Paglia, il ministro vaticano della famiglia parla una lingua nuova sulle coppie di fatto

7 Febbraio Feb 2013 1010 07 febbraio 2013 7 Febbraio 2013 - 10:10

Per alcuni è stata una tempesta in un bicchier d’acqua. Per altri la svolta radicaloide di un vescovo santegidino. A mio parere non è stata né l’una, né l’altra, ma molto di più. Per capire cosa è accaduto attorno alle parole di monsignor Vincenzo Paglia sulle coppie di fatto, però, bisogna ripercorrere gli eventi con particolare attenzione ai dettagli, alla tempistica, alle parole pronunciate e a quelle taciute.

Sala stampa della Santa Sede, lunedì quattro febbraio. Mons. Paglia, un passato come assistente spirituale della comunità di Sant’Egidio, ora “ministro” vaticano della Famiglia, presenta in conferenza stampa gli atti dell’incontro internazionale delle famiglie presieduto dal papa l’anno scorso a Milano. Ribadisce concetti assodati come la necessità di sostenere maggiormente le famiglie in un momento di crisi economica, la contrarietà della Chiesa cattolica ai matrimoni omosessuali (“Sarebbe una Babele”), il sostegno della Santa Sede ai vescovi francesi impegnati nel contrasto al mariage pour tous francese. Poi butta lì parole nuove. Sottolinea che le “convivenze non famigliari” sono ormai “molteplici”, afferma che è “ovvio” che “ci siano diritti individuali da garantire” visto il “moltiplicarsi” delle coppie di fatto, conclude che, di conseguenza, l’individuazione di “soluzioni di diritto privato e prospettive patrimoniali” è “un terreno che la politica debba cominciare a percorrere tranquillamente”. Apriti cielo.

Tra i giornalisti presenti scattano le domande, i dubbi, le richieste di chiarimento. Ai più non sfugge che in Italia è tempo di campagna elettorale e la comunità di Sant’Egidio è implicata a fianco di Mario Monti. Quel Monti che più volte ha ribadito di essere “personalmente” contrario alle nozze gay, aggiungendo però – dettaglio che fa increspare la fronte di qualche porporato – che su queste materie di “coscienza” è il Parlamento a doversi esprimere. Quel Monti che, ieri, ospite delle Invasioni barbariche di Daria Bignardi, ha aggiunto: “Io sono per il rafforzamento dei diritti civili delle coppie omosessuali”, ce ne sono “alcuni, ma ne vorrei di più”, e quanto al matrimonio e alle adozioni per coppie dello stesso sesso, si tratta di temi collocati “più in là”, sia nel tempo che “nel grado di sensibilità”. Sia il leader del Pd Pierluigi Bersani che il suo alleato Nichi Vendola, peraltro, hanno detto chiaramente che, se vinceranno le elezioni, affronteranno la questione. E addirittura Silvio Berlusconi ha lasciato intendere che sui diritti alle coppie gay si possono fare passi avanti. La prossima legislatura, insomma, potrebbe vedere la nascita di una legge sulle coppie di fatto. E il presidente del pontificio consiglio per la Famiglia non chiude la porta.

Qualcuno oltre le mura Leonine frena, qualcun altro minimizza. Lo stesso monsignor Paglia ha accolto con una certa apprensione il rischio che le sue parole siano lette come un’apertura ai diritti tout court delle coppie di fatto e non – come ha invece detto chiaramente – ai diritti “individuali” dei suoi componenti. Nelle ore successive alla conferenza stampa, da più parti viene citato il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei ai tempi dello scontro tra episcopato e governo Prodi sulla proposta di legge sui DiCo. Anche Ruini parlò, come alternativa alla proposta di legge promossa da Rosy Bindi (e scritta da Renato Balduzzi, all’epoca capo dell’ufficio legislativo della presidente Pd, poi ministro della Salute e ora candidato montiano), di riconoscere i diritti individuali delle coppie di fatto. Ma basta andare a rileggere la prolusione pronunciata dal "cardinal sottile" il 18 settembre 2005, in piena battaglia campale sui DiCo, per scorgere una distinzione minuziosa ma corposa: per “dare una protezione giuridica ai rapporti reciproci – disse il porporato emiliano – esiste anzitutto la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni. Qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate – aggiunse Ruini – eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell’ambito dei diritti e doveri delle persone”. Giuridicamente Paglia ha detto la stessa cosa di Ruini. Politicamente no

