Bartleby lo scrivano di Herman Melville

12 Giugno Giu 2017 1329 12 giugno 2017 12 Giugno 2017 - 13:29

Sabato, durante una conversazione al telefono con Marco Ciriello (giornalista e scrittore), si diceva di quanto ci piacciono i racconti (parlavamo del suo Le sorelle misericordia da poco in libreria) e ricordavamo la grandiosità di questo Melville che è quello che noi preferiamo rispetto all’autore “da migliaia di pagine”. Io ho sempre un gran timore a scrivere di classici, è una cosa più grande di me, non credo di esserne capace ma Marco mi ha fatto venire voglia di provare a dire qualcosa su questa che è la mia opera preferita di Melville che ho riletto lo scorso anno per il semplice piacere di provare ancora quello smarrimento, quell’ammirazione e quello stupore che inevitabilmente ti accompagna pagina dopo pagina.

Per prima cosa copio l’incipit che trovo bellissimo.

Bartleby the Scrivener” (titolo originale)

Sono un uomo piuttosto avanti negli anni. La natura della mia professione mi ha portato, nel corso degli ultimi tre decenni, in contatto, e non soltanto nel solito contatto, con una categoria di uomini interessante all'apparenza e in qualche modo singolare, sui quali, per quanto ne so, finora non è mai stato scritto nulla: mi riferisco ai copisti legali ovvero agli scrivani. Nella mia vita professionale e privata ne ho conosciuti moltissimi e, se volessi, potrei raccontare varie storie che farebbero sorridere i benevoli e piangere i sentimentali. Ma per qualche brano sulla vita di Bartleby, il più strano che abbia mai visto o conosciuto, rinuncio alle biografie di tutti gli altri. Mentre di molti scrivani potrei narrare l'intera vita, non si può fare nulla del genere per Bartleby. Non esiste materiale - ne sono convinto - per comporre una biografia completa e soddisfacente di quest'uomo. È una perdita irreparabile per la letteratura. Bartleby fu uno di quegli individui sui quali non si riesce ad accertare nulla, senza risalire alle fonti originali, nel suo caso molto esigue. Quello che videro i miei occhi attoniti: ecco ciò che so di Bartleby, tranne, invero, una vaga notizia che apparirà in seguito.

Questa è dunque la storia triste di Bartleby, “copista” di uno studio legale di New York; siamo a metà dell’Ottocento e Bartleby è un giovane dall’aspetto e personalità “grigia”, indifferente alle emozioni, incapace di comunicare alcun sentimento.

Quando arriva nello studio legale Bartleby trova un ambiente sereno, il lavoro diviso tra i diversi scrivani senza che nessuno avesse da obiettare su niente. Tra l’avvocato titolare dello studio e i suoi dipendenti c’è un rapporto “trasparente” e di conoscenza reciproca, è un capo che esercita una leadership improntata sulla comprensione e volta a preservare uno spirito di collaborazione, conoscere i suoi dipendenti è un modo per avere da loro ciò che serve senza inutili imposizioni.

L’arrivo di Bartleby cambierà profondamente questo clima. Il nuovo scrivano non è un uomo esuberante, è taciturno, composto, mite, lavora senza mai distrarsi e il suo lavoro è ottimo eppure…

Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: “Avrei preferenza di no

I would prefer not toPerché a un certo punto Bartleby ha deciso di smettere di scrivere. Questa “resistenza” dello scrivano è stata oggetto di numerosi studi e interpretazioni ontologiche, perché Melville sacrifica il suo “meccanismo” narrativo a beneficio di questa opposizione? Bartleby non dice non voglio scrivere semplicemente preferisce non farlo. La trappola psicologica in cui cade il suo datore di lavoro (e il lettore con lui) è proprio la formula di questo rifiuto, l’incomprensione, la incomunicabilità, l’impossibilità di conoscere e capire lascia talmente sconcertati che non si riesce a fare quello che in altri casi sarebbe semplice, licenziarlo.

Il rifiuto di Bartleby è la minaccia silenziosa, è l’intruso che si insinua nel quotidiano e non lascia possibilità, sconvolge la vita, è la “serpe in seno” che non si sapeva di avere, vien da chiedersi se non sia da temere, costui chi è?.

Nell’America dell’Ottocento si era già sufficientemente evoluti, i rapporti di lavoro godevano di certe regole e infatti l’avvocato tenta di “piegare” il suo dipendente al suo volere con il ragionamento prima di giungere alle maniere forti. Ma Bartleby, attenzione, dice NOT TO e lo ripete all’infinito, non c’è scampo.

La narrazione di Melville incatena il lettore che non sa che sentimenti provare per quest’uomo, rabbia? Sconcerto? O comprensione per il suo coraggio di provare a eludere lo schema rigido e razionale in cui l’avvocato prova a incunearlo, l’avvocato non si rassegna al fallimento, lo scrivano deve entrare nella sua visione e concezione del mondo: produttivo, senza ombre, così deve essere un buon lavoratore, come ogni americano che si rispetti.

Il tema vero è la solitudine, la solitudine di un uomo che tenta di sfuggire all’omologazione, lo fa pacificamente, rendendosi incomprensibile al mondo perché il sapere qui è coercizione.

Uno stile asciutto, privo di qualsiasi desiderio di fornire informazioni soverchie come Melville fa profusamente quando ci racconta della balena, nessuna divagazione culturale.

Oppresso da un senso di angoscia dall’inizio alla fine, il lettore non può che restare attaccato alle pagine, cercare e sperare in una salvezza che non arriverà per quest’uomo che nessuno conosce perché il fatto è che Bartleby non vuole essere salvato.

Io ho una vecchia edizione Feltrinelli, non saprei dirvi però se è ancora in catalogo, di certo trovate raccolte delle opere di Melville su Amazon e in versione ebook a prezzi favolosi.