia che mostri la vita che si portava in grembo, e che non diventerà mai persona, per dimostrare che - in fondo - non è niente di drammatico o tremendo. 

Perchè anche noi siamo stati feti di sei settimane, e se legittimamente le nostre madri avessero deciso così, non saremmo qui a parlarne. E anche di questo, anche se è assai fastidioso, è bene ricordarsi, sia da cittadini che da operatori dell’informazione. 

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Qui trovate l’articolo del Guardian, e qui il blog This is my abortion: prima di cliccare, pensateci bene. La visione può turbare.