Civismo politico, alternativo o sinergico alla democrazia dei partiti?

28 Febbraio Feb 2016 0650 28 febbraio 2016 28 Febbraio 2016 - 06:50

Stefano Rolando

Rientro da un bell'incontro - che si è svolto in una grande e partecipata cantina sociale nei pressi di Trento - promosso dal presidente della provincia autonoma Ugo Rossi dedicato al civismo politico.
Con questo titolo ho scritto di recente un libro edito da Rubbettino, cercando di tratteggiare "percorsi, conquiste e limiti" di un fenomeno che, da esperienze rare e a guida illuminata (Adriano Olivetti a Ivrea, don Lorenzo Milani in Toscana, Danilo Dolci in Sicilia, eccetera), sta diffondendosi nel territorio, nel quadro di una ampia crisi di reputazione e di efficacia dei partiti, per assicurare "dal basso" una difesa della stessa democrazia.
Nel libro ci sono più riferimenti all'esperienza di Milano e della Lombardia, ma il tema di fondo e i modi metodologici sono comuni a tutta Italia. Con varianti che si riscontrano diffusamente: il tentativo di arginare la corruzione; la valorizzazione del principio del "bene comune" a fronte di un catastrofico affermarsi del principio di "cosa nostra" applicato da connessioni di potere tra politica e malavita; la domanda di soluzione di problemi locali all'interno di compatibilità ambientali e di legalità.

A un certo punto della discussione
A un certo punto della discussione, un imprenditore mi ha posto la domanda: ma per "civismo politico" si deve intendere un approccio completamente alternativo al sistema dei partiti oppure un approccio critico ma possibilmente anche sinergico al sistema dei partiti? La domanda non e' banale perché le insorgenze a cui si è fatto cenno dicono dappertutto che i cittadini che si sono organizzati, non solo con movimenti di protesta o di autodifesa, ma spesso anche con liste elettorali, contro una idea ormai stravolta della democrazia dei partiti, hanno avuto uno spirito e un obiettivo sostitutivo dei partiti stessi. Dunque un' idea alternativa.

Ma sono anche vere alcune cose.
1. Che la crisi profonda della democrazia dei partiti che ha attraversato il declino della prima Repubblica e la parabola della seconda Repubblica, ha anche prodotto alcune esperienze di rigenerazione nei gruppi dirigenti, nel rapporto con l'etica pubblica e nel rispetto della volontà popolare nell'impegno a trasformare bisogni in diritti. Non moltissime esperienze e comunque non tali da far modificare l'ormai marginalissima fiducia dei cittadini italiani per i partiti ( a lungo il 3% secondo la classifica annuale di Demos) che a fine del 2015 fa registrare un modesto 1% in più.
2. Che parte della spinta civica e' costituita dal tentativo di dare espressione all'idea che la politica non debba speculare elettoralmente sui problemi della gente ma debba in un tempo ragionevole risolverli. Ora, spesso "risolvere" vuoi dire agire in un livello di connessioni territoriali e settoriali in cui il micro-locale non e' ambito di soluzioni possibili per moltissime questioni.
3. Che in alcuni contesti la dimensione di consensi dei civici e' decisiva per fare maggioranza sia negli schieramenti di centrosinistra che negli schieramenti di centrodestra, così da rendere alcune di queste formazioni civiche ( e qui conta la capacità di "far politica" e non solo di "rappresentare problemi" ) così da diventare essi forti anche nell'imporre regole, appunto regole nel fare politica (finanziamenti, priorità, meritocrazia nelle nomine, eccetera).

Possibilita alternative
Questi cenni mettono in evidenza che il civismo politico - al netto di alcuni suoi limiti e difetti (contraffazione, riciclaggio di vecchia politica, iper-localismo che non fa percepire nessi causali con macro-fenomeni, eccetera) - ha diritto di esprimersi come alternativo alla democrazia dei partiti ma deve avere anche l'intelligenza di crescere in condizioni di tallonamento critico e, come scrive da anni Pierre Rosanvallon, teorico del ruolo del controllo e della stesa protesta per salvare la democrazia , in condizioni di essere partecipe delle forme di valutazione e controllo interne alle istituzioni e quindi prodotte in condizioni sinergiche e comunque collaborative con la democrazia dei partiti, anche allo scopo di aiutarne la rigenerazione.
Naturalmente i casi locali complicano il discorso. E tirano la giacchetta talvolta verso soluzioni alternative, altre volte verso condizioni di cooperazione critica.
Quello che e' certo e' che perdono la loro natura "civica" - in cui la politica e' temporanea disponibilità a cedere competenze per sostenere la necessità di virtuose gestioni istituzionali - coloro che, non solo non hanno nessuna competenza da cedere, ma che scelgono poi modelli organizzativi, molto spesso autoritari, così da diventare anch'essi "partiti" con tutte le implicazioni che non concedono la doppia morale di assumere e criticare.


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