510 euro per una bottiglia di vino. E se poi ti fa schifo?

13 Agosto Ago 2012 1401 13 agosto 2012 13 Agosto 2012 - 14:01
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L’arte di degustare il vino non mi appartiene.
L’ho capito anni or sono, durante l’università, quando io e le mie amiche ci siamo iscritte ad un corso gratuito per studenti: quattro o cinque assaggi a botta alle sei del pomeriggio e tutto quello che ne abbiamo ricavato è stata una letterina d’amore, scritta ad un giovane e piacente viticoltore dopo l’ennesimo bicchierino. Va da sé che il profumo di siepe di bosso dopo una fine pioggerella in una tiepida giornata d’autunno non l’abbiamo mai sentito.
Giusto ieri ho avuto conferma che, nel febbraio del ’76, la musa del vino era in tutt’altre faccende affaccendata.

Visita ad uno dei millemila Châteaux a nord di Bordeaux, con conseguente degustazione. Provo il primo vino e, senza dubbio per una fortunata coincidenza, penso le stesse cose della guida: acido blablabla, tannini blablabla. Attacco il secondo – in teoria migliore – e dico al mio compagno, senza mezzi termini, “a me fa un po’ cagare”. Esco e scopro il prezzo della bottiglia: 95 euro.
Mentre mi congratulo con me stessa per il mio palato sopraffino, penso “però che fregatura, magari spendi cento euro e quei 75 cl non ti mandano nemmeno lontanamente in sollucchero”.

Va beh, già che ci sono, da vera intenditrice in un negozio di vini, decido di comprare i due articoli di maggior pregio – un quaderno con la foto di un cane travestito da Andy Warhol e un libro umoristico sul vino – e mi metto in coda alla cassa.
Lì scopro che il tizio davanti a me sta acquistando – volontariamente e senza nessuna pistola puntata alla tempia – una magnum di Châteausailcavolo da 510 euro e io mi dico che, ok, un vino da 510 euro nella mia bocca sarebbe come dare perle ai porci, ma – mi chiedo – tale vino è veramente buono o ci si autoconvince che lo sia a causa del prezzo?
Agli intenditori l’ardua sentenza.

Non si parla di vino come di una pressa idraulica […] Il vino ha un suo vocabolario preciso, che dà un grande spazio alla poesia. E, di conseguenza, l’umanità si può classificare in due grandi famiglie. Quelli che sanno parlare del vino e quelli che non lo sanno fare. Ascoltiamo coloro che sono capaci […] Sanno che il vino non ha un odore, bensì degli aromi. Che non sono mai basici, ma evocano di volta in volta la freschezza dei mattini brumosi d’autunno, l’acidità di una caramella inglese […] Intanto quelli che non se sanno parlare hanno già finito il loro bicchiere. E ne domandano ancora, accontentandosi di dire “che è buono”. Quels cons!
(Petit Dictionnaire Absurde & Impertinent de la Vigne et du Vin, Jean-Pierre Gauffre)

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