33 anni fa moriva Elio Petri: profeta di un'Italia ammalata

10 Novembre Nov 2015 2030 10 novembre 2015 10 Novembre 2015 - 20:30

di Francesco Carini

Il cinema non è per un’élite, ma per le masse. Parlare ad un’élite di intellettuali è come non parlare a nessuno. Non credo si possa fare una rivoluzione col cinema. Io credo in un processo dialettico che debba cominciare tra le grandi masse, attraverso i film e ogni altro mezzo possibile. (Elio Petri)

Correvano gli anni ’70 ed Elio Petri attraversava il suo periodo di maggiore verve artistica. Il regista romano, fattosi conoscere con le sue prime opere e in particolare con “A ciascuno il suo” (tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia), dà il via alla cosiddetta “Trilogia della Nevrosi”, scrivendo e dirigendo “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, prima di proseguire con “La classe operaia va in paradiso” e “La proprietà non è più un furto”. I tre capolavori, con Gian Maria Volonté protagonista, firmati rispettivamente nel 1970, 1971 e 1973, sono il fiore all’occhiello delle filmografia del cineasta romano, anche se, per totale dissacrazione della realtà, “Todo modo” (1976) resterà l’esempio più fulgido e corrosivo della sua intera carriera, a dispetto della difficoltà di analisi.

Il coraggio, unito al continuo senso critico portato a un livello non semplicemente elitario, bensì democratico, ha fatto di questo artista un simbolo troppo presto dimenticato a causa della sua prematura morte e soprattutto per un senso di scomodità superiore a quello determinato dalle pellicole di Francesco Rosi, anch’esse di inchiesta, ma più storiche e meno potenti nello scandagliare il subconscio degli attori e dell’intero popolo italiano. Tutte le opere cinematografiche di Petri rappresentano qualcosa di importante e soprattutto toccano aspetti diversi, come se, alla fine delle riprese di ciascuna di esse, l’artista avesse avuto la consapevolezza di aver completato la trattazione di una tematica, che al contempo rappresenta un aspetto della società italiana di ieri e di oggi.

In particolare, quattro monologhi tracciano la linea di una visione critica del sistema da parte dell’ex giornalista capitolino, recitati rispettivamente da: Gian Maria Volontè, Salvo Randone, Gigi Proietti e Marcello Mastroianni.

In “Cittadino al di sopra di ogni sospetto”, Volontè (che interpreta un commissario reazionario e reo di aver assassinato una donna) indica ad un centinaio di rappresentanti delle forze dell’ordine il viatico da seguire per la giustizia, che deve tendere a reprimere e non a rieducare: «Sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo e sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale. […] L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite, l’uso della libertà che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata: ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!».

In “La classe operaia va in paradiso”, è la volta di Salvo Randone (Militina), che, da ricoverato in un manicomio pubblico dopo essere stato per anni un simbolo del movimento operaio della fabbrica BAN, rispondendo ai quesiti di Volontè (il giovane collega Ludovico Massa), sentenzia: «Li vedi tutti quelli là? Quelli erano: operai, contadini, manovali, muratori, poliziotti, impiegati del catasto, beccamorti, ragionieri, uscieri, operai di prima, seconda, terza categoria, anche di sesta, ottava, sedicesima. I matti ricchi non li tengono qua, quelli stanno nascosti nelle cliniche private… Per forza, si capisce… Guai se i poveracci sapessero che pure i ricchi diventano matti… Gli verrebbe da piangere. Lulù è il danaro… Comincia tutto da là. Noi facciamo parte dello stesso giro: padrone-schiavo… Dello stesso giro… L’argent, i soldi. Noi diventiamo matti perché ne abbiamo pochi, loro perché ne hanno troppi. Così, in questo inferno, in questo pianeta pieno di: ospedali, manicomi, cimiteri, fabbriche, caserme e di autobus…Il cervello a poco a poco se ne scappa… Sciopera, sciopera, sciopera, sciopera. Ti saluto!».

