Long Kesh, l’ex carcere diventa un centro per la pace?

29 Aprile Apr 2013 2144 29 aprile 2013 29 Aprile 2013 - 21:44

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Fino a pochi anni fa la gigantesca area di Maze-Long Kesh, alle porte di Belfast, ospitava una delle carceri più famigerate d’Europa ed era sinonimo di dolore e repressione. La sua storia resta inscindibilmente legata allo sciopero della fame che portò alla morte Bobby Sands e altri nove giovani irlandesi che reclamavano lo status di prigionieri politici. Ancora oggi, quei 140 ettari di terreno pubblico ormai in stato d’abbandono rimangono il simbolo più eloquente del conflitto anglo-irlandese, ma rappresentano anche un’opportunità unica per chiudere i conti con un passato tragico, costruendo finalmente una memoria condivisa per il paese. Il dibattito sulla riqualificazione dell’area dura da oltre un decennio ma tutti i progetti sono stati finora vanificati dalle divergenze apparentemente inconciliabili circa i modelli da seguire. I repubblicani indipendentisti vorrebbero ricalcare l’esperienza di Robben Island, il carcere dove fu imprigionato Nelson Mandela, che dalla fine dell’apartheid è diventato un museo sulla storia del Sudafrica democratico. Una parte della galassia unionista protestante teme di vedere Long Kesh trasformato in un luogo di rievocazione della memoria per i combattenti dell’I.R.A. e preferirebbe una soluzione analoga a quella adottata per il carcere tedesco di Spandau, il luogo di detenzione dei gerarchi nazisti che è stato completamente demolito per far posto a una grande area commerciale. Ma l’ipotesi di una rimozione della memoria appare destinata a cadere nel vuoto adesso che il governo nordirlandese - guidato dal protestante Peter Robinson - ha dato il via libera definitivo a un ambizioso progetto di riqualificazione firmato dal famoso architetto statunitense Daniel Libeskind. Un’operazione dai costi complessivi stimati intorno ai 300 milioni di sterline, la cui parte più affascinante è rappresentata senza dubbio dal grande centro internazionale per la pace e la risoluzione dei conflitti che mesi fa ha ricevuto anche un cospicuo finanziamento europeo nell’ambito del programma Peace III.

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Già autore di opere che hanno legato l’architettura alla storia tragica del XX secolo - come il museo ebraico di Berlino -, tra gli artefici della rinascita di Ground Zero, Libeskind è già noto in Irlanda del Nord per aver contribuito al recupero dell’area della vecchia stazione di polizia di Andersonstown, nel cuore del ghetto repubblicano di Belfast ovest. Il centro disegnato dal noto architetto nascerà dalla riconversione degli edifici dell’ex carcere che non sono stati ancora demoliti, cioè i famigerati blocchi H dove si trovavano le celle dei prigionieri, la torre di controllo e l’ospedale della prigione, il luogo dove Sands e i suoi compagni esalarono l’ultimo respiro. I repubblicani hanno assicurato che sarà rispettata la memoria di tutte le fazioni del conflitto, dunque anche quella dei protestanti, senza scordare il pesante tributo di sangue pagato durante il conflitto dalla polizia penitenziaria.
Raymond McCartney ha trascorso 17 anni della sua vita nelle celle di Long Kesh. Nel 1980 rifiutò il cibo per 53 giorni prendendo parte al primo sciopero della fame, quello che si concluse senza morti. Adesso è un parlamentare eletto nelle liste del Sinn Féin e non ha dubbi: “questo è un luogo unico che è già da tempo un’attrazione per i visitatori di tutto il mondo. Noi ex prigionieri repubblicani siamo sempre stati favorevoli a una riconversione che ne massimizzasse il potenziale economico e storico, e favorisse al tempo stesso la riconciliazione. E siamo convinti che per chiudere le ferite del passato vadano rispettate le diversità e le storie differenti di ciascuna parte in causa”. Anche Jude Collins, anziano giornalista di Belfast, la pensa allo stesso modo. “Non c’è alcun rischio che Long Kesh diventi un tempio del terrorismo. D’altra parte, chi fece lo sciopero della fame non è ricordato per quello che aveva fatto prima di finire in carcere. Ai visitatori sarà ricordato lo straordinario coraggio di quei dieci uomini che preferirono morire piuttosto che essere riconosciuti come criminali comuni”.