LinkedIn: come trovare lavoro senza calcetto o senza essere campione del mondo (intervista a Osvaldo Danzi)

6 Ottobre Ott 2017 0737 06 ottobre 2017 6 Ottobre 2017 - 07:37

Sono passati alcuni mesi da quando il ministro Poletti regalò quel consiglio ai giovani in cerca di lavoro: basta curriculum, il lavoro si trova giocando a calcetto. Qualcuno è ancora lì a giocare a calcetto, i restanti sono solo più incazzati e confusi. E forse c'è persino la beffa. Ne parlo con Osvaldo Danzi.

Sono passati alcuni mesi da quando il ministro Poletti regalò quel consiglio ai giovani in cerca di lavoro: basta curriculum, il lavoro si trova giocando a calcetto. Qualcuno è ancora lì a giocare a calcetto, i restanti sono solo più incazzati e confusi.

Uno scherzo del destino vuole, notizia freschissima, che un campione del mondo con evidenti amicizie fatte sui campi, il lavoro lo abbia trovato invece su LinkedIn.

Zaccardo una vita da difensore, l’unico capace di segnare su azione a Buffon (neanche Zidane ci riuscì con quell'inzuccata...) ha annunciato che andrà a giocare a Malta. E che l’offerta arriva proprio da LinkedIn, da quell’annuncio che tra il serio e il faceto aveva postato qualche mese fa.

La morale sa di beffa. Cristian ci ha beffato tutti. Un calciatore che ti aspetti sul campo arriva sul social del lavoro e lo trova.

Gli altri no, e quasi viene da continuare con il calcetto.

Com’è la storia? Che fare? L’ho chiesto ad Osvaldo Danzi, uno che di lavoro ne sa parecchio. E che sa molto anche di LinkedIn.

Osvaldo Danzi, appassionato di Umane Risorse e tecnologie. Inizia l’attività di recruiter nel 1997 selezionando profili legati al settore alberghiero e oggi collabora con SCR Consulenza seguendo le selezioni di middle e top management. È il fondatore della Business Community FiordiRisorse nominata da Linkedin come caso di successo italiano, l’ideatore dell’unico Master italiano per manager e imprenditori definito etico, lowcost, itinerante che in sei anni ha coinvolto oltre 100 aziende italiane. Collabora con Wired Italia ed è editore di Informazionesenzafiltro.it

Osvaldo, vale la pena stare tutto il tempo su LinkedIn o si può fare anche qualcos’altro?

Credo ci siano mille cose migliori per cercare lavoro che non stare su Linkedin, soprattutto per come è “involuto” lo stare su Linkedin.

Nell’arco di 5-6 anni c’è stato un sovvertimento di intenzioni, un capovolgimento delle competenze, una rivoluzione culturale che è lo specchio di quello che è oggi il mondo del lavoro. Un mondo riempito di figure motivazionali da operetta, incapaci di insegnare ai propri figli ad allacciarsi le scarpe, ma che vorrebbero insegnare ad altri a campare, e ai dirigenti ad essere più efficaci.

Oppure, egocentrici megalomani che ogni giorno dispensano consigli di sado-business invitando i candidati a mandare i recruiter a quel paese o a fare esperimenti suicidi sulla pelle degli altri, paventando successi e ricchezze inesistenti.

Peggio ancora i piazzisti di cv, consulenze, corsi di formazione travestiti da offerte di lavoro e ultimamente anche escort e comici involontari. E infine la nuova guerra fra poveri: recruiter senza storia che si atteggiano a guru della selezione postando massime filosofiche degne del peggior Catalano contro candidati indifendibili che narrano di millemila invii di curriculum a cui nessuno risponde.

Mi pare di capire che sei ottimista :)

Siamo passati da un bel Principe di Galles a quegli orribili bluejeans con i buchi e mi dispiace dover ripetere questa banalità, ma è davvero difficile capire dove finisca Facebook e dove inizi Linkedin.

Per un periodo si è provato a mettere a regime una modalità di utilizzo dello strumento che potesse essere riportata a un buon senso comune. Il progetto #GalateoLinkedin a cui ho partecipato anche molto volentieri aveva l’obiettivo di condividere queste buone pratiche. Non ho più seguito le ultime evoluzioni, ma mi sembra che sia l’interesse, sia l’attenzione siano diventati molto modesti. Me lo spiego con il ritornello che spesso sentivo ricorrere durante gli incontri che organizzavamo nelle aziende: non si può recintare uno strumento come questo dove la piazza pubblica è talmente eterogenea e con talmente tanti interessi e strategie diverse. Ma soprattutto impossibile in presenza di una così blanda conoscenza dello strumento diventato sempre più alla portata di tutti ma senza un regolamento comune. E in mancanza di regolamenti è ancor più impossibile definire lo stile. E se avessero ragione quelli che pubblicano le foto profilo con gli occhiali da sole e a torso nudo?

