Il Pd arriva al “capolinea” di Macaluso

Il Pd arriva al “capolinea” di Macaluso

21 Febbraio Feb 2017 0733 21 febbraio 2017 21 Febbraio 2017 - 07:33

Oggi la direzione del Pd dovrebbe mettere il bollo sulla frattura tra Renzi e l'ala sinistra del partito. Al netto della erratica posizione di Emiliano – tentato, si dice, da una “terza via” che Giddens pare non abbia sottoscritto – si capirà se l'ex premier e la vecchia guardia del partito sono disposti ad andare fino in fondo (come in Gioventù bruciata, chioserebbe Cuperlo).

Ora, la crepa – e lo smottamento – che sono sotto gli occhi di tutti, Emanuele Macaluso l'aveva preconizzata nel 2007. Classe 1924, figura storica del partito comunista, “migliorista”, direttore de l'Unità, insomma uno che la “ditta” l'ha conosciuta da dentro, aveva detto giù tutto in Al capolinea, veloce e documentato saggio che dimostrava come il Pd fosse una fusione a freddo dal destino segnato.

L'incontro tra anima “rossa” e anima cattolica, tra intransigenza massimalista e progetto riformista, non aveva il respiro strategico presente in alcune fasi della storia italiana (dal “compromesso storico” alla “svolta di Salerno”), ma il pallore del tatticismo votato al fallimento, perché non affrontava i nodi politici che ne stavano alla base.

Di questi nodi – però – Macaluso puntava l'attenzione non tanto sulle riforme sociali, quanto sui diritti individuali. Il patto, sostanzialmente, sarebbe deflagrato su questioni che con la storia del movimento operaio poco avevano a che fare: il “fine vita”, la famiglia, le unioni civili, eccetera.

Epoche diverse, si dirà. La Chiesa era piuttosto ratzingeriana, ma nessuno avrebbe immaginato che la frattura – invece – si sarebbe consumata su tutto il resto, e cioè sulle riforme. Sì, perché qua si dà battaglia su “come siamo diventati?”, “il nostro popolo non ci segue più”, “le questioni del lavoro devono tornare centrali”.

Mettendo tra parentesi il sospetto che in realtà la questione sia molto più semplice – si vuole disarcionare Renzi e basta – anche in questo caso Macaluso ci può venire in aiuto.

Il problema del Pd – scriveva – non è quello che solleva la sinistra radicale che in parole povere suona così: non pensate più agli operai, siete un partito moderato e centrista. Il problema è un altro: la capacità di collocare il ruolo del mondo del lavoro in un contesto in cui le sue condizioni e rivendicazioni coincidano con progetti di sviluppo più ampi”.

Con progetti di sviluppo più ampi”. Altrimenti – pare di capire – la richiesta di attenzione diventa “testimonianza” e con la testimonianza non si rappresenta nessuno. Anche perché altri soggetti politici sono in grado di raccoglierlo quel grido, in maniera – se vogliamo – più rozza e meno strutturata, ma efficace.

Ecco, si tratta di capire se questi “progetti di sviluppo più ampi” possano essere incarnati da Matteo Renzi o da Roberto Speranza. Al netto della “Terza via” di Emiliano, si capisce.