13 Reasons Why: i vissuti psicologici dietro al suicidio di Hannah Baker

Hannah Baker, 13 Reasons Why

14 Settembre Set 2017 1156 14 settembre 2017 14 Settembre 2017 - 11:56

I colpi di scena di Thirteen reasons why ne fanno quasi un thriller. Dal punto di vista psicologico però la storia di Hannah Baker lascia in mente l'eco di una nota stonata

[di Chiara Cilardo, State of Mind]Preceduta dal gran successo ottenuto dal libro, Thirteen reasons why di Jay Asher, la serie televisiva omonima prodotta da Netflix è stata anticipata da grandi attese. L’adattamento dell’opera di Asher mantiene le promesse in termini di popolarità, con più di 11 milioni di mentions dopo appena un mese dal suo rilascio.

Se le tematiche affrontate sono tutt’altro che leggere, bullismo, violenza, discriminazione, abuso di sostanze, la serie non manca di artifici narrativi degni del migliore giallo: suspense, colpi di scena, ironia, il tutto condito con una sapiente regia e fotografia e senza stravolgere la trama originaria del romanzo.

Thirteen reasons why – La trama

Hannah Baker è una 16enne studentessa del Liberty High School, da poco arrivata in città. Era, perché fin dai primi minuti sappiamo che la ragazza si è suicidata da pochi giorni, che i suoi compagni sono sconvolti e che l’evento appare inspiegabile. Dopo poco però scopriamo che un senso c’è, che il gesto è stato non solo premeditato ma anche studiato a tavolino: Hannah ha lasciato infatti 7 cassette che, nello svolgersi delle puntate, una per ogni lato della cassetta, ci faranno scoprire dettagli sulla sua vita e sulle sue motivazioni. Ogni lato di ogni cassetta racconta una storia che ha per protagonista lei e un altro personaggio. Le cassette sono numerate perché c’è un ordine nell’ascolto, una escalation nelle motivazioni e nei vissuti, nelle violenze e nella disperazione, un percorso che porta Hannah Baker verso una scelta di non ritorno.

Curiosa la scelta del mezzo con cui Hannah Baker decide di incidere le sue parole, le vecchie musicassette ormai in pensione da anni considerando che la serie è ambientata nel 2017. Questa scelta inusuale, voluta dalla stessa Hannah, si accompagna ad un’altra altrettanto desueta: assieme alle cassette Hannah Baker ha lasciato una mappa cartacea, su cui ha segnato con delle crocette dei punti che nello svolgersi della storia saranno delle tappe esplicative. Questo ritorno al passato, potremmo dire anche questo tocco vintage data l’età della ragazza, ci comunica che c’è un pensiero dietro al gesto, una ricercatezza fin troppo leziosa. Un prendere le distanze dal mondo a cui sente di non appartenere, quello dei suoi coetanei fatto di smartphone e cuffie beats, a cui pure non è estranea. Del resto la vediamo arrotondare con un lavoretto pomeridiano altrettanto vintage, vende infatti pop corn nel cinema della città, il Crestmont, e assieme a lei Clay, altro protagonista della serie e altra figura ‘diversa’ rispetto agli altri.

I vissuti di Hannah Baker – uno sguardo psicologico alla serie

Da spettatore di Thirteen reasons why e si viene catapultati in una sorta di thriller, si vede la serie tutta d’un fiato per i continui colpi di scena inattesi che tengono viva la curiosità. Da psicologo la visione lascia nella mente la eco di una nota stonata. Quello che non convince è proprio tutto quello che dovrebbe andare oltre il romanzo e andare a toccare nel vivo i problemi. Ma è proprio quello che sembra non fare, anzi. Saltando con disinvoltura da un tema all’altro e non toccandone mai uno nel profondo si ha l’impressione che gli accadimenti di Thirteen reasons why siano funzionali solo a mantenere alta la suspense. Inoltre la presenza di personaggi altamente stereotipati non aiuta a rendere il tutto più credibile (il ricco, borioso, viziato, cattivo; il belloccio quarterback che sembra cattivo ma poi scopriamo avere la madre alcolizzata e la figura paterna assente; la perfettina della scuola che nasconde la sua omosessualità; le cheerleader che sono delle ochette alla mercé dei giocatori di football; il bravo e buon ragazzo che muore in un incidente, lo ‘sfigato’ invisibile ma intelligente e sensibile). Si finisce per non prendere sul serio i temi seri e per prendere sul serio gli aspetti futili di qualsiasi teen drama.