In “La proprietà non è più un furto” è Gigi Proietti, in qualità di rappresentante dei ladri romani al funerale dello scassinatore Albertone (Mario Scaccia), ad indossare le vesti dell’inquisitore e a squarciare con ironia il velo d’ipocrisia che circonda la società: «É morto un ladro, è morto uno della Leggera, uno che da piccolo si era distinto per: furberia, fantasia, coraggio… Un ladro. Rubava da circa 43 anni e non si era mai tirato indietro. Rubava nonostante avesse altri mestieri nei quali eccelleva: l’attore comico, il danzatore, il pittore di scena, il fabbro… Sissignore. Albertone avrebbe potuto essere uno di quegli uomini che passano da onesti… Invece no! Lui rifiutò l’ipocrisia, giocò tutte le carte allo scoperto. Non si nascose. Lui non rubava sul peso, lui non giocava in borsa, lui non sfruttava. Al mondo si presentava tale e quale era… Sò Albertone. Ecchime qua! E qui, davanti a lui, morto come tanti altri lavoratori per un incidente sul lavoro, io, “Paco L’Argentino”, voglio tessere l’elogio del ladro! De tutti noi, de tutti voi. Amici, compagni, colleghi e rivali, ma che sarebbe il mondo senza de noi… Pensatece. Quanti, di questi magnafregna che se fregiano del nome di onesti andrebbero a finir sul lastrico? Quanti? Famo li conti una buona volta. I fabbri che farebbero senza i ladri? E le fabbriche di serrature? Le fabbriche di saracinesche? E tutti gli impiegati de banca, i guardiani notturni e i poliziotti, i carabinieri…? E quelli che costruiscono porte e finestre? E i costruttori de antifurto sempre più perfezionati? E i portieri, gli avvocati, i giudici, i secondini e i direttori di penitenziari, le guardie notturne, gli assicuratori, i cani poliziotto? Che farebbero tutti questi senza de noi? Pensatece amici, pensatece… Madonna…Quanta gente rimarrebbe a spasso se tutti noi, tutti insieme per vendetta contro questa società ingrata, insieme un giorno e nello stesso momento, decidessimo tutti de smettere d’arrubà. L’economia nazionale se ne andrebbe a rotoli! E per questo io dico: “giù er cappello davanti ad Albertone! Eroe del lavoro. Dico de più: Santo!”. É a noi che la società deve l’ordine precostituito e l’equilibrio sociale, perché noi, rubando allo scoperto, coprimo e giustificamo allo scoperto i ladri che operano coperti dalla legalità! Onore ad Albertone e a tutta la ladreria!».

Infine, in “Todo Modo” è uno strepitoso Marcello Mastroianni, nella parte di sacerdote dalla personalità oscura, ad impersonare il ruolo del mentore e “prete cattivo” (come si definisce lui stesso nell’arco del film), scuotendo una folla di parlamentari verosimilmente democristiani, capeggiati dal presidente Gian Maria Volonté, rei di malgoverno e di svariati reati, riunitisi in una struttura segreta per degli esercizi spirituali: «Le vostre mani, guardatele… Il potere che esse stringono le sta bruciando. Si le sta bruciando! Il peccato non esiste se non c’è il potere ad esercitarlo. Voi avete il potere e non ponete limite al vostro potere ed al peccato! Ma quanto tempo credete che vi rimanga? Il potere uccide! Ha giàucciso! […]». Ma le accuse più importanti vengono scagliate più avanti, in uno straordinario scambio di battute con il tiepido e al contempo subdolo Volontè, con Mastroianni che sentenzia: «Sei come i tuoi elettori: cinico e feroce. Segui il tuo mandato fino in fondo… Tanto cadremo insieme! Tu, con i tuoi ricchi impostori che ti tengono al governo solo per proteggerli dai poveri… Io con il mio stupido gregge innocente peccatore che aspetta solo il viatico per l’altro mondo…».

Attraverso questi monologhi, Petri ha dipinto le paure e soprattutto la realtà di una società italiana analizzata sotto quattro aspetti:

1) la "difesa", vista quasi come tiranna e braccio armato del potere;

2) la disuguaglianza, come base per il mantenimento dell’ordine precostituito;

3) l’economia, come campo di battaglia di gente che vive con “escamotages”più o meno nascosti;

4) la politica, che cerca di ripulirsi attraverso la Chiesa, assimilabile al quinto elemento nascosto di questo elenco, che insieme vengono dipinti come una coppia di amanti che si attraggono e al contempo si odiano.

Se si dovesse paragonare Petri ad un pittore, lo si potrebbe pensare come un grande espressionista, che, con le inquadrature e la sceneggiatura, raffigura un’Italia violentata e sull’orlo di una crisi di nervi. La sua è una funzione superiore a quella del semplice regista, dal momento che analizza psicologicamente il paese, scandagliando il suo subconscio e portandolo alla visione dello spettatore che è visto quasi con sacralità, considerato come il destinatario superiore di un messaggio dal quale prendere spunto per migliorare la società e non da assorbire in modo sterile.

A dispetto della prematura morte all'età di 53 anni, il ruolo di Petri è stato pari a quello di un profeta che tendeva a diventare sciamano, ma che probabilmente non ha goduto della giusta considerazione per lo straordinario lavoro svolto durante la sua carriera, nonostante la vittoria di: un Premio Oscar, una Palma d'Oro, un David di Donatello e un Orso d'Argento. Il cinema mondiale dovrebbe onorarne maggiormente la memoria, nonostante le prese di distanze dal punto di vista politico.

Fonte: Francesco Carini, Nuovosoldo