Ma gli uomini come fanno a resistere?

15 Luglio Lug 2012 1911 15 luglio 2012 15 Luglio 2012 - 19:11

Allora lo so già, quello che sto per dire, non solo sarà sicuramente usato contro di me, ma sarò ricattata per anni, forse per sempre.
Non posso non dirlo però: ma quanto siamo pesanti noi donne?
E più passano gli anni, inutile negarlo, più insostenibili diventiamo.
Per carità, lo so, siamo da una parte vittime dei nostri ormoni, dall’altra piegate dalla vita, dalle responsabilità, dai figli, dai mariti, dalle delusioni, da tutto! Tutto ci rema contro, è vero, ciò non toglie che non possiamo darci per vinte, non possiamo scivolare nello stereotipo di donnicciuole petulanti, non è giusto! Non ce lo meritiamo.

Ci lamentiamo sempre che gli uomini col tempo diventano poco attenti, non ci corteggiano più, non ci fanno sentire amate, ci trattano male, non ci considerano, non ci guardano più con gli stessi occhi, non, non, e ancora non. E ma che noia!
Ma voi ci pensate mai a come diventiamo noi?
Ribadisco, d’accordissimo che da una parte abbiamo tutte le ragioni per essere arrabbiate (sempre), ma dall’altra non so, non è che ci stiamo tirando da sole la zappa sui piedi? Perché dobbiamo per forza diventare come la zia Piera?
Non voglio…eppure… ultimamente sono un macigno, noiosissima, a mio marito non ne lascio passare una che sia una.
E giù missili di ore su cosa doveva fare e non ha fatto, su cosa avrebbe dovuto dire, su cosa avrei fatto io al posto suo, su quanto mi ha ferita profondamente facendo quella cosa e bla bla bla, fiumi di parole…che rottura infinita, mi annoio da sola…
Lui cerca di interagire, a tratti prova a dire la sua ma io niente, un muro di gomma: lui ha sbagliato e ormai non c’è niente da fare, è tutto finito (adoro giocare a “tragedia corre sul filo”, in questo sono una professionista).
La cosa bella, esilerante a dire il vero, è la sua faccia mentre gli parlo: una maschera di cera, un’espressione congelata, fra il contrito e il consapevole, collaudata ormai da anni, per contrastare il mio tsunami di parole. Ormai mi conosce, brav’uomo, e sa che se riesce a resistere a quel supplizio senza dire nulla di troppo sbagliato, la cosa ha buone possibilità di finire lì. Con le orecchie foderate di salame mi guarda con i suoi occhioni grandi e aspetta che passi la tempesta, un autocontrollo esemplare, niente da dire.

Comunque non so più se ci conviene fare così.
Non ha senso farlo scappare a gambe levate, senza che nemmeno lui abbia capito perché siamo tanto arrabbiate. Se sentono l’impulso irrefrenabile di mettere centinaia di chilometri fra loro e noi, ma non sanno spiegarne il vero motivo, o non l’hanno capito perché sono di coccio, o forse siamo state noi a non farci capire.
Peggio del peggio, col tempo, perdendo tutto il nostro entusiasmo, rischiamo di diventare esattamente come noi vediamo loro: poco passionali, senza iniziative, nervose, distanti…insomma, uomini noiosi.
Perché frustrarci con discorsi che al suo cervello arrivano in aramaico con sottotitoli in sanscrito. Loro non ce la fanno, davvero non possono capire, ma noi abbiamo comunque bisogno dirgli tutto, di sfogarci, di gridargli in faccia la nostra rabbia, il nostro dolore.
Profeta fu la primissima maestra di mio figlio. Il secondo giorno di scuola le chiesi preoccupata come, secondo lei, il bambino stava affrontando a livello emotivo il distacco da me. Lei mi guardò come se fossi completamente pazza ed esordì: “Ma signora, non si preoccupi, è un maschio”.
E io:”E allora?”
E lei:”Se fosse triste si vedrebbe”.
E io: “E questo è tutto?”.
E lei: “Certo, arrivederci”.

Slam, porta in faccia. Aiuto.

Cosa avrà voluto dire? Non sarà che la maestra dell’asilo abituata ad avere a che fare con i cuccioli di maschio abbia visto ciò che noi ci ostiamo a non voler vedere?
Credo di sì e la conclusione non ha nulla di originale ma è comunque difficile da accettare: siamo diversi, punto.
Questa diversità sostanziale non ci consente di trovare pace, siamo delle anime in pena. Gli uomini lo sanno, lo hanno accettato, noi no.

Forse non ci capacitiamo di non poter dividere con i nostri compagni il peso di essere una donna, con tutto quello che essere una donna si porta dietro. Non sanno cosa vuol dire essere una mamma, come ti cambia, cosa diventi, non sanno che una donna che lavora non sarà mai un professionista uomo, non sanno la fatica che si fa, tutti i giorni, non sanno che lavoro c'è dietro al nostro aspetto esteriore, loro non lo sanno, non lo sanno e basta, ma non è colpa loro.
Non è colpa di nessuno.
E questo non ci va giù e con il tempo diventiamo tutto quello che abbiamo giurato di non diventare mai.

La soluzione non c’è, forse parleremo per sempre lingue diverse senza capirci mai veramente, ma fare un tentativo per migliorare le cose non costa nulla, giusto?

Proviamo, nonostante tutto, a essere come da ragazzine ci immaginavamo saremo state da grandi. Forse non è compito di chi ci sta accanto renderci felici, ma facciamo il massimo perché chi ci ama voglia farlo comunque, con tutte le sue forze, solo per il gusto di vederci ridere, forte, come la prima volta che ci siamo incontrati.

 

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