Hannah Baker inizialmente attira anche una certa sensazione di fastidio perché sembra sia lei stessa ad esasperare avvenimenti del resto non così drammatici, non così gravi, portando paradossalmente anche noi spettatori a sminuire il suo vissuto. Perché anche di vissuto si tratta, non solo di eventi oggettivamente dannosi.
Quasi del tutto inedita in letteratura questa accentuazione di desiderio di vendetta da parte della vittima, quanto piuttosto di senso di vergogna e colpa che la accompagna, cose che aumentano il rischio di suicidio, come illustrato dalla recente meta analisi di Holt e colleghi (2015).

Hannah vive intensamente quello che le accade e con queste cassette lascia la sua vendetta che sa avrà conseguenze serie, lascia a tutti i coprotagonisti dei racconti un turbinio di sensi di colpa, rimuginio, ansia che si manifestano con abuso di sostanze (alcol e marijuana) e, in altri casi, con meccanismi di rimozione. Ma alla fine tutti capiranno che le loro azioni hanno un peso anche quando le compiono con leggerezza. Il disimpegno morale con condotte di ‘spegnimento’ momentaneo del giudizio morale viene sgretolato quando, ascoltate le cassette, si fanno i conti con i fatti, la realtà.

Senza dubbio si tratta di una serie corale, laddove ogni avvenimento si genera e si evolve in una serie di relazioni e non potrebbe svolgersi altrimenti. Ogni personaggio di Thirteen reason why, anche secondario, concorre a favorire, ostacolare, avallare e in ogni caso prende parte alle azioni, in una vicenda in cui ogni tassello è determinante.

Anche questo sottolineare il concorso di colpe ci ricorda che laddove c’è una vittima di bullismo, c’è qualcuno che è il bullo, ci sono i complici, ci sono gli spettatori, ci sono figure di riferimento assenti o inadeguate a gestire o anche solo a notare la situazione.

L’obiettivo dichiarato della serie è quanto mai ambizioso e mirabile, ovvero puntare i riflettori su un fenomeno ancora troppo sommerso e sfuggevole. Ma anche un po’ pretenzioso, dato che i temi affrontati sono tanti e complessi. Hannah Baker è vittima di cyberbullismo e bullismo, discriminazione sessuale, e, infine, di violenza sessuale. Ma non solo, è vittima anche di una violenza più sottile e meno manifesta, come l’indifferenza dei genitori e la disconferma dello psicologo della scuola nell’unico momento in cui, esasperata, cerca apertamente conforto in una figura adulta di riferimento.

Nota di pregio di Thirteen reason why è il porre l’attenzione al bullismo e in generale ad espressioni di disagio in età evolutiva come fenomeni compositi e complessi, che vanno affrontati su più fronti e più livelli. Non si può prescindere dall’intervento degli adulti, delle figure di riferimento (insegnanti, coach) e dei compagni stessi, ma nemmeno si può eludere un confronto con i ragazzi, con cui lavorare in percorsi di aumento di responsabilità e comprensione delle possibili conseguenze, da cui non possono prescindere percorsi di intervento e prevenzione (Cook et al., 2010). Gli Autori evidenziano come i fattori predittivi possano essere di natura individuale e contestuale, e sulla base di queste riflessioni andrebbero creati modelli di intervento multicomponenziali.

C’è ancora molto da fare, c’è ancora molto da definire e migliorare in termini di interventi e ricerca, ancora molto eterogenea in termini di costrutti indagati e analisi (e.g. Jiménez-Barbero et al., 2016), ma è grazie a prodotti come Thirteen reasons why che si riesce a smuovere anche l’opinione comune su problematiche che sono vicine a noi, più di quanto pensiamo.

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