Il polemista del federalismo integrale

25 Maggio Mag 2013 1157 25 maggio 2013 25 Maggio 2013 - 11:57

Oggi pubblichiamo un contributo di Lanfranco Nosi, amico, polemista, animatore della trasmissione "A noi vivi..." sulla webradio www.radiogas.it, federalista integrale...

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Otto anni fa, scrivevo, commentando la bocciatura "referendaria" del Trattato costituzionale in Francia e in Olanda, che quello era un "no" ad un'Europa incomprensibile:


"[...] dobbiamo ammettere che hanno votato "no" ad un'Europa che non si capisce, un'Europa lontana e per molti versi opaca, che spesso non produce sentimenti "positivi" ma di ripulsa. Un'Europa alla quale manca, ormai da molti anni, un vero progetto che mobiliti i popoli europei." (1)


Un anno dopo, in pieno "periodo di riflessione" conseguente proprio allo "stop" imposto al processo di ratifica


"è necessario [...] tornare a  proporre idee forti, "parole d'ordine", che possano mobilitare i popoli  europei, ed abbandonare la retorica europeista che ha fatto abbondantemente  il suo tempo, e tutto questo prima che le "idee forti" vengano dagli avversari della costruzione europea! [...] L'alternativa è che, tra qualche anno, il 9 di maggio non ci sia niente da  ricordare."(2)


Oggi potrei utilizzare le stesse identiche parole.
Quella che abbiamo di fronte - o meglio, che una buona parte dei cittadini "europei" percepisce - è un'Europa ancor più opaca, ancor più incomprensibile, ancor più lontana, "invadente" per alcuni aspetti, inconsistente per altri.
Sto parlando di "percezione", non necessariamente di realtà dei fatti. Potremmo infatti stare a disquisire sulle innovazioni - presunte e reali - apportate ai meccanismi decisionali dal Trattato di Lisbona. Potremmo stare ad analizzare nel dettaglio come funzionano alcuni nuovi strumenti come il MES. Potremmo anche esercitarci sui dati macroeconomici, e via dicendo. Alla fine, sarebbe tutto inutile.


Perché l'antieuropeismo ha già vinto.
Ha vinto nelle piazze, nei bar, nei media, in famiglia.
Ha vinto politicamente, anche quando ci tocca ascoltare i concioni retorici dell'europeismo di maniera, che rimastica le stesse formule vuote da decenni, ma che alla fine ha alimentato non solo il suo rovescio della medaglia, ma subdolamente ne ha avallato le logiche discorsive.


"Ce lo chiede l'Europa", "abbiamo ottenuto dall'Europa...", "è l'Europa che indica...", "gli impegni con l'Europa..."
Ha vinto nella vulgata economica, che ripropone a tambur battente come "virtuosi" i "bei tempi" delle svalutazioni competitive, delle "belle" monete nazionali, nell'irrealistica descrizione dei tempi che furono, ma anche nel suo opposto, con l'esaltazione dei vincoli di bilancio, con i modelli "nordeuropei", con il primato dell'economico, e dell'economia, su tutto.
"E' tutta colpa dell'euro!" è l'immagine allo specchio de "è grazie all'euro che..."
Ha vinto nei rapporti all'interno della stessa Unione, tra gli Stati che la compongono. I truffaldini conti della Grecia, le bolle speculative della Spagna, l'immarcescibile faciloneria italica, le paradisiache banche cipriote sono speculari all'arroganza dei governi tedeschi, allo "sciovinismo del benessere" che ancora aleggia nei paesi nordici risvegliato dai "PIGS" dell'Europa del sud. Alla fine, sembra venir meno anche quella che doveva essere la "ragione sociale" della costruzione europea: la pace.

