Bersani e Grasso, ma di quale Sessantotto parlate?

16 Luglio Lug 2017 2359 16 luglio 2017 16 Luglio 2017 - 23:59

Bersani in un’intervista evoca un “nuovo Sessantotto” e oggi, Aldo Grasso sul Corriere della sera lo prende un po’ per i fondelli. Non tanto per la cosa in sé, quanto per aver sbagliato riferimenti storici (“ma manco i fondamentali”, direbbe Mario Brega).

L ’ex segretario del Pd: “Noi contestavano le tre emme: mestiere, moglie, macchina come qualcosa di antico. Oggi sono diventate un obiettivo, spesso un miraggio”. Grasso: ma quali tre emme, mi vengono in mente altri slogan “più impudenti” (sic!). E via con fate-l’amore-non-fate-la-guerra, lotta-dura-senza-paura, l’immaginazione-al-potere eccetera.

Ora, Grasso un po’ di ragione ce l’ha. Del Sessantotto è passata alla storia l’applicazione – come dire – politica, anche se alcuni slogan “grassiani” sono più settantasettardi che sessantottardi. Di quale Sessantotto parla, Bersani, di quello che ha fatto (fare-il-Sessantotto, ecco un’espressione deliziosa, dciamo) “nella piccola storia di Bettola”?

Al netto dell’insolenza (scusi, dottor Grasso, vuole mettere fare-il-Sessantotto da Bettola e non da Milano o da Roma o da Parigi, magari con paparino pronto a riprenderti sotto la sua protezione quando avrai finito di giocare a indiani e cow boy), al netto dell’insolenza, si diceva, quello che al ficcante corsivista del Corriere sfugge è che la vera origine del Sessantotto è proprio quella descritta da Bersani.

Non sto qui a sindacare se sia giusto dire vaffanculo al lavoro e alla famiglia e alla macchina. Non lo faccio perché sarebbe stupido, dal punto di vista storico. Non sono mica cresciuto alla fine degli anni Cinquanta. Che ne so io della Chiesa di quel tempo lì e di come si lavorava in quel tempo lì e di quale famiglia c’era (per non parlare delle auto)? Quello che so è che la pulsione della rivolta fu prima sociale e poi politica.

E ora veniamo a Bersani. Io l’ho difesa, ma anche lei dovrebbe pensare prima di parlare. I ragazzi di oggi non fanno un “nuovo Sessantotto” perché quella rivolta era nata in una società che aveva un’aspettativa di crescita. C’era un orizzonte, una speranza. E si lottava per prendersela, quella speranza. Adesso, onestamente, mi pare che le cose siano un po’ diverse.

E la colpa è in gran parte di quelli che il-Sessantotto l'hanno-fatto.