L’amore migliora la vita, anche quando è imperfetto. Intervista ad Angelo Longoni

13 Giugno Giu 2018 0713 13 giugno 2018 13 Giugno 2018 - 07:13

“...Quello che si dice sull’amore è vero, l’amore migliora la vita, anche quando è un amore imperfetto. Del resto che altro può essere l’amore, visto che ognuno è imperfetto a proprio modo?”

Un libro che è stato uno spettacolo teatrale, un tema, l’amore tra due ragazzi dello stesso sesso, e l’ipocrisia, la violenza, l’incapacità di far fronte a qualcosa che dovrebbe rendere felici.

TRAMA

Due coppie di genitori si trovano per discutere di un problema che riguarda i propri figli maschi appena divenuti maggiorenni. All'inizio i quattro sembrano essere molto civili e dimostrano di avere a cuore solo il bene dei propri ragazzi ma, quando si tratta di discutere della loro omosessualità e della loro volontà di vivere apertamente il loro amore, le cose si complicano.

Madri e padri mettono in luce tutta la loro fragilità morale, diventano violenti, paurosi, meschini, facendo emergere anche le loro difficoltà di coppia e le loro frustrazioni. Non importa quale sia la loro provenienza sociale o la loro estrazione culturale; sono tutti inadeguati a mettere mano seriamente al proprio ruolo genitoriale.

LE MIE DOMANDE ALL’AUTORE

Perché ha scritto questa storia?

Il 20 maggio 2016 anche l’Italia, finalmente, si è dotata di una legge sulle unioni civili, come negli altri paesi europei.

Il percorso della legge però è stato tumultuoso e contrastato. L’ipocrisia di ogni genere e colore ha fatto da collante per una consistente parte di popolazione che si opponeva al riconoscimento di ciò che esiste in natura. Tutto ciò sta a dimostrare come in Italia permanga una resistenza culturale a qualsiasi tipo di integrazione e parità di diritti.

C’è anche un’altra forma di ipocrisia, quella che fa gridare i progressisti a favore dei diritti civili a parole, ma che poi, di fatto, non sa convivere con la diversità quando essa si presenta all’interno delle case di chi, alla fine, tanto progressista non è.

Ho scritto questa storia per parlare dell’ipocrisia che caratterizza i comportamenti omofobi.

I suoi personaggi sono completamente inventati?

I miei personaggi non sono inventati, si possono trovare ogni giorno per strada, a scuola, in famiglia, sul lavoro. L’ipocrisia è diffusa e persiste in ogni ambiente. Basta guardarsi in giro per trovare personaggi come quelli che descrivo.

I dialoghi delle due coppie mi hanno ricordato Carnage il film di Roman Polanski. Lei all’inizio del romanzo ci descrive i personaggi e le loro case, oltre al loro lavoro. Perché li ha voluti contestualizzare così accuratamente? E perché ha scelto di farli incontrare a casa di Anna e Marco?

Carnage racconta una storia molto diversa. I personaggi dei genitori si vedevano in un pomeriggio per parlare di un conflitto tra ragazzini di 12/13 anni. Il loro era un incontro molto informale. Nel film e nello spettacolo teatrale i figli non si vedono mai. Nella mia storia, a parte il fatto che esistono due coppie di genitori, non c’è altro che rimandi a Carnage. Ne L’amore migliora la vita seguiamo i due figli a cui capitano tantissime cose. I genitori ad un certo punto della serata si separano per continuare la storia in altri luoghi. Le due famiglie, in apparenza, hanno il desiderio di risolvere i problemi dei figli, mentre in Carnage c’era un conflitto immediato tra loro. Ma ciò che differenzia maggiormente la mia storia è la vicenda dei due ragazzi. La violenza è presente fino alla fine. In Carnage la violenza era lo spunto di partenza.

Ho scelto di contestualizzare nei dettagli le due coppie genitoriali per descrivere il profondo conflitto culturale che li caratterizza. Una famiglia borghese, agiata economicamente, un po’ superficiale ma con grandi certezze… tutte confutabili. L’altra coppia è composta da radical chic, molto evoluti e aperti… apparentemente.

Gli ambienti contraddistinguono le due coppie in modo marcato e aiutano il lettore a completarne l’identikit.

