Con il fallimento di Gazzetta Tv, Rcs è sempre più lontana dalla modernità

22 Dicembre Dic 2015 1748 22 dicembre 2015 22 Dicembre 2015 - 17:48
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Oggi la Gazzetta dello Sport è in sciopero: niente cartaceo, ma nemmeno aggiornamenti del sito e su Gazzetta Tv. Ed è su quest'ultimo punto, quello televisivo, che gira la vicenda. Nata circa un anno fa, la televisione è costata a Rcs 10 milioni di euro. Un investimento fatto per diversificare il prodotto e per puntare sui ricavi pubblicitari, in un tentativo di rilancio degli asset di un gruppo editoriale in grave debito d'ossigeno.

L'esperimento, evidentemente, non ha funzionato: a fronte della spesa, ne sono stati raccolti circa la metà in pubblicità, per uno share che si è abbbassato fino allo 0,18%. Si è così deciso di progettare lo spostamento del canale sul web, senza però consultare la redazione, con il rischio tra l'altro di un suo ridimensionamento.

"Nel giorno della sua ennesima (attesa e delicata) ripartenza, Rcs MediaGroup presenta il piano triennale del nuovo Amministratore Delegato, si confronta con il mercato e la stampa specializzata e parla di un tema delicatissimo – il futuro di GazzettaTv – senza averlo ancora valutato con la redazione e la sua rappresentanza sindacale, nonché con la Direzione. Una forma irrituale che la redazione ha preso come un pugno nello stomaco. Perché ha a cuore il futuro di tanti colleghi - giornalisti e no -, perché il marchio Gazzetta non merita di essere messo in gioco in maniera leggera e perché è rimasta spiazzata dalla tempistica della comunicazione", spiega il comunicato di Gazzetta.

E così, dopo l'eredità di Scott Jovane fatta di debiti e i tentativi per rientrare almeno parzialmente dal buco, il lancio di una tv non è bastato. Aggiungendo un altro mattone all'orrore editoriale ed economico in cui versa Rcs Mediagroup, dopo il taglio di più di mille posti di lavoro e di testate legate al gruppo, per non parlare delle svendite immobiliare e l'escamotage di aumentare i ricavi con l'operazione GazzaBet, alla quale gli stessi giornalisti si rivoltarono, perché il brand della rosea veniva associato al business delle scommesse sportive rischiando di violare l'etica professionale e andando incontro a possibili confilitti d'interesse.

Ecco che allora emerge la cosa peggiore di tutti: l'aver eroso negli anni l'immagine di un gruppo forte, di un brand di successo. Rcs perde soldi, pezzi, credibilità. La ciliegina sulla torta del fallimento di un gigante sempre più lontano dalla modernità editoriale.