Manifesto contro #ioleggoperché

10 Febbraio Feb 2015 1226 10 febbraio 2015 10 Febbraio 2015 - 12:26
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Ieri è stata lanciata l'ultima della serie infinita di iniziative pro lettura intitolata, con un hashtag (ché gli hashtag vanno tanto di moda) #ioleggoperché.

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Si tratta di una cosa grossa, «rivolta», leggo nel comunicato, «ai non lettori, fondata sulla passione dei lettori di ogni età ed estrazione», un'iniziativa che avrà il suo culmine il 23 aprile, ovvero la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (su quanto sia macabro e di cattivo gusto scegliere come giornata dedicata al libro l'anniversario della morte di due campioni del mondo come Shakespeare e Cervantes ne parleremo il 23 aprile), e che coinvolgerà scuole, università, biblioteche, enti pubblici, cittadini, insomma, tutto i cucuzzaro.

È roba grossa, dicevo: è «curata da AIE (Associazione Italiana Editori) e realizzata in collaborazione con ALI (Associazione Librai Italiani – Confcommercio), AIB (Associazione Italiana Biblioteche), Centro per il Libro e la Lettura del MIBACT (Ministero dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo), Milano Città del Libro 2015 - Comune di Milano e con il contributo di RAI e RAI3». Insomma, han tirato su una bella baracca, tanto che il culmine sarà addirittura una prima serata su Raitre (dobbiamo constatare come non sia bastato il fallimento di Masterpiece per fare imparare la lezioncina a Raitre).

Ma la ciliegina sulla torta è un'altra: il fulcro della manifestazione sarà infatti un manipolo di messaggeri, una roba che già dal nome ricorda più l'evangelizzazione forzata del sud America o dell'Africa piuttosto che una campagna pro lettura. Questo manipolo di migliaia di volontari sarà composto quasi interamente da studenti, ingolositi dalla promessa di crediti formativi gratutiti (più che dei volontari sembrano dei contractor, dei mercenari) e avranno come compito «contagiare alla lettura chi non conosce il piacere dei libri». 

Contagiare, come se leggere fosse una malattia. E quale sarà il virus che i messaggeri dovranno inoculare nel 57 per cento degli italiani (tanti sono i nostri compatrioti che non hanno letto nemmeno un libro negli ultimi dodici mesi, secondo l'Istat)? Ovviamente dei libri, 240mila copie, per l'esattezza. Quali libri? È presto detto: una lista di 24 libri «scelti da editori associati ad AIE per la loro qualità letteraria e per essere apprezzati anche da chi legge poco o non legge».

Non so se accogliere con un sorriso o con un kalashnikov la frase «per essere apprezzati anche da chi legge poco o non legge», ma passo oltre e vado direttamente alla sodo: perché i 24 libri che dovrebbero convincere i non lettori a leggere sono in gran parte libri che, perdonatemi la franchezza, se mi fossero stati propinati quando ho iniziato a leggere mi avrebbero fatto smettere di leggere. All'istante.

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Baricco, Hosseini, Mazzantini, Vitali, Avallone, Casati Modigniani per citarne alcuni dei peggiori (c'è anche qualcosina di buono, eh, ma scusatemi, oggi sono in fase destruens) ovvero libri scarsi. Sì, libri scarsi, vuoti, da autogrill o ben che vada da spiaggia, scritti in una delle più piatte neolingue dell'epoca del midcult. Insomma, se questi sono i campioni che gli editori hanno scomodato per conquistare l'esercito dei non lettori siamo messi proprio male.

C'è una storiella che mi piace ricordare quando mi capita di discutere di come si fa a far leggere i più giovani. È una storia che ho sentito raccontare dallo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II. Non è detto che sia vera, ma che importa? L'importante, come nei libri, è che sia bella. Io me la ricordo così:

C'era una volta Paco Ignacio Taibo II e sua figlia che non voleva saperne di leggere. non le piaceva proprio l'idea, non aveva mai provato, ma era sicura che fosse una roba noiosa, da sfigati, insomma, proprio non voleva saperne. Il povero Paco Ignacio Taibo II, che in casa aveva migliaia di libri, ci era rimasto molto male e non sapeva proprio come fare. Lui, un grande scrittore, che aveva una figlia che non voleva leggere. Non riusciva ad accettarlo, pensava a quanto lo avrebbeor preso in giro i suoi colleghi scrittori, ma anche a quanto sarebbe stata povera la vita della figlia.

Fu in quel momento che gli venne in mente la soluzione. Pensò alla più grande scoperta del Novecento, la contropsicologia, e provò a metterla in pratica.

Un giorno prese da parte la figlia e la portò davanti all'immensa libreria di casa, una roba gigantesca, che conteneva migliaia di libri di tutti i tipi. SI avvicinò alla figlia e le disse nell'orecchio: «vedi questi libri? ecco, sono tutti tuoi. Li puoi leggere tutti, quando vuoi e come vuoi. Tutti, tranne questo» e le fece vedere un'edizione bellissima del Don Chisciotte di Cervantes. «Questo non lo puoi nemmeno aprire, è vietato», concluse il messicano, che finito il discorsetto salì su una gigascala appoggiata alla gigalibreria e appoggiò il Don Chisciotte in alto in alto, dove la figlia non sarebbe arrivata se non scalando.

Detto questo se ne andò, lasciando la piccola a contemplare quella vastità di storie che non le interessavano per niente.

Qualche giorno dopo, Paco Ignacio Taibo notò che in alto in alto, in quel alto così alto che anche a lui gli serviva la scala per arrivarci, il Don Chisciotte non c'era più. La sera stessa del discorsetto la figlia si era arrampicata fino a quell'alto così alto, l'aveva tirato giù e se l'era letto in tre giorni e tre notti. Ora la figlia di Paco Ignacio Taibo II è diventata grande, e dopo il Don Chisciotte si è letta anche metà dei libri della gigalibreria del padre. Tutti con un piacere immenso, quello che solo un atto di completa libertà può dare.

Non ho altro da aggiungere.