Balle su balle, quanto a lungo il mondo dei social media riuscirà a restare credibile?

30 Luglio Lug 2012 1727 30 luglio 2012 30 Luglio 2012 - 17:27

L'esperienza di prenotare un ristorante su Tripadvisor è di quelle esemplari. Ora molte recensioni sanno di finzione lontano un chilometro. Scritte con linguaggi poco credibili, aggettivi da comunicato stampa, spesso la foto che le accompagna è di improbabili luoghi esotici anziché di persone in carne e ossa. Magari è diventata una moda usare foto di spiagge tropicali o di mari cristilini anziché metterci la propria faccia in qualche forma. Faccio una veloce verifica fra i circa 650 contatti che ho su Facebook e vedo che la stragrande maggioranza usa come foto la propria faccia. Il sospetto che i ristoratori e gli albergatori abbiano scoperto il pezzo si fa sempre più concreto. Ora, per leggere la valutazione di un ristorante, devo leggere molte più recensioni di prima per farmi una seppur vaga opinione. La gran parte le scarto perché, non ho prove per affermarlo in maniera apodittica, ma l'odore di falso si fa sempre più forte. 

Unisco questa esperienza a quanto raccontato su Linkiesta da Paolo Bottazzini sul non-dibattito sui finti follower di Grillo. Ricorda infatti l'ottimo Bottazzini che «il fatto che esistano falsi profili di follower, e che siano pure tanti, è un fatto ben noto a tutti coloro che lavorano nel meraviglioso mondo del digitale: basta cercare su Google “acquistare follower” per farsene un’idea». Un nostro blogger, Daniele Buzzurro, ha sollevato un dibattito su quanto siano finti i Trending topics di Twitter. Un finto editoriale di Bill Kellner sul New York Times ha avuto una diffusione incredibile sui social prima che emergesse che era finto, tanto da coniare il termine «social hoax» ovvero "bufala social". Un twit di un nome affermato come Sandro Ruotolo spinse tutti a pensare che l'uomo fermato subito dopo l'attentato di Brindisi fosse il colpevole e l'innocente rischiò il linciaggio. Ogni giorno la Rete è piena di balle, lo sappiamo, ma i social non sono la Rete. Come dice un amico alla Fondazione Ahref «la Rete era solo la brutta copia del digitale, sono i social che hanno cambiato il gioco». Viene in mente quello che dicevano gli ottimisti anni fa: «su Twitter sei sincero con gli sconosciuti, su Facebook menti agli amici». 

Certo, i massmediologi spesso usano una distinzione fra mentire, dire il falso sapendo di farlo, e ingannare, dire il falso senza saperlo. E ovviamente non si intende qui dire che i social media siano di per sé menzogneri o ingannevoli. Rispecchiano semplicemente la natura umana, e quando sono mendaci, non hanno nulla da invidiare a giornali e televisione. Come tutte le novità, a una prima fase spontanea, ne segue una organizzata e con essa i meccanismi di verità si modificano.

Come coi giornali, non posso leggerne solo uno per capire quello che accade. Come con tutti i media, esistesse una verità sola, non ci sarebbero bisogno di tante testate. Quando lavoravo in televisione a Londra alcuni colleghi mi raccontarono che una delle prime regole era che tutto doveva sembrare spontaneo, per quanto tutto, allo stesso tempo, dovesse essere assolutamente prefrabbricato (come mai nei titoli di testa di alcuni reality, che dovrebbero essere il massimo della spontaneità, mi è capitato di leggere i nomi di decine di autori?). Troppi soldi sono in ballo per permettersi il lusso di essere davvero spontanei e per potersi permettere errori, potenzialmente disastrosi, indotti da tanta disinvoltura, ma la tv funziona solo se sembra spontanea.  

I media tradizionali vivono da anni una crisi di credibilità che li fa figurare in basso alle classifiche. E, a differenza dei social, sono controllati da editori che hanno degli interessi. In fondo però Twitter e Facebook sono dei media (più social media Twitter, più social network Facebook), con la differenza che sono "social". Una volta che i grandi interessi, che muovono quella parte di finta informazione che in realtà è comunicazione mascherata, avranno ben capito come usare i nuovi media, quanto ci metteranno questi a raggiungere la credibilità di quelli tradizionali in questa guerra all'ultima balla? O meglio: quanto il successo commerciale dei social sarà un grave danno, se non la fine, della loro credibilità?