L’esponente vaticano ha sostanzialmente cancellato il “qualora” con il quale Ruini tentava di tenere il Parlamento lontano da questa materia, accertando che il problema esiste, che il diritto comune, magari perché disapplicato, non basta e che la “politica” se ne deve occupare. Parole non certo rivoluzionarie, eversive o in contrasto col magistero ecclesiale. Ma parole non casualmente mai pronunciate dal predecessore di Paglia al pontificio consiglio per la Famiglia, il cardinale Enzo Antonelli, né tanto meno dal presidente precedente, il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, protagonista, all’epoca dei DiCo, di un gelido incontro riservato con Rosy Bindi in Vaticano.

Martedì i giornali italiani danno la notizia con un certo rilievo. Repubblica, forzando il concetto, sbatte in prima pagina il titolo “Prima apertura nella Chiesa. Diritti alle coppie gay”. E mons. Paglia rilascia ben due interviste ai media vaticani: una all’Osservatore romano, l’altra a Radio vaticana. Per smentire? Certo che no. Il ministro vaticano della famiglia accenna appena al nodo delle unioni civili (“Si fa confusione tra matrimonio per tutti, coppie di fatto che vogliono essere de iure…”), ma non torna sul polverone nato dalle sue parole. La correzione arriva solo mercoledì, in una seconda intervista che Paglia rilascia, sempre a Radio vaticana, in occasione dell’approvazione della legge sulle nozze gay in Inghilterra. “Le mie parole – afferma – sono state deragliate dai media”. Perché attendere quarantotto ore per una smentita? Semplicemente perché non c’è smentita. In segreteria di Stato sono arrivate, dopo la conferenza stampa di lunedì, alcune rimostranze e proteste. E i collaboratori del Papa hanno deciso di rassicurare gli animi più allarmati, sì, ma senza fretta.

Aprire la porta, anche in Italia, ad una legge che riconosca i diritti individuali delle coppie di fatto, comprese quelle omosessuali, sarebbe, del resto, la quadratura del cerchio. Il Vaticano vedrebbe garantita l’unicità (peraltro costituzionale) della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e la politica troverebbe una mediazione non dilacerante su un problema divenuto sempre più pressante. Chi ha puntato in queste ore a minimizzare l’apertura di Paglia o, al contrario, ad additarlo come scheggia impazzita che con la sua uscita si è giocato la porpora cardinalizia, punta allo status quo. E, guardando il dito anziché la luna, dimentica che la questione delle coppie gay è ormai inaggirabile, come dimostrano le iniziative degli ultimi tempi che, ben oltre i confini italiani, hanno assunto il socialista Francois Hollande in Francia, il conservatore David Cameron nel Regno Unito, il democratico Barack Obama negli Stati Uniti, nonché un crescente numero di parlamenti in diversi paesi latino-americani. Quanto all’Italia, l’epoca del cardinale Ruini è tramontata. E non solo perché proprio la settima scorsa la Cei lo ha sollevato dal ruolo di presidente del Progetto culturale dell’episcopato italiano, l’ultimo incarico che gli era rimasto dopo il pensionamento dalla presidenza Cei e dal Vicariato di Roma. Ma perché è cambiato, più profondamente, il complessivo quadro ecclesiale e politico del Belpaese. Anche grazie al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che proprio nel giorno della conferenza stampa di monsignor Paglia si è accomiatato con commozione dal papa in un concerto offerto dall'ambasciata italiana presso la Santa Sede in Vaticano. Come ha acutamente notato lo storico Alberto Melloni, si sono moltiplicate, in questi anni, “voci della Chiesa” rimaste a lungo in silenzio, e “tutti continuano a far riferimento a Napolitano, per una ragione o per l'altra. E forse il merito maggiore del capo dello Stato è, paradossalmente, aver fatto uscire allo scoperto quelle tante voci: che fra loro ve ne siano alcune che guardino a destra è normale; che non si sentano solo quelle è un bene”.