Che direbbe Gianfranco Miglio dello statalismo di Salvini?

16 Febbraio Feb 2017 1718 16 febbraio 2017 16 Febbraio 2017 - 17:18

La Lega di oggi vive una contraddizione di fondo che appare insanabile. Nata come partito autenticamente federalista, come movimento genuinamente anarchico e libertario, oggi la guida di Matteo Salvini l’ha tramutata in un movimento centralista.

Marine Le Pen e Matteo Salvini sono prima di tutto degli statalisti. Per loro la sovranità è funzionale all’esercizio esclusivo e centrale del potere. E’ fine a se stessa.

Proprio il suo essere antieuropeista tradisce l’incompatibilità del sovranismo di oggi con una visione federale.

Una vera forza federale, oggi, dovrebbe battersi affinché l’Unione Europea diventi una federazione di popoli. Affinché prosegua il percorso delineato fin dall’inizio da quella celebre dichiarazione di Schuman, che nel 1950 pose la prima pietra della costruzione europea, istituendo un’organizzazione comune per la produzione del carbone e dell'acciaio fra Francia e Germania. Un atto che già individuava l’obiettivo finale in una “Federazione europea”.

Un obiettivo che non presuppone di certo una difesa a spada tratta degli stati nazionali ottocenteschi. Anzi, ne comporta forse la disgregazione.

Non c’è, pertanto, alcun modo di essere sovranisti e federalisti al tempo stesso.

Il sovranismo è una forza centrìpeta. Essa tende ad accentrare l’esercizio del potere contrapponendosi alle autorità sovranazionali, ma al contempo annulla anche le stesse spinte autonomistiche interne. Il decentramento, infatti, apre ponti verso l’esterno che un sovrano non può tollerare.

Contro simili spinte retrograde vanno rilette oggi le parole di un federalista vero come Gianfranco Miglio, il maggior ideologo dietro la nascita della Lega.

In uno dei suoi ultimi scritti, “Oltre lo Stato-nazione: l’Europa delle città”, pubblicato pochi mesi prima di morire nel 2001, Miglio svelò la trappola sovranista.

“L’idea di sovranità - disse Miglio - esprime un’ossessione, tutta teologica, per l’unità, per la reductio ad Unum, assolutamente incompatibile con l’odierno pluralismo sociale e politico. L’unità significa omogeneità. Oggi, invece, si tratta di organizzare politicamente le differenze, di valorizzarle e di difenderle, non di annullarle”.

“Il problema oggi - proseguiva il politologo - non è contrapporre al nazionalismo statuale un nazionalismo di dimensioni più piccole, che del primo riprende tuttavia la logica. Semmai si tratta di capire se è possibile immaginare modelli di organizzazione politica che non abbiano come fondamento il legame indissolubile dell’individuo con il territorio e in particolare con la sovranità territoriale collocata in stati omogenei e territorialmente continui”.

Gli stessi confini per Miglio non avevano più alcun senso: “Qualcuno pensa ancora che basti un confine per difendere le identità. Economicamente e tecnologicamente i confini già non esistono più: permangono solo come espressione simbolica – politica e militare a un tempo – di un mondo che sta per finire”.

Miglio concluse quell’articolo con un passaggio divenuto molto celebre. La sua visione dell’Europa del futuro: “Fra cinquant’anni una nuova combinazione di elementi politici e privatistici darà luogo a strutture di tipo neo-federale quasi ovunque. Potrà suonare per alcuni come una bestemmia, per altri, tra cui mi annovero, come una speranza: e se nel nostro futuro, una volta finita l’epoca degli stati nazionali (commerciali) chiusi, ci fosse la creazione di un nuovo spazio politico, di una struttura di tipo imperiale in grado di unire, rispettandone le diversità, tutti i diversi popoli europei?”.

Come si possono conciliare, dunque, l’anima federalista della Lega e quella statalista di Matteo Salvini?

Piero Cecchinato