Congresso PD: restaurazione o rivoluzione

19 Maggio Mag 2013 1124 19 maggio 2013 19 Maggio 2013 - 11:24

Oggi pubblichiamo un contributo di Davide Serafin (http://yespolitical.com), che ringraziamo. Riflettori sul PD e sul rapporto dirigenti/giovani...

 

L’immagine della sconfitta della segreteria Bersani è senza ombra di dubbio quella sgranata dello streaming con i rappresentanti del Movimento 5 Stelle: un ormai stanco politico emiliano, poco propenso alla comunicazione, fondamentalmente neanche troppo libero di fare le scelte che vorrebbe fare, che chiede voti gratis a inesperti fan di un Comico. Ce n’è abbastanza per alimentare il surrealismo dei fratelli Coen, o per un racconto di Calvino.


Per comprendere appieno i guai odierni del Partito Democratico bisognerebbe fare un viaggio a ritroso nel tempo e tornare al 2009, anno fra i più cupi del berlusconismo. Durante l’estate si consumò il congresso e a contendersi la segreteria vi erano tre candidati: Pierluigi Bersani, Dario Franceschini - segretario uscente ed ex vice segretario di Walter Veltroni - e il chirurgo Ignazio Marino. Le regole congressuali prevedevano un primo dibattimento all’interno dei circoli e una fase finale con le primarie per la scelta del segretario e candidato premier, un voto aperto agli elettori. Il voto non fu un voto ribelle e premiò l’ex Ds Bersani. Che aveva messo al centro della sua proposta politica la riapertura del cantiere progressista, abbandonato ai tempi di Veltroni, e un non meglio specificato allargamento al centro, all’epoca presidiato dall’UDC di Pierferdinando Casini. Bersani non aveva mai apertamente parlato di un’alleanza con l’UDC. Questa difficoltà a parlare la lingua della verità diventò, nel prosieguo, il paradigma di tutta la sua storia politica da segretario. Ed è infine l’emblema di un partito che possiede fin dalla fondazione un vizio di forma, un difetto di costruzione. Questo difetto risiede nella comunicazione politica del PD ed è la ragione principale che ne determina l’immagine pubblica, in parte affetta dalla sindrome unionista (nel senso dell’Unione di Prodi, un coacervo di partiti classici e partiti personali, un caleidoscopio di molte facce, molte parole, spesso in contrasto fra loro). Esempi? Ricordate Enrico Letta, l’attuale presidente del Consiglio, affermare che Berlusconi ha diritto di difendersi da e nel processo? E’ un’opinione che può essere espressa dal vice segretario del partito che ambiva a competere contro Berlusconi per il governo? No, e infatti questo tipo di comunicazione costantemente fraintesa è costato un capitale di voti, fuggiti come in un’emorragia che nessun medico di partito poteva prevedere, fra Gennaio e Febbraio 2013.


L’analisi sistemica metterebbe in evidenza come il PD non abbia un’istanza di riferimento, un gruppo di interesse chiaro e univoco verso cui rivolgersi, e pertanto esso non sarebbe in grado di selezionare un quadro di domande unico. Il PD non sa a chi rivolgersi, ne consegue che non è in grado di organizzare una proposta politica chiara. Parti del partito guardano a determinati ceti sociali (cattolici conservatori, media e grande industria); un’altra parte parla la lingua del progressismo di sinistra. Due mondi in antitesi fra loro. Non essendoci alcun lavoro di selezione e sintesi primaria, la proposta politica che ne scaturisce non può che essere confusa, inadatta a essere sintetizzata nella necessaria mediazione simbolica.


Sono problemi noti. Il congresso del 2009 doveva costituire l’ultima occasione per metter mano alle incongruenze di una fusione di partiti, l’atto originario e innovativo della fondazione del PD. Nessun partito aveva mai accettato la propria scomparsa per “fusione”. I Ds e la Margherita sì - salvo poi scoprire tempo dopo che le rispettive strutture rimanevano in carica in una sorta di letargo silente ma economicamente dispendioso, se è vero che i due ex partiti hanno intascato i rimborsi elettorali per diversi anni dopo la loro dipartita.