Crede sia ancora vero che certa politica (di sinistra) sia maggiormente “vicina” e solidale nei confronti dei diritti civili delle coppie omosessuali e contro ogni discriminazione di genere oppure oggi è solo un modo opportunistico e cinico per “catturare” una fetta di elettorato?

L’elettorato gay ha delle caratteristiche fondamentali: è composto da single o al massimo da coppie. Rispetto a quello etero è più abbiente e raffinato. Ha maggiori possibilità economiche perché, a parte alcuni rari casi, non ha figli e, di conseguenza, ha meno spese. È, per così dire, un mercato in espansione. Sarebbe un’ipocrisia negarlo. Il bacino elettorale della popolazione gay e lesbo è vastissimo. La sinistra fa leva su questi elettori un po’ per appartenenza e vicinanza ideale, un po’ per utilità. È normale. A volte chi si fa paladino delle idee virtuose poi è negligente nel praticarle. È sempre un problema di ipocrisia. Mi domando come mai la legge sull’omofobia è ferma in Parlamento da anni. Forse perché non si è trovato in Parlamento il numero sufficiente per approvarla?

Le due coppie di genitori appartengono ad una middle class culturalmente evoluta ed economicamente abbiente. Come sarebbero cambiate le reazioni dei genitori se fossero stati precari o disoccupati? Ci ha pensato?

Certamente, ci ho pensato. Ho scelto di differenziare le due coppie più dal punto di vista culturale. Una storia ambientata nel mondo proletario avrebbe avuto un taglio completamente diverso e non si sarebbe potuto puntare l’attenzione sull’ipocrisia borghese e fintamente progressista. Quello che detesto maggiormente è quella sorta di aristocrazia che si sta formando nel nostro Paese. Una classe costituita da pochi, avanzati economicamente o culturalmente, gente che non ha perso le proprie prerogative e vantaggi anche dopo e durante la crisi. Gente che inganna se stessa e gli altri con le proprie idee contraddittorie. Alla fine rimaniamo un paese di gente falsamente progressista, che disprezza ogni intrusione nella “normalità” preconfezionata, liberi a parole ma repressi se la diversità ci tocca da vicino.

“Non dirò che la rivoluzione sessuale è naufragata miseramente nel conformismo della famigliola borghese (...) gli omosessuali sono discriminati? Non farò cenno a quanto potere abbiano nel mondo del lavoro, nella politica e... nella Chiesa”. Le parole di Franco, uno dei protagonisti di L’amore migliora la vita la trovano d’accordo? È così come dice lui o è una provocazione?

I personaggi del romanzo, nessuno escluso, sono lo specchio del paese. Si dimostrano paurosi, meschini o arroganti. Non importa quale sia la loro provenienza sociale o la loro estrazione culturale, sono tutti inadeguati a mettere mano seriamente al proprio modo d’intendere i sentimenti e al loro ruolo genitoriale. Ognuno ha il suo modo di parlare e agire. Nel caso di Marco, il cinismo è la modalità che lui usa per guardare e interpretare il mondo. La sua affermazione ha molto di vero. È innegabile che, negli anni, il mondo gay abbia visto crescere il proprio potere in molti ambiti del nostro Paese. Questa è una verità che però non può essere presa come unica. Al di là della solita privilegiata aristocrazia economica e sociale, ci sono persone omosessuali che si muovono in ambiti molto meno aperti e comprensivi. È per questo che nel romanzo si mette a fuoco il problema dell’omofobia.

È ovvio che un omosessuale che lavora nel mondo della moda milanese ha molti meno problemi e più privilegi di un omosessuale che lavora in una fabbrica del sud Italia.

Ma il nostro è sempre di più il Paese dei privilegi e delle disparità.

In merito alla rivoluzione sessuale devo dire, avendola vissuta, che l’approdo a cui si è giunti è veramente distante dal punto di partenza. Essere gay aveva una portata di indipendenza e di rifiuto della normalità borghese, prevedeva la costituzione di gruppi ampi e aperti svincolati dalle ristrette mura domestiche. Ora rivendicare la famiglia omosessuale come diritto “rivoluzionario” mi fa un po’ sorridere.

La soluzione per evitare di soffrire per Franco è fingere. Fingere che tutto vada bene. Quanto può essere salvifica la verità e quanto l’ipocrisia secondo lei in situazioni come quella che ci ha raraccontato?

