Ma già prima di giugno

6 Luglio Lug 2015 1540 06 luglio 2015 6 Luglio 2015 - 15:40

“Le persone non le divido in buone e cattive, ma in chi mi dà la forza e in chi me la leva. Se qualcuno si piglia la forza mia me ne vado, senza troppe spiegazioni. Se qualcuno mi dà forza, torno. Ci vediamo presto”. È un po’ quello che accade con i libri. È un po’ quello che è accaduto con “Ma già prima di giugno” di Patrizia Rinaldi, Edizioni e/o, che con una penna eccellente, una lingua originale, una beffarda ironia e un amaro sarcasmo propone la storia di una madre e una figlia.

Maria Antonia fuggita da Spalato ha perso un marito nelle Foibe e ha assistito alla condanna del duro lavoro nei campi dei suoi fratelli. Con lei c’è Ena che come la madre si presenta forte, a tratti brusca, costretta a vivere immobile nel letto a causa dell’età avanzata e della rottura del femore.

Assistita da una badante slava che lei chiama Abbadessa, Ena che “non ha più età di figlia da un pezzo” affida alla memoria gli anni della gioventù e del suo indomabile desiderio di vivere. Ormai vicina alla morte ricorda la ribellione che l’ha contraddistinta nel corso della sua esistenza segnata dalle sofferenze procurate dal secondo conflitto mondiale. Il racconto della madre Maria Antonia che “avrebbe avuto un animo semplice, senza l’impedimento delle guerre” si alterna in una sincronia perfetta all’esaltante monologo della figlia che malgrado tutto “conserva una dignità scadente che lotta con onore”.

La città che fa da sfondo è Napoli, la stessa di origine dell’autrice, che viene presentata anche attraverso l’uso della lingua dialettale campana che ben ricostruisce quella quotidianità intrisa di sofferenze e pregiudizi, miseria e solitudine ma che sa contrapporsi alla dannata voglia di un riscatto. Ena si arrende solo davanti al pensiero dell’uomo che ha tanto amato. “Avrei dovuto curare la dimenticanza” sussurra l’anziana donna mai stanca al ricordo di lui che “aveva il tarlo, la fissazione della vita. Abilità rara, la vendono al mercato nero dei diamanti africani”.

Nella storia non c’è nulla di scontato, prevale invece una smania di vivere che supera ogni ingiustizia, dolore o povertà. La Rinaldi sa bene come usare le parole ed è conscia che esse “sanno essere puttane bellissime”. Le donne di questo audace racconto vogliono ottenere la propria rivincita ribellandosi agli stereotipi di una società spesso sbagliata, arginando i confini della propria realtà e gettandosi nelle braccia dell’amore, quello passionale e selvaggio. Invadendo le terre della felicità, Maria Antonia e Ena impugnano l’arma della consapevolezza per acclamare il loro diritto alla gioia: “Il dolore è stanco, il sole splende, l’immortalità è tornata, alla faccia di giugno”.

Nella tumultuosità del nostro essere, noi lettori sapremo riconoscere tra le pagine di questo romanzo di una bellezza suadente, “un profumo di vita da stordire i sensi” che non è altro che l’imperfezione della realtà e il coraggio di stravolgerla partendo da se stessi.

Ed è così che la morte non fa più paura, semmai fa venire ancora più voglia di viverla, la vita.