Il segretario non si è mai preoccupato di gestire la sintesi. Anzi, ha spesso lavorato, almeno sino a tutto il Settembre 2012, per soffocare la discussione e per rendere i luoghi della deliberazione interna completamente depotenziati in termini decisionali. Le linee guida del partito sono state gestite, sino alla scorsa settimana, nel celebre Caminetto, una sorta di conclave per i capicorrente e importanti presidenti di Regione. Mentre la luce dello streaming pubblicizza luoghi ameni, un tempo centrali nei meccanismi, come la Direzione Nazionale e l’Assemblea, la segreteria Bersani ha creato luoghi di privatezza in cui consolidare decisioni da sottoporre ai vuoti organismi partitici. La recente elezione di Gugliemo Epifani quale successore del dimissionario Bersani, ha seguito come un canovaccio il medesimo percorso di formazione: consegnato come unico candidato ad un’Assemblea dimezzata e svuotata, la sua elezione è stata venduta ai giornali come fondata su un consenso bulgaro, ma è in realtà stata il risultato di consultazioni informali, di riunioni nottetempo, di speculazioni e veti incrociati giunti alla luce del pubblico con uno stillicidio di retroscena che ha fatto unicamente la felicità degli editorialisti dei grandi quotidiani.


La sintesi, nella prassi bersaniana, è stata interpretata nel senso dell’assoggettamento in cambio di qualcosa. Una prassi intrisa di un eccesso di realismo politico. Con i 5 Stelle la contropartita erano gli otto punti, ma i grillini in quest’ottica non potevano metter becco nella formazione del governo. La successione di Epifani è stata ottenuta in cambio della scissione fra la figura del segretario di partito e quella del candidato premier, ovvero uno dei perni sui quali è stato fondato il partito medesimo. In questo senso, Bersani, e il gruppo dirigenziale che rappresenta, ha scelto non di dimettersi e sparire, ma di sopravvivere al cambiamento (appunto attraverso la reggenza di Epifani). In questa scelta di breve respiro, si nota tutta la preoccupazione circa la propria persistenza come gruppo di potere. Epifani è stato incaricato nel momento in cui gli anonimi architetti del governissimo hanno manifestato l’idea di metter in pratica una vera e propria opera di restaurazione che passerà sotto il nome del congresso a tesi, una versione censurata in cui - è probabile - non vi saranno né primarie aperte né candidati segretario ma solo consultazioni tematiche fra gli iscritti - che evidentemente saranno sempre meno.
Questi progetti di riforma non colgono nessuno degli aspetti indicati come problematici da anni di analisi da parte degli osservatori. Il PD ha un grosso deficit in termini di interazione simbolica con il proprio elettorato. Oltre a non comunicare con esso, a furia di mettere al centro dell’agenda della discussione interna i guasti organizzativi e le beghe correntizie, ne ha fomentato il disorientamento, specie con la scelta di fare il governissimo insieme all’arcinemico PdL. Nell’elaborare i propri simboli, il PD pare abbia difficoltà nel concepire una propria e autonoma comunicazione di significati. Se si propone come simbolo la famiglia, il PD a cosa si riferisce? Alla famiglia nucleare (padre, madre, figlio, figlia) degli anni sessanta? Oppure nel suo orizzonte fenomenico, ammette che una coppia gay sia da considerarsi famiglia? I 5 Stelle parlano specificatamente ad un elettorato giovane, ad un elettorato che vive di lavori precari. Agli esclusi. I 5 Stelle fondano la propria identità sulla opposizione al sistema, ovvero sulla coppia dicotomica casta-anticasta. Il PD, in questa rappresentazione, non può che far parte della prima metà di questa coppia. La non rinuncia al privilegio, all’ipocrisia del finanziamento pubblico dei partiti travestito da rimborso, spinge il PD nell’angolo dello straniamento rispetto alla base elettorale. Mai che si sia levata dai vertici, specie dalla segreteria, l’argomentazione secondo cui questa dicotomia casta-anticasta è una costruzione, non una verità, ed è edificata artificiosamente su una presunzione: che dal popolo possa emergere solo il bene e che tutto il male sia ricompreso nella viziata e iper-protetta congrega dei politici di professione. Non è così. Non è forse nel popolo che si formano e operano le organizzazioni criminali? Non è forse dal popolo che pure provengono i super tutelati eletti della Casta? Il disastro elettorale non è, come è stato detto, dovuto solo all’intromissione di una nuova forza partitica e al sistema elettorale inefficiente, piuttosto è avvenuto perché la crisi economica, dovuta a folli politiche di austerity, ha spinto il consenso verso i partiti che si sono proposti come antitesi ai fautori di quelle stesse politiche. Il PD, pienamente partecipe alle decisioni pro-cicliche del governo Monti, nulla ha fatto per cercare di capire e intercettare quel disagio. Se la sconfitta elettorale è stata giudicata come una non vittoria, la mancanza di percezione rispetto al sistema sociale è allarmante ed è tipica di un’organizzazione che si è chiusa e si è resa autonoma dall’ambiente in cui è inserita.


