Fascisti dell'Illinois? No, grazie

10 Luglio Lug 2017 1847 10 luglio 2017 10 Luglio 2017 - 18:47

Proprio mentre si discute in maniera accesa in Parlamento sulla proposta di legge del deputato del Partito Democratico Emanuele Fiano circa l’introduzione del reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, hanno fatto capolino sui media due episodi “a tema”, l’uno più eclatante dell’altro. Ha fatto scalpore la vicenda dello stabilimento balneare 'Punta Canna' di Chioggia in cui, come testimoniato da Paolo Berizzi di Repubblica, il gestore, da tempo ed in tutta libertà, aveva dato libero sfogo alla sua frenesia autarchica tappezzando l’arenile di immagini e slogan del Ventennio e coccolando gli avventori con virili discorsi via megafono sulle sue idee apertamente razziste e omofobe. In 24 ore, dopo l’indignazione seguita alla pubblicazione dell’articolo, è intervenuta la Digos per acquisire tutti gli elementi di indagine. Meno chiasso ha fatto – finora - un’azione apertamente squadrista compiuta da militanti di CasaPound sul lido di Ostia, a Roma. Guidati dal candidato del partito al Municipio, Luca Marsella, un gruppo di appartenenti al movimento, bardati in rosso, ha cacciato dall’arenile romano i venditori di ciarabattole che per quattro spiccioli arrancano sotto il sole, moderni schiavi di padroncini che sfruttano miseria e disperazione. Due vicende incredibili che stanno a testimoniare non tanto l’intolleranza e l’insofferenza alle regole democratiche di una pur esigua minoranza, ma il fatto che nel 2017, nell’Italia che ha vissuto il regime mussoliniano e che ha saputo risollevarsi dalla tragedia bellica voluta dal fascismo sino a divenire uno dei paesi fondatori delle Comunità europee, possano venire tollerati atti, dichiarazioni e comportamenti apertamente antidemocratici. In una parola, fascisti: e come tali incompatibili coi valori della Costituzione.

Ma come è potuto accadere che l’attività del gestore dello stabilimento di Chioggia potesse continuare bellamente senza timore di ripercussioni? Da quanto andava avanti? E come è possibile che appartenenti ad un partito politico, sia pure assolutamente minoritario, possano cacciare dal suolo pubblico quei disperati che sono le prime vittime di un circuito malavitoso di sfruttamento e contraffazione di merci? In pieno giorno, sostituendosi alle forze dell’ordine e senza che nessuno protestasse: a quale indesiderabile toccherà la prossima volta? E secondo quale parametro? Nel Paese in cui solo un mese fa si sono presentate alle elezioni locali formazioni politiche che ostentavano apertamente simboli e slogan del regime fascista non c’è, purtroppo, da stupirsi. Senza riesumare polemiche circa i mancati conti dell’Italia con la propria storia, occorre allora che il dibattito sulla proposta di legge Fiano sia serio e partecipato. L’articolo unico della proposta mira ad introdurre nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, individuando fra le condotte rilevanti la propaganda di immagini, contenuti, simbologie e gestualità propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista o delle relative ideologie, anche solo con la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni che raffigurino persone, immagini o simboli chiaramente riferiti a questi partiti o ideologie. Costituisce aggravante del delitto la propaganda commessa con strumenti telematici o informatici. Orbene, la proposta Fiano è una legge liberticida o semplicemente fuori dalla storia, come opposto da alcuni partiti politici?

Il tema certamente esiste e va posto: io sono certo che la fibra democratica di una comunità nazionale debba trovare la sua forza nella libera e più ampia circolazione delle idee, anche quelle su cui esista il massimo disaccordo. Tuttavia, la libertà di manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita (art. 21, Cost.), non può calpestare il principio di eguaglianza scolpito nell’art. 3 della nostra Carta, secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E quel “pensiero” che inneggi a idee razziste, omofobe o all’utilizzo della violenza come mezzo di risoluzione delle controversie politiche non può trovare diritto di cittadinanza o di tribuna, se non in sede scientifica. Apriamo poi un dibattito sui perché certe idee possano attecchire in alcuni contesti sociali o fra alcuni individui: è quanto mai opportuno. Basta tener presente che non siamo a Chicago, dove i Nazisti dell’Illinois potevano manifestare difesi dalla polizia le loro idee sulla supremazia della razza ariana. Siamo in Italia, nel Paese in cui un gruppo di sgherri fascisti ha ammazzato nel 1924 il deputato Giacomo Matteotti, la cui frase ancora riecheggia alta: il fascismo non è un’opinione, è un crimine.