Il nuovo video di Sara Tommasi: così noi professionisti dell’informazione possiamo uccidere

3 Agosto Ago 2012 0808 03 agosto 2012 3 Agosto 2012 - 08:08
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Gira un video di Sara Tommasi. Un nuovo video che raffigura una starlette in caduta libera, salita sul palco barcollando in un locale del Nordest, senza spiccicare parola giusto in tempo per farsi cantare “faccela vedè, faccela toccà” e altre amenità. L’ingresso, dice la pagina facebook del locale, costava 8 euro.

Schermata 2012 08 03 A 09

Non mostrerò questo video e non metterò nemmeno un link, perchè non c’è proprio niente da mostrare e mi piacerebbe tanto che il video in questione non finisse in colonnine colorate o boxini morbosi di giornali on line. Perchè al fondo di tutti i pettegolezzi, delle dichiarazioni che l'hanno resa famosa, dei calendari e di tutto il resto, Sara Tommasi è una persona. Una persona che non sta bene, e si vede proprio a occhio nudo, senza stare a perdere tanto tempo in diagnosi complesse. 

No, non penso che sia compito nostro, della collettività, farsi carico di Sara Tommasi. Non chiederò a nessuno di aiutarla. Ma a tutti toccherebbe di lasciarla in pace, di evitare di invitarla nei locali a farsi gridare che è una troia o a farsi chiedere sul palco: “ma come ci si sente a girare un porno?”, mentre lei sembra davvero su un altro pianeta.

Possiamo e dobbiamo concederle l'onore dell'oblio, della dimenticanza e dell'anonimato che è un balsamo per certe vite che alla notorietà si immolano senza una ragione. Se poi Sara vorrà distruggersi, sarà un atto della sua libertà. Ma fino a quando qualcuno la prende per mano, sbronza e fatta, e la porta su un palco, la “libertà” è solo una bella parola, ma non serve a descrivere quella realtà. Lasciamo Sara al suo agosto di comparsate da brividi, lasciamo che qualche maniaco da presa diretta metta i suoi video su Youtube, e lì lasciamoli, per favore. Sara sta male, è un suo diritto stare male senza che nessuno se ne approfitti. Su questo dovremmo essere davvero tutti d’accordo, prima: evitando (come si fa in questi casi) di gridare scandalizzati e moralizzanti dopo.