A nulla sono valse le primarie per i parlamentari, svoltesi in tutta fretta fra il 29 e il 30 Dicembre 2012, con mezza direzione che storceva il naso mentre Bersani spiegava di esserne stato il principale sponsor. Eppure quel tipo di consultazione era stato pensato in forma di risarcimento per la mancata riforma del Porcellum, specie di quella parte della legge elettorale in cui è scritto che le liste dei candidati sono bloccate e definite aprioristicamente dai segretari di partito. Questo merito è stato del tutto dimenticato in campagna elettorale. Anzi, si è fatto di tutto per rendere difficoltoso lo svolgimento delle primarie. In seguito, si è tentato furbescamente di spiegare il caso dei voti ribelli in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica con una presunta inesperienza dei neo-parlamentari, in primis di quelli provenienti dal voto popolare, e della loro incapacità di distinguere fra “il livello istituzionale e il livello politico” delle cariche. Durante la Direzione di fine Aprile, Pierluigi Bersani, nel motivare le proprie dimissioni, così indicava i giovani eletti con le primarie come soggetti indisciplinati e riottosi a seguire le indicazioni della maggioranza, annullando qualsiasi differenza fra il caso della mancata elezione di Franco Marini (sul cui nome il dissenso era stato reso manifesto durante il voto preliminare dei gruppi parlamentari) e il killeraggio di Romano Prodi ad opera dei famigerati 101 anonimi. Nell’impianto argomentativo di quell’analisi, Bersani celava il suo giudizio sul metodo seguito nella scelta dei parlamentari. E’ il metodo delle primarie, era il tacito messaggio, la causa radice dell’indisciplina. Un metodo da non seguire più, foriero di tante sciagure.


Pertanto, se da un lato il PD è privo di strumenti in grado di rafforzare l’interazione simbolica immediata (una ideologia, una storia, un’epica), dall’altro smette di porre in essere momenti per la discussione deliberativa con il più alto grado di partecipazione: di fatto si risolve ad essere un mero comitato di notabili che opera per interessi privati non meglio identificabili, regredisce cioè alla forma del partito propria dell’epoca post-risorgimentale. Tutto ciò mentre là fuori la domanda di partecipazione non è mai stata così alta.