Perché ormai i conflitti sono sempre meno "compensati" nelle istituzioni, e sempre più "riportati" nelle "piazze" dei singoli stati.
E le prospettive sono anche peggiori, visto i risultati delle varie tornate elettorali, locali e nazionali, degli ultimi dodici mesi nei vari stati dell'Unione.
Alla fine, il perché di tutto questo lo aveva anticipato ben quarantatré anni fa Denis de Rougemont, il mai troppo compianto federalista europeo scomparso nel 1985, in una prolusione all'Università di Bonn nel 1970. Scriveva


"Se attribuiamo come finalità alla città europea di domani la "potenza" [...] allora bisognerà creare un super-stato nazione continentale, uniformizzato, centralizzato ed aggressivo [...] dobbiamo unificare con leggi inflessibili e subordinare la produzione industriale, senza riguardo per le diversità etniche e regionali, al solo imperativo dell'innalzamento del PNL, vera nuova torre di Babele del XXI secolo! Una politica europea di questo genere, semplice trasposizione della formula dello Stato-nazione su scala continentale, sarà capace senza dubbio alcuno di creare un'Europa molto forte, ma molto poco europea." (3)


Eccolo, alla fine, il vulnus originale, e che oggi sta per esplodere, come una ferita infetta mal curata: la trasposizione non solo della formula dello Stato-nazione, ma anche degli egoismi che lo Stato-nazione alimenta per la propria potenza nella costruzione europea. Fino a quando l'Europa è stata quindi "benigna" nel produrre i suoi effetti, e quindi mantenere e soddisfare i singoli egoismi, espressi nelle istituzioni dai rappresentanti dei governi e dall'inanità dei vari parlamentari sedicenti "europei", il problema non si è posto. Ma la cosiddetta "crisi economica" - forse epifenomeno di altra crisi ben più profonda - ha fatto sì che l'espressione degli egoismi abbia scelto un ritorno alla dimensione "nazionale", per esprimersi più compiutamente. (4)


"E allora?" mi si potrebbe chiedere...
Da "eurostanco" (ovvero europeista - e soprattutto federalista europeo - ormai stanco e disilluso), posso solo sperare che qualcuno decida di ri-porre l'alternativa che sempre De Rougemont poneva: quella tra potenza e libertà. Ovvero partire da una nuova gerarchia delle finalità politiche e delle finalità dell'Europa, e su queste costruire - senza distruggere tutto quello che comunque di buono è stato fatto - la nuova "città europea".


Sempre con le parole del grande svizzero:


"Se attribuiamo come finalità alla città europea la libertà, ossia le più ampie possibilità di realizzazione per le persone, di partecipazione dei cittadini e dell'autonomia delle comunità [...] allora bisogna riconoscere che lo Stato-nazione non solo è un modello superato, ma che di fatto oggi è incompatibile con i fini dell'Europa e della libertà." (5)


E, ancora, e in finale...


"Se mi si dice ora che il voler superare lo stato-nazione è un'utopia, rispondo che al contrario questo è il grande compito politico del nostro tempo [...] Perché solo a questo prezzo noi faremo l'Europa. [...] Un'Europa che non sarà per forza la più potente o la più ricca, ma quell'angolino del pianeta indispensabile al mondo di domani, dove gli uomini forse non troveranno maggior felicità, ma certamente più gusto, più senso della vita." (6)


Oggi, sinceramente, non vedo nessuno che lo faccia, o che lo possa fare in un prossimo futuro.


(1) Europa Plurale, n. 1/2005 - http://www.europaplurale.org/ep_gdefi.pdf
(2) http://ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=3368
(3) D. De Rougemont, "La città europea", in id., "L'uno e il diverso", Edizioni Lavoro, 1995
(4) Un esempio su tutti? Ecco il Grillo berciante a Mirandola:
"Io sono europeista. Voglio solo che siano ridiscussi gli accordi in modo più vantaggioso per l'Italia."
http://www.huffingtonpost.it/2013/05/23/beppe-grillo-tornero-a-fare-spettacoli-a-pagamento-per-non-morire-di-fame_n_3324309.html?utm_hp_ref=italy
(5) D. De Rougemont, op. cit.
(6) D. De Rougemont, op. cit.