Joseph Ratzinger, il conservatore che ha rivoluzionato la Chiesa

14 Febbraio Feb 2013 0750 14 febbraio 2013 14 Febbraio 2013 - 07:50

C’è qualcosa di osceno – canonicamente, storicamente, teologicamente osceno – nelle parole con le quali il cardinale Stanislaw Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II, ha accolto, a caldo, la notizia delle dimissioni di papa Benedetto XVI. “Non si scende dalla croce”, ha dichiarato ad una radio il porporato polacco, con chiaro riferimento al fatto che Giovanni Paolo II, pur malato, lui no che non si era dimesso, perché un pontefice romano – è l’idea sottintesa – non si dimette, mai. Dziwisz poi ha rettificato. Ma, intanto, il sasso era lanciato nello stagno, e le onde – di fango – si infrangevano sul palazzo apostolico che per quasi un trentennio lo aveva ospitato.

E invece il vescovo di Roma può dimettersi, eccome. Il codice di diritto canonico stabilisce, al comma due del canone 332, che “nel caso che il romano pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata”, come ha fatto Benedetto XVI leggendo, lunedì scorso, un testo autografo in latino firmato “die 10 mensis februarii MMXIII” ai cardinali riuniti in concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione di alcuni beati. “Non si richiede invece – precisa il diritto canonico – che qualcuno la accetti”.

Papi, inoltre, si sono già dimessi nel corso della storia, dal citatissimo Celestino V ai meno citati Gregorio XII, Benedetto XIII e Giovanni XXIII che, regnanti contemporaneamente e residenti, rispettivamente, a Roma, Avignone e Pisa, furono costretti a lasciare il passo a Martino V, regolarmente eletto al concistoro che si svolse a inizio del Quattrocento a Costanza. Tanto più ha diritto a dimettersi un pontefice di un evo contemporaneo nel quale l’età media avanza e i compiti di governo si complicano. Tanto più può farlo un papa che, nel pieno delle sue facoltà e della sua autorevolezza, dichiara, come ha fatto il 264esimo successore di Pietro Benedetto XVI, nel libro-intervista Luce del mondo con il giornalista tedesco Peter Seewald, che “quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in talune circostanze anche il dovere di dimettersi”.

Un pontefice romano, infine, è scelto non già dai cardinali, ma dallo Spirito santo che ispira gli elettori riuniti in Conclave. E il potere affidato dallo Spirito santo non è delegabile come il potere costituzionalmente delegato dagli elettori di una democrazia ai loro rappresentanti. Se aberrazione teologica si è verificata, in questi anni, è quella di chi – pare sia accaduto sotto Giovanni Paolo II – in nome e per conto di un pontefice, ha amministrato abusivamente quel potere, gestendo carriere, esercitando influenza, decidendo nomine che il papa, forse, ha avallato appena. Del resto, si narra che, con l’avanzare dell’età e lo scemare delle energie, il preposito generale dei gesuiti Peter Hans Kolvenbach, consuetudinariamente in carica fino al momento della morte, tentò più volte – sulla scia del predecessore Pedro Arrupe, che quella consuetudine aveva interrotto ritirandosi a vita privata – di rassegnare le dimissioni nelle mani di Giovanni Paolo II. Ma qualcuno gli oppose un irremovibile rifiuto. Se il “papa nero”, come è soprannominato il superiore della Compagnia di Gesù, si fosse dimesso – fu il ragionamento – qualcuno avrebbe chiesto le dimissioni dell'anziano papa bianco. Quel qualcuno non era Karol Wojtyla, ma Stanislaw Dziwisz, evidentemente più affezionato alla indimissionabilità del pontefice di quanto fosse il pontefice stesso.

Il vicario di Cristo, dunque, può scendere dalla croce. Anche perché non sta in croce. In croce ci sta Cristo. Quanto al suo vicario – come ha spiegato Benedetto XVI nell’ultima messa pubblica in occasione del mercoledì delle ceneri – ha l’alternativa “tra potere umano e amore della croce”. Ratzinger ha scelto il secondo, snobbando il primo.

Una scelta che ha inviperito vasti settori delle gerarchie ecclesiastiche, alle quali il cardinale Dziwisz ha dato voce, e solo in parte. A gettare molti alti prelati nello sconforto non è tanto il fatto che dalle 20 e un minuto del 28 febbraio 2013 Benedetto XVI non sarà più papa. Troppi incidenti, troppi malcontenti, troppi nemici ha avuto Joseph Ratzinger in questi anni per credere ad un genuino rammarico per il suo “gran rifiuto”. Il punto è un altro. Dimettendosi, Benedetto XVI – sul cui Pontificato, luci ed ombre, gli storici potranno esprimere giudizi più completi di quelli che fioccano in questi giorni – ha colpito al cuore una certa idea del papato e della Chiesa. Ha destabilizzato l’istituzione, ha desacralizzato il ruolo, ha abbattuto, in un colpo solo, la Chiesa trionfante e politica dell’era Wojtyla. “Siamo tentati di considerare come trionfalismo la gioia di essere chiamati da Dio”, ha detto Benedetto XVI nella visita al Seminario romano maggiore avvenuta solo pochi giorni prima l’annuncio delle sue dimissioni. “Sarebbe tale se pensassimo che Dio mi ha voluto per le mie qualità, invece mi ha voluto per il suo amore”. Parole impolitiche, parole evangeliche, parole attraenti. So di cardinali infuriati per la decisione del papa di dimettersi. Conosco non credenti che, dopo quelle dimissioni, vogliono andare a messa. Sta forse in questo iato il senso della rivoluzione compiuta dal conservatore Joseph Ratzinger.