Matrimoni gay, in India fiorisce il business degli "uteri in affitto"

18 Luglio Lug 2012 1045 18 luglio 2012 18 Luglio 2012 - 10:45
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Qualche settimana fa, il presidente americano Barack Obama ha detto di essere favorevole alle nozze tra persone dello stesso sesso. Più o meno contemporaneamente, il premier francese Françoise Hollande ha annunciato di voler approvare entro il prossimo anno una legge che consenta alle coppie gay di unirsi in matrimonio e adottare bambini. Mancava solo il Pd che sulla questione, tanto per cambiare, si è diviso tra favorevoli e contrari e non è riuscito a prendere una posizione comune.
Sulla scia di queste aperture, il giornale online BioEdge, un osservatorio internazionale di bioetica, si è chiesto se esista un legame tra l'introduzione di leggi sul matrimonio omosessuale e la crescita di domanda di maternità surrogata, il cosiddetto “utero in affitto”, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. La risposta è stata affermativa. BioEdge, infatti, ha chiesto a una serie di cliniche della fertilità di India e Stati Uniti di fare qualche previsione dell'impatto che queste norme, se approvate, avranno sul business degli ovuli
Ovviamente, sono le coppie di uomini ad aver bisogno, per avere un figlio, sia di donne donatrici di ovociti che di donne disposte a sostenere la gravidanza e partorire il bimbo da consegnare subito dopo la nascita. Le due figure non coincidono quasi mai perché in queste pratiche si preferisce “spezzettare” il processo di procreazione anche per evitare rivendicazioni della madre che, contravvenendo agli accordi iniziali, vuole tenersi il figlio dopo averlo tenuto in grembo per nove mesi.
«La nostra inchiesta», ha scritto Michael Cook su BioEdge, «non ha la pretesa di essere un’indagine scientifica». Tuttavia, è emerso che sono in aumento le «donne bisognose nei paesi in via di sviluppo o in paesi economicamente in difficoltà che si accingono a lavorare per coppie gay in cerca di offerte low cost in campo gestazionale».

Un giro d'affari da miliardi di dollari

In questo settore, infatti, l'India rappresenta un affare. «La ragione principale per la quale i pazienti vengono qui dall'estero è il know-how dei nostri centri ma soprattutto i notevoli risparmi sui costi di trattamento», spiega Samundi Sankar, del “Srushti Fertility Research Centre” di Chennai, la capitale del Tamil Nadu, una regione particolarmente povera del Paese. «Qui il costo è un quinto rispetto alla maternità surrogata negli Stati Uniti e in Europa», prosegue. Una convenienza che ogni anno, stando ai pochi e approssimativi dati del Dipartimento della salute indiana, genera un giro d'affari di circa un miliardo di dollari nelle numerose, dalle seicento a mille, cliniche della fecondità presenti nel Paese. «Riceviamo un sacco di richieste da parte di coppie gay di Stati Uniti e Israele», precisa poi Sankar.
Anche Samit Sekhar, del “Kiran Infertility Centre” di Hyderabad prevede un aumento: «Sì, abbiamo un numero considerevole di persone gay che visitano la nostra clinica per avere un bambino utilizzando i servizi delle donatrici di ovuli e abbiamo notato un aumento del numero di coppie omosessuali e single che ci contattano non appena la loro unione viene legittimata nei rispettivi paesi d'origine». Poi spiega: «La nostra clinica è aperta a tutte le persone, siano essi singoli, etero o gay, a noi non importa. Non siamo famosi per essere gay o etero friendly. Siamo solo una clinica specializzata nel trattamento di fertilità correlata».
«Se la legge nel loro paese non ammette il rapporto gay, si presentano come single», spiega invece Himanshu Bavishi del “Fertility Institute “di Ahmedabad. Dal “Surrogacy Centre India”, Megan Sainsbury fanno sapere, invece, che la legalizzazione delle nozze gay non porterà ad un aumento dell'afflusso dei clienti. Jeffrey Steinberg, direttore dell’Istituto di fertilità di Las Vegas e di Los Angeles, spiega invece che nelle cliniche per la fecondazione assistita negli Stati Uniti «sta emergendo un trend prevedibile. Da quando sono stati legalizzati i matrimoni gay siamo stati sommersi dalle richieste di donatori di ovuli e di maternità surrogate».

Nessuna giustizia per Sushma

Poi ci sono le storie. Come quella della donna di 28 anni, già madre di due bambini suoi, morta lo scorso maggio ad Ahmedabad, nello stato indiano del Gujarat, mentre era all’ottavo mese di una gravidanza su commissione portata comunque a termine. Sulla donna, già in coma, è stato effettuato un cesareo al Pulse Women’s Hospital, la clinica della fertilità che l’aveva ingaggiata, e poi è stata mandata a morire in un altro ospedale.
O quella, agghiacciante, di Sushma Pandey, 17 anni, di Mumbay. Celibe, guadagnava 4.500 rupie (circa 66 euro) al mese lavorando in un deposito di rottami. Aveva donato gli ovuli tre volte in 18 mesi alla clinica “Rotunda Center for Human Reproduction”. Due giorni dopo la terza donazione, lamentava forti dolori addominali. È morta il 10 agosto 2010. Al momento della prima donazione, aveva circa 15 anni. A distanza di due anni dalla sua morte, scrive il quotidiano Indian Express, nessuno è indagato dalla magistratura. Il compenso per chi dona gli ovuli è di 25.000 rupie (371 euro). Poiché la Pandey ha donato tre volte, avrebbe dovuto guadagnare 75.000 rupie (1.114 euro). Il denaro però sembra essere scomparso. Come i colpevoli della sua morte.
È una realtà, quella della maternità surrogata, dove si mescolano povertà, sfruttamento e sottomissione a regole patriarcali che trovano nel business della tecnoscienza procreativa un alleato prezioso. Si tratta di donne spesso analfabete, vedove, abbandonate dal marito o spinte a questo “lavoro” dallo stesso capofamiglia.
Jennifer Lahl, che ha curato il documentario Eggsploitation, ha spiegato che la morte di Sushma Pandey è un caso tipico. «Quello che è successo a lei succede ogni giorno a tante donne in tutto il mondo», afferma, «l'industria della fertilità conosce bene la gravità dei rischi per la salute ma si oppone a qualsiasi regolamentazione semplicemente perché questo comprometterebbe i loro profitti». Non a caso, la donna firma sempre una liberatoria che solleva la clinica da ogni responsabilità. Se qualcosa va male, peggio per lei.
Le aperture alle coppie gay, e più in generale alla “libertà procreativa”, dietro il velo ipocrita del progresso, sono legate a doppio filo allo sfruttamento selvaggio di donne povere e indifese. Stupisce, su questo, il silenzio assordante delle femministe di casa nostra, sempre pronte a scendere in piazza per ogni causa ma incredibilmente afone di fronte a questo fenomeno.
Quelli che in Occidente chiamano “diritti civili” sono solo l'ennesima, enorme mostruosità di un mondo che, in nome del business e dei capricci di qualcuno, usa una creatura umana come mezzo invece che come fine. Questo contrasta non solo con ogni etica religiosa ma anche con l'etica laica.