Se, a voi che leggete, queste parole paiono evidenze incontrovertibili, per l’ex segretario del PD così non è stato. Si è lambiccato per due mesi a teorizzare di improbabili alleanze della coalizione PD-Sel con Mario Monti. Mentre il paese è economicamente allo sbando ed affronta la peggiore recessione di sempre, almeno da quando esistono le serie storiche; mentre Bruxelles preme per chiudere la procedura di infrazione per deficit eccessivo ma al contempo concede deroghe generose a Parigi e persino a Madrid, operando quindi una discriminazione palese nel silenzio generale delle istituzioni; mentre l’incertezza e la paura della miseria si stanno mutando in disagio psicoanalitico di massa, il Partito Democratico non è in grado né di raccogliere la domanda sociale, né di tradurla in politiche economiche e perciò rischia, in quanto partito di governo, di dover assistere alla trasformazione della domanda di politiche in rabbia per l’assenza di politiche. Ha buon gioco Enrico Letta a dire che il suo governo non è il suo governo ideale. Ma questa giustificazione non è affatto sufficiente a garantirgli la prescrizione delle accuse che sono rivolte a tutto il gruppo dirigente del PD.


E’ scontato affermare che, rimanendo immutata la legge elettorale, la censura delle primarie cancella definitivamente ogni possibilità per gli elettori di incidere sui destini della politica. Difendere le regole del congresso 2009, migliorandole nel senso di un maggiore coinvolgimento dal basso, significa tenere in vita le opportunità per il paese di uscire dallo stallo in cui si trova. Rispondere alla domanda di partecipazione con una chiusura, è estremamente pericoloso. L’analisi sistemica sostiene che, in tal caso, l’entropia del sistema politico è massima e il disordine è inevitabile. Se i corpi intermedi - partiti e sindacati - si chiudono su sé stessi sottraendo il proprio corpo dirigenziale alle domande dell’ambiente sociale e alla richiesta di cambiamento, di fatto bloccano il sistema. Il quale, a sua volta, metterà in opera anticorpi che opereranno per rimuovere il blocco e sostituire - più o meno violentemente - l’élite che governa il meccanismo di allocazione delle risorse. In tal senso, tutti i partiti antisistemici rispondono a tale requisito. Pertanto apertura e partecipazione sono le buone pratiche che possono evitare - o mitigare - il disordine. Chi la nega è mosso unicamente dall’intento di preservare la propria posizione dominante, ignaro che tanto più si resiste al cambiamento, tanto più grande sarà la forza di reazione proveniente dall’ambiente sociale.


Il PD non può confrontarsi con il Movimento 5 Stelle sul tema della partecipazione semplicemente negandola. Ed evocarla non ha niente a che fare con l’utopia tecnocratica che i fan del Comico chiamano ‘democrazia diretta’ e che è invece una sorta di plebiscito continuo in cui la discussione è messa ai margini e la partecipazione è ridotta a mera collezione di click. Il valore delle primarie è anche fortemente identitario.

Le primarie implicano il dover recarsi al seggio, implicano il dover incontrarsi, il dover ascoltare comizi e dibattiti, in pubblico, all’aperto, in luoghi reali, in piazze, in teatri, laddove è possibile imbattersi in altri come noi o diversi da noi, laddove è possibile riconoscersi e identificarsi. Hanno, per così dire, un innegabile valore simbolico.
Già nel 2009 dalla pancia del PD si muovevano anticorpi contro la persistenza del gruppo dirigente che aveva già fallito alcuni appuntamenti elettorali e che storicamente è responsabile della mancata rimozione dell’anomalia berlusconiana. Quel gruppo di potere è riuscito a sopravvivere sinora, prima muovendosi nei cavilli delle regole dello Statuto del PD, poi operando apertamente per modificare tali regole nel senso della esclusione e del maggiore controllo possibile sugli eletti. Questa prassi è pura restaurazione. Ma chi opera in tal senso non ha fatto i conti con chi lascia fuori dal recinto. Una massa civile che preme per essere ascoltata. In tal senso è da intendersi l’attivismo di #OccupyPD: i giovani del partito si organizzano e decidono di contare nel cortocircuito decisionale che porterà al congresso. Essi sono la rivoluzione che combatte lo spirito reazionario del gruppo di potere abbarbicato intorno al ‘traghettatore’ Epifani. Pensateci: mai come ora è necessario esserci.