Il ritorno alla lira? Diciamolo chiaramente: sarebbe una follia

29 Luglio Lug 2012 1359 29 luglio 2012 29 Luglio 2012 - 13:59

C’è un sentimento che da mesi sta penetrando nella società italiana. A più livelli cresce l’idea che, per il bene dello stesso Paese, l’Italia dovrebbe uscire dall’eurozona. La moneta unica è odiata, colpevolizzata, offesa. Sia da destra sia da sinistra arrivano nuove spinte che vorrebbero un ritorno alla lira. «L’euro ci ha impoverito», dicono i più. E ancora: «Siamo un Paese forte, non abbiamo bisogno di questa moneta senza futuro». Parole che non solo sono sbagliate, ma che fanno riflettere sulla capacità della società civile italiana di comprendere quali rischi ci siano da un eventuale secessione dall’euro.

I costi di un’uscita dall’eurozona sono impossibili da calcolare. Fino a ora, gli unici studi che sono stati effettuati sono sommari e, tranne in pochi casi, non si sbilanciano sulle cifre. L’unico esempio degno di nota, per ora, rimane quello di UBS dello scorso settembre, prima quindi della ristrutturazione del debito greco. I tre economisti Paul Donovan, Stephane Deo e Larry Hatheway calcolarono i costi di una secessione di un Paese forte e uno debole dalla zona euro. Nel caso fosse la Germania (o l’Olanda o la Finlandia) a uscire dall’euro, il primo anno ci sarebbe una perdita netta compresa fra i 6.000 e gli 8.000 euro procapite. Poi, negli anni successivi, la perdita sarebbe fra i 3.500 e i 4.500 euro procapite per ogni singolo anno, fino a un massimo di sei. «Il Pil tedesco potrebbe contrarsi del 20, forse 25 per cento», spiegavano i tre analisti. Svalutazione della nuova valuta, collasso bancario, depressione del commercio con i Paesi limitrofi e possibili disordini sociali: ecco cosa potrebbe succedere a Berlino. Maggiori sarebbero invece le perdite per una nazione debole come la Grecia. Per il solo primo anno le perdite sarebbero comprese fra 9.500 e 11.000 euro procapite, mentre per gli anni successivi sarebbero fra i 3.000 e i 4.000 euro l’anno. Tanto? Non solo. Troppo.

C’è poi l’aspetto più significativo. Dall’eurozona non si può (ancora?) uscire. Il Trattato di Lisbona non disciplina questa evenienza. Infatti, l’articolo 50 di questo trattato contempla solo la secessione dall’Europa, che non avrebbe senso in alcun caso. Secondo i teorici dell’uscita dall’euro, infatti, questa soluzione dovrebbe essere utile per la svalutazione competitiva della nuova moneta. Un aspetto che, sempre secondo le strampalate idee che stanno prendendo sempre più piede, dovrebbe essere utile a riduzione di debito e incremento della crescita economica. Già, peccato che, con la nuova lira, un Paese come l’Italia non sarebbe esente dagli effetti distruttivi descritti da UBS nel suo paper di quasi un anno fa.

Troppo facile pensare che il ritorno alla vecchia valuta possa risolvere i problemi dell’Italia. Le riforme (quelle vere, dolorose nel breve, utili nel lungo) del mercato del lavoro e delle pensioni sarebbero possibili con la lira? Il Pil crescerebbe con la nuova lira? Il debito scenderebbe stabilmente e strutturalmente sotto quota 60% del Pil come richiesto dal Fiscal Compact con la nuova lira? I tanto celebri “speculatori internazionali” soccomberebbero di fronte alla nuova lira? Il settore manifatturiero italiano sarebbe più competitivo con la nuova lira? Le banche italiane sarebbero più solide con la nuova lira? La risposta a tutte queste domande è tanto scontata, quanto superflua.

La prossima settimana la Banca centrale europea (Bce) renderà forse note le misure straordinarie che faranno prendere tempo all’eurozona. Acquisto di bond di Spagna e Italia, nuove operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-Term refinancing operation, o Ltro), taglio dei tassi di rifinanziamento e sui depositi overnight, più altre possibilità, come quella dell’acquisto di bond corporate direttamente dalle banche della zona euro: le possibilità sono tante e tutte nelle corde della Bce.

La Germania, che non vuole una distruzione dell’euro, lo sa, ma vuole evitare che si arrivi alla paradossale situazione in cui lei stessa è il prestatore di ultima istanza dei Paesi meno virtuosi, come la Grecia. A nessuno conviene una disgregazione, proprio perché i costi sono impossibili da quantificare. A livello politico, sociale, economico e finanziario, nessun Paese vuole sperimentare il crollo totale dell’eurozona. Capirlo sarebbe già un buon punto di partenza.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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