Il mio è un romanzo sull’ipocrisia. Quindi è ovvio che io la detesti. La finzione è l’abito che tutti indossano. L’occultamento del pensiero è l’abitudine dei tempi che viviamo. L’ipocrisia è sinonimo di ottusità. Tutti coloro che, pensando solo nei termini del proprio ambiente ristretto, attribuiscono alle proprie idee un significato universale e non si accorgono della ristrettezza mentale che li rende irrimediabilmente mediocri. L’incapacità di esprimere un pensiero libero impedisce di comprendere sé stessi e le persone che ci sono vicine attraverso le immoralità quotidiane che ognuno vive e subisce.

“Due ragazzi sono stati vittime di due ingiustizie verificatesi in due luoghi diversi. La prima attraverso l’incomprensione all’interno delle mura accoglienti della famiglia. La seconda attraverso la violenza nel mondo dei loro coetanei”. Forse due facce di una stessa medaglia?

Esattamente. L’omofobia non si manifesta solo attraverso la violenza o gli insulti del mondo esterno ma anche attraverso le incomprensioni in famiglia. I personaggi del romanzo, nessuno escluso, sono lo specchio del paese. Gli adulti, madri e padri dei due ragazzi gay, mettono in luce tutta la loro fragilità nell’affrontare il rapporto con i figli. Si dimostrano paurosi, meschini, facendo emergere anche le loro difficoltà di coppia e le loro frustrazioni. Non importa quale sia la loro provenienza sociale o la loro estrazione culturale, sono tutti inadeguati a mettere mano seriamente al proprio modo d’intendere i sentimenti e al loro ruolo genitoriale. Ma se gli adulti si comportano male, anche i ragazzi, che si relazionano ai due giovani omosessuali, non sono da meno. La violenza verbale in loro si trasforma in violenza vera, fisica, pericolosa. I ragazzi spesso si fanno trascinare da pulsioni non filtrate dal perbenismo del mondo adulto. Ciò che viene sentito in famiglia e nella società assume aspetti incontrollabili con conseguenze estreme. Picchiare un omosessuale, uno straniero o un diverso non è poi tanto differente dal parlarne con disprezzo o con derisione. Il livello di inciviltà si trascina dal detto all’agito rapidamente, come un terribile “copia-incolla”, che i ragazzi non sanno distinguere e discernere, soprattutto se gli esempi che ricevono da società e famiglia sono deteriori e volgari.

Se Edoardo e Matteo fossero stati due ragazze sarebbe cambiato qualcosa secondo lei nella reazione dei genitori?

Chi lo sa? Di sicuro avere un figlio gay per i padri è un’onta più forte di avere una figlia omosessuale. In qualche modo anche la propria sessualità di maschio italico viene colpita per interposta persona. Se mio figlio è una “femminuccia” forse c’è anche in me qualcosa che non va. E’ molto comico ma è così.

Franco e Marco, due persone diverse, l’uno disprezza l’altro eppure hanno la medesima reazione di fronte alla scoperta dell’omosessualità dei figli, ma si può reagire diversamente secondo lei? Senza paura e senza delusione? Può una cosa così non rappresentare un trauma per un genitore?

Io sono assolutamente convinto che le donne siano in grado di comprendere meglio queste problematiche. Sono più profonde e sensibili. Diciamocelo sono migliori in quasi tutte le manifestazioni emotive. Detto questo, Marco è un personaggio distratto, uno che non ha mai fatto caso alle tendenze del figlio. È ordinario, quasi buffo, privo di cultura umana, è uno che vive per il lavoro e per la famiglia ma non si concentra mai sui bisogni della moglie e del figlio. Franco è un violinista che fa della sua cultura un’arma contundente, è un autentico snob che considera tutti inferiori. È apparentemente progressista, aperto e di larghe vedute. Quando però viene stimolato da Marco a cimentarsi sul piano più basso degli istinti e delle reazioni emotive, allora si comporta dando sfogo alla sua vera natura che mette in mostra un’ottusità spiccata. Di tutti, Franco, è il personaggio peggiore, il più ipocrita.

Se ha degli appuntamenti fissati per presentare il libro e vuole darci date e luoghi i lettori sapranno dove incontrarla.

Farò sicuramente una presentazione a Roma al Gay Village verso la fine di giugno.

Un’altra il 23 giugno a Milano all’interno del festival di cinema gay. Un’altra a Bracciano il 30.

Altri appuntamenti sono in via di definizione.