Prima hai detto “mille cose migliori da fare”, dimmene qualcuna

Credo che insieme a una buona presenza su Linkedin in termini di profilo curato, contenuti di interesse pubblico e tutte quei bei suggerimenti che tutti i giorni dispensi dalla tua rubrica e che quindi è inutile ripetere, ci siano almeno un paio di attività “core” che accompagnano il proprio ricollocamento professionale: una formazione professionale aggiornata ed una buona piattaforma di networking.

Formazione e networking. Iniziamo dalla formazione.

Un buon manager (ma anche un qualsiasi dipendente “di concetto”) non può permettersi di imparare dalla “scuola della vita”; deve confrontarsi e accrescere le proprie competenze continuamente.

Il mondo del lavoro cambia, gli stili relazionali sono in continua evoluzione, i dipendenti e i collaboratori non sono più gli stessi di dieci anni fa. Bisogna fare i conti con generazioni che hanno una percezione del lavoro profondamente diversa, accessi alle tecnologie profondamente diversi, esigenze profondamente diverse.

Bisogna dunque studiare tutte queste evoluzioni non solo per creare processi che abbiamo un senso calata in una realtà così mutevole, ma anche avere un assetto psicologico che sia in linea con nuove generazioni. Oltre a dover prepararsi molto bene a far convivere generazioni molto diverse fra loro perché non dimentichiamoci che non è più come 30 anni fa dove esisteva “l’età media” in azienda. Oggi la vita professionale delle persone si è notevolmente allungata e nella stessa azienda ci sono 25enni a fianco a 60enni.

Per questo a mio avviso è sempre più importante scegliere percorsi manageriali molto concreti, con una giusta dose di accademia ma tantissimo confronto con chi “lavora sul campo” e soprattutto quel campo andarlo a conoscere e sperimentarlo. Scegliere un master manageriale dove si trascorre in aula il 70% del tempo e al massimo viene presentato qualche manager una tantum a presentare la sua lezioncina autopromozionale, sono soldi buttati via. E’ necessario individuare luoghi di confronto dove si discutono case history e dove le aziende parlino dalla viva voce dei loro dipendenti.

E poi, al netto dello “storytelling”, attraversare la fabbrica e respirare quell’aria. Sentire se la filosofia diventa pratica. C’è ancora chi sceglie la cornice dove appendere il diplomino prima ancora di iniziare la prima ora di lezione.

Capitolo networking invece?

L’altro aspetto strategico per chi vuole anche trovare opportunità diverse, sono le piattaforme di networking. Personalmente non sono un grande fan delle Associazioni di Categoria che hanno obbiettivi politici fin troppo dichiarati, ma oggi è possibile accedere a Gruppi (anche Linkedin) molto attivi off line dove la condivisione di best practice o di interessi comuni permette alle persone di conoscere altre persone e trovare i propri fornitori, clienti, partner. Anche qui, vale come sui social: prima si dà, poi si riceve. Altrimenti…

Altrimenti cosa? Continua pure.

Altrimenti si finisce come quegli utenti di Linkedin che dicono: “sono da due anni su Linkedin e non ho ricevuto nemmeno un’offerta di lavoro”. Ecco, questi hanno interpretato il concetto di vetrina in maniera molto letteraria: si sono attaccati al collo il cartellino col prezzo e aspettano che qualcuno passi a prelevarli.

...Alcuni hanno interpretato il concetto di vetrina in maniera molto letteraria: si sono attaccati al collo il cartellino col prezzo e aspettano che qualcuno passi a prelevarli.

Il networking invece è una cosa molto seria, che va curata giorno per giorno, prima attraverso la fiducia, poi facendosi conoscere per le proprie competenze e infine avvicinando solo persone per le quali c’è un interesse reale, motivando con cognizione "l'abbordaggio"”. Altrimenti è solo spamming relazionale e alla pari dei millemila cv inviati, anche questo resterà senza risposta.

Grazie Osvaldo, ci vediamo su LinkedIn o al calcetto:)