L’ordinaria inciviltà della disabilità

12 Gennaio Gen 2018 2011 12 gennaio 2018 12 Gennaio 2018 - 20:11

Il Corriere della Sera ha recentemente riportato una di quelle storie che potremmo catalogare come ordinaria inciviltà. Una persona con disabilità, in carrozzina a motore, è rimasta intrappolata per una notte in una stazione ferroviaria, ostaggio delle barriere architettoniche. Antonio Canonica, 60 anni, era partito da Bellinzona nel pomeriggio per Varese ma, una volta arrivato, non è potuto scendere perché il predellino era troppo alto rispetto alla banchina. Vista la pesantezza della sua carrozzina a motore, l’unica soluzione che gli è stata prospettata è stata quella di ritornare in treno fino alla stazione precedente, Induno Olona, e riprendere un convoglio che arrivasse al binario accessibile 3 di Varese che ha l’altezza giusta per le carrozzine. Arrivato in stazione, però, la sorpresa: dovendo cambiare binario, l’ascensore era bloccato e la rampa per i disabili terminava su un cancello chiuso, senza che nessuno avesse le chiavi. Fine dei giochi: armato di coperta e un panino, dopo aver trascorso la notte in stazione, alle 5 del mattino Canonica ha ripreso il primo treno per la Svizzera. Una storia che ha dell’incredibile, vero? No, purtroppo. Anche in un paese come l’Italia, assai avanzato per quel che riguarda il quadro normativo in materia di disabilità, l’obiettivo di realizzare l’inclusione sociale delle persone disabili, come promossa dalla Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità del 2006, resta un risultato difficile da raggiungere. Intendiamoci: rimodellare una società intera a misura di tutti è un’impresa che non finisce mai: hanno un ruolo l’urbanistica, l’architettura, il design industriale, la medicina, il welfare, senza parlare della macchina pubblica che deve attuare concretamente le politiche di inclusione. E l’Italia non è certamente all’anno zero. Ma, come dimostra la disavventura del sessantenne di Bellinzona, lo scoglio da superare, prima di ogni altro impedimento, è quello della visibilità della disabilità nelle nostre comunità. Provo a spiegarmi. C’è un bellissimo volume di Matteo Schianchi, che non mi stanco mai di citare (Storia della disabilità: dal castigo degli dèi alla crisi del welfare, Carocci Editore), che ricorda come nella storia le persone con disabilità siano state sempre nascoste alla vista, chiuse in casa, segregate, allontanate. O, addirittura, derise e perseguitate. La disabilità, per una serie di motivi socio-religiosi, è stata per secoli una condizione relegata in un angolo, priva di dignità e cittadinanza, considerata una maledizione divina, una vergogna o, nel migliore dei casi, qualcosa da compatire. E anche oggi, nelle nostre moderne e civilissime società, l’eredità di questo passato si fa sentire, e parecchio: la mancanza della consapevolezza che la disabilità altro non è che una normale condizione umana, che molti di noi possono trovarsi a vivere in un momento qualsiasi della propria vita, di fatto pone un ostacolo formidabile all’accettazione della disabilità stessa. La quotidianità della disabilità spaventa: se un Alex Zanardi o una Bebe Vio suscitano simpatia ed ammirazione, la fatica giornaliera delle difficoltà nella normalità è un altro paio di maniche. E, conseguentemente, tutta una serie di azioni che tendono a riequilibrare la situazione garantendo la parità di godimento degli inalienabili diritti di cui ogni cittadino gode, come limpidamente sancisce l’articolo 3 della nostra Costituzione sin dal 1947, arranca, spesso si trascina, perde vigore. Non trova, in altre parole, un ambiente favorevole. Capacitante, Si tratta, di fatto, dell’incosciente – nella duplice accezione di inconsapevole e sconsiderato – rifiuto dell’alterità di tante donne e tanti uomini che quotidianamente si trovano ad affrontare situazioni sfibranti. Spesso umilianti. Se ancor oggi c’è bisogno dell’instancabile attivismo di Iacopo Melio, che con il suo #vorreiprendereiltreno ha fatto capire quale sia il significato profondo del diritto alla mobilità e all’accessibilità per chi ha una disabilità, è evidente che la sfida è culturale prima che normativa o economica. Chissà se di questo ed altro parlerà agli Italiani la politica che affila le armi per le prossime elezioni per il Parlamento.