La democrazia al tempo di Macron

Emmanuel Macron

17 Luglio Lug 2017 1001 17 luglio 2017 17 Luglio 2017 - 10:01

Questo articolo e' una traduzione di un pezzo publicato su Open Democracy: https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/ernesto-gallo-giovanni-biaval/democracy-in-age-of-macron

Nelle ultime settimane ci sono state importanti elezioni in tre grandi paesi europei, Francia (presidenziali e parlamentari), Gran Bretagna e Italia (elezioni comunali). Complessivamente, circa 105 milioni di elettori sono stati chiamati alle urne. I risultati sono stati abbastanza sorprendenti e figure relativamente nuove (Jeremy Corbyn e Emmanuel Macron) hanno guadagnato rilevanza internazionale, ma la democrazia europea ha dimostrato di non essere in gran forma.

L'aspetto più incoraggiante è stato l'aumento del voto giovanile, che in Gran Bretagna si e’ indirizzato soprattutto su Corbyn. I giovani britannici stanno un po’ meglio dei loro coetanei sul continente: la disoccupazione giovanile sarebbe circa l'11%, molto meno rispetto alla maggior parte dei paesi dell'UE (22% in Francia, 35% in Italia e 39% in Spagna). Eppure hanno espresso insoddisfazione votando in massa per Corbyn e rifiutando prospettive di austerità, debito e incertezza.

Al tempo stesso la loro scelta è stata una richiesta di migliore politica e di un ritorno a valori, visioni e idee; hanno avuto abbastanza di elite politiche autoreferenziali, educate a Oxford, e in costante lotta intestina. Hanno avuto abbastanza dei ‘pochi’, i few, e della loro spocchia prima e dopo Brexit. Un atteggiamento anti-elitista è emerso anche tra i giovani francesi. Almeno nel primo turno delle presidenziali (22 aprile), i minori di 24 anni hanno preferito gli ‘estremisti’ Le Pen e Melenchon al ‘moderato’ e ‘centrista’ Emmanuel Macron. Macron ha vinto alla grande il secondo turno e le legislative; anche se la percentuale di votanti negli ultimi due turni è stata pari ad appena 49 e 43%. Il fatto che ‘Republique en Marche!’ abbia portato molti giovani all'Assemblea Nazionale non è dunque una vera misura del suo successo tra le generazioni più giovani. Davvero Macron portera’ 'cambiamento'? In caso affermativo, in che modo?

Una netta frattura politica, visibile anche lo scorso anno nelle elezioni statunitensi, si sta intanto formando tra le aree metropolitane e la ‘campagna’. Le ‘elite metropolitane’ hanno votato Democratici, Labour e Macron. La maggioranza delle grandi città britanniche ha votato Labour; a Londra, il partito di Corbyn ha ottenuto 49 seggi; i conservatori, 21. In Francia, Macron ha vinto Parigi con una quota pari a quasi il 90%.

Detto questo, il Labour e 'En Marche!' differiscono profondamente in molti aspetti. La piattaforma politica di Corbyn è chiara e ben definita, in parte anche grazie alla discussione con un comitato di consulenti economici di alto profilo (e molto chiacchierato). C'è un partito, c'è una visione. Al contrario, e nonostante le sue connessioni con economisti di fama (come Jacques Attali e Jean Pisani-Ferry), Macron è stato vago e generico, al confine con la demagogia e simile ad un ologramma in costante metamorfosi.

Il suo caso è tanto preoccupante quanto quello dei cosiddetti ‘partiti personali’ (‘Forza Italia’ ne e’ il più famoso esempio) emersi in Europa circa venti anni fa; essi ancora mantengono un certo grado di organizzazione e struttura; ‘Republique en Marche’ pare invece una ‘grande tenda’, su misura per un leader presumibilmente carismatico, che si mette in qualche modo davanti a e al di sopra del partito e ha legami chiave con forze esterne poco trasparenti (come ad esempio l’’alta finanza’). Inutile dire che questa evoluzione è altamente problematica per la democrazia moderna.

Questa personalizzazione crescente della politica e la ‘volatilità’ delle strutture del partito in aree ‘periferiche’ hanno contribuito anche al declino della popolarità delle forze globaliste e ‘progressiste’ nelle aree rurali. Sentendosi sempre più marginalizzata, la ‘periferia’ (un termine derogatorio e per se’ ingiusto) ha guardato alle ‘estreme’, sia a destra che a sinistra.

Il protezionismo, la re-industrializzazione, l'uscita dall'euro e altri slogan (talvolta populisti) hanno catturato l'attenzione e i voti dei lavoratori marginalizzati, dei minatori, dei lavoratori agricoli o dei disoccupati. Può il mondo ‘globale’, se vuole attenersi ai principi democratici, permettersi di trascurare e dimenticare milioni e milioni di elettori? Dopo tutto, Hillary Clinton, tra il resto, ha perso le elezioni presidenziali statunitensi nelle ‘periferie’, mentre Macron si e’ reso conto del punto un po’ tardi, dopo che il suo avversario Marine Le Pen aveva visitato una fabbrica in difficolta’ nella sua città natale, Amiens.

Ora però è il momento di agire. Riuscira’ il nuovo presidente a capire che la democrazia non può essere dominata dai pochi per i pochi e a dimostrarlo nei fatti e nelle scelte concrete, andando al di là della sua retorica flamboyant?

Quello che alle democrazie europee e’ mancato di più, almeno dagli anni '80, è una visione politica di alto profilo. Un politico con una visione intanto è scomparso lo scorso 16 giugno: stiamo parlando di Helmut Kohl. L'ex cancelliere tedesco non era impeccabile (fu coinvolto in uno scandalo finanziario della CDU e nel prematuro riconoscimento della Croazia, che ha contribuito ad aumentare le tensioni nell'ex Jugoslavia). E tuttavia ebbe una grande visione per la Germania e l'Europa, e la persegui’ nonostante numerosi ostacoli. La ri-unificazione tedesca, nella sua visione, era complementare all'integrazione europea; fu Kohl, che, nonostante una scarsa conoscenza dell'economia, spinse l'euro come un progetto politico di pace tra Germania e Francia.

Come amava spesso ricordare, aveva perso un fratello maggiore nella seconda guerra mondiale e cio’ contribui’ al suo impegno per la pace europea. Inoltre, la ri-unificazione tedesca gli avrebbe dato un posto nei libri di storia, ma probabilmente gli costo’ la cancelliera (nel 1995), a causa dei suoi pesanti effetti economici nei Länder orientali.

In un certo senso, Kohl sacrifico’ la propria carriera e non tento’ le avventure lucrative in consulenze, banche o società, che tanti giovani politici hanno in seguito improvvisato.

Macron ha 48 anni meno di Kohl. La storia lo ricorderà come uno statista o un pallido ologramma, un leader o una figura in preda a interessi di parte? Forse è troppo presto per dirlo. Ma la democrazia occidentale ha urgente bisogno di riconquistare la visione, gli ideali, la nobiltà della generazione di politici che hanno assistito alla seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze. È importante per l'Europa, per la democrazia e per il nostro futuro. Le migliori condizioni economiche, di cui tanti giovani hanno bisogno, richiedono piu’ politica e soprattutto politica migliore.