I primi cinque anni di Papa Francesco, "Pontifex" social ma non troppo

13 Marzo Mar 2018 0700 13 marzo 2018 13 Marzo 2018 - 07:00

Cinque anni di Pontificato sono bastati a Papa Francesco per conquistarci. Non sono stati di certo i selfie di corsa sui social network o il colore dell'accento sudamericano a scaldarci il cuore. È stato piuttosto quel misto di umiltà e spiritualità a farlo diventare "papà del mondo" (non ho usato un accento di troppo), raccogliendo simpatie e consensi anche in altre religioni.
Un paio di anni fa ero in viaggio nella sua Buenos Aires. Uscendo dalla chiesa dove Bergoglio celebrava da Arcivescovo, feci amicizia con uno studente argentino che mi disse: "È uomo di concretezza. Sapeva esserlo qui e lo sarà sempre".

Il viso di Papa Bergoglio ha custodito in questi cinque anni in Vaticano la cartina dell’America Latina, quella che per decenni agli occhi di europei e italiani è stata beffeggiata dai cliché delle dittature facili, balli tropicali e i faccioni di Che Guevara che sventolavano sulle bandiere. L’Argentina di Papa Francesco non è una pallonata di Maradona, una notte di tango a Buenos Aires, un ululato appassionato di Mercedes Sosa o lo sbuffo a fumetti della Mafalda di Quino che “della minestra ne aveva piene le scatole”.

L’Argentina di Papa Francesco resta quella del Peronismo, della dittatura dal pugno di ferro di Videla e del dramma dei Desaparecidos, delle rivendicazioni colonialiste delle isole Falkland, delle favelas e dell’estrema povertà, tenuta nel pugno da un piccolo branco di ricchi sfondati.

Nello sguardo tenero di Papa Francesco, raccontato in centinaia di selfie che circolano in Rete, intravediamo lo sforzo del parroco umile, dal 2013 “parroco del mondo” senza oro né scarpine rosse, che continua ad affrontare la povertà camminando a fianco degli emarginati e mortificando con il suo temperamento le bassezze della Chiesa e di quei prelati che da lui hanno appreso una grande lezione.

Figlio e al tempo stesso contestatore del Concilio, Papa Francesco ci ha insegnato che le piccole grandi rivoluzioni si possono compiere ancora senza troppi clamori, quelli che oggi vanno di moda sotto il vessillo del populismo.