Opinione di Michele Fusco

Ognuno si faccia il “suo” Giorgio Bocca e se ne infischi di quello degli altri

Dovevamo aspettarcelo, anche la figura di Giorgio Bocca, la sua carriera, la sua storia personale e professionale, le sue idee, sono entrate indistintamente nella centrifuga della contrapposizione più becera e violenta, cosicchè chi voleva saperne di più su una personalità straordinaria e controversa come la sua non ha avuto diritto di rappresentanza, nè i giornali hanno supplito a questa esigenza. Un solo, modesto consiglio: fatevi il «vostro» Giorgio Bocca e lasciate perdere gli altri.   

Giorgio Bocca

Potete tranquillamente infischiarvene di tutto quello che in queste ore è stato scritto sul personaggio Bocca - sul web e sui giornali - e, se mai avete letto le sue cronache, farvi semplicemente il «vostro», personalissimo, Giorgio Bocca, che poi è l’unico modo per districarsi nel garbuglio dei revisionismi, degli insulti e delle celebrazioni. La cosa probabilmente più vera, più netta, più percepibile per la sua evidenza storica, l’ha scritta Vittorio Feltri, che Bocca odiava di gusto: «Chi iniziava a leggere un articolo firmato da lui arrivava di sicuro sino in fondo». C’è forse un coccodrillo più straordinario per un cronista? Cosa daremmo, noi microparticelle di questo universo, per una simile orazione funebre? Feltri naturalmente ha raccontato millanta altre cose spiacevoli di Bocca, ma ha avuto il buon gusto e l’intelligenza di separarle per sentimenti e identità.

Fino a una certa epoca, diciamo dagli anni ’60 fino agli ottanta buoni, Giorgio Bocca è stato un giornalista mastodontico, non evitabile da un giovane ragazzo che in quel tempo volesse capirne di più sul nostro Paese. Aveva doti alquanto rare, che ne hanno fatto l’illustratore scabro e appassionato che conosciamo: la prima, primissima, era che evitava con cura qualsiasi pippa mentale, e se aveva di fronte ladri, corrotti, lestofanti, mercenari, lenoni, assistiti, e molto altro, dalle sue cronache uscivano esattamente con la loro matrice identitaria.

La seconda, grande, virtù dei suoi scritti era che poneva queste figurine dolenti all’interno di scenari straordinariamente compiuti e psicologicamente profondi, cosicchè si poteva abbattere alla radice qualsiasi accusa di qualunquismo. La terza e ultima virtù, che comprendeva le prime due, aveva strettamente a che fare con il sentimento dell’indignazione, che Bocca modellava con la sua accetta giornalistica, restituendola poi al lettore che in quel modo si sentiva parte di un’impresa civile e collettiva. Da questo punto di vista, è stato il miglior interprete della rabbia (sopita) del suo popolo. Oggi, malinconicamente ci riderebbe (e ci rideva) sopra.

Da un ventina d’anni, e forse più, non riusciamo più a rendere elastici i nostri sentimenti e le nostre passioni. Se pensiamo che qualcuno possa rappresentarci compiutamente, lo scegliamo – acriticamente – come nostro paladino. Per sempre e comunque. Se sta dalla nostra parte politica (o crediamo ci stia), le sue parole, i suoi scritti, le sue azioni saranno ammantati di un’aurea dimensione, per cui non metterne in dubbio neppure un capello. In una parola, abbiamo perso la capacità di orientamento.
 

Ci sono giornalisti che portano con sé il loro popolo di riferimento: guai a dirne qualcosa, verrete inesorabilmente sotterrati dalle critiche, quando non dagli insulti. C’è il popolo di Scalfari (un po’ più attempato e meno incline all’intolleranza), c’è il popolo di Travaglio (l’unico che – dicono – oggi sposterebbe lettori se cambiasse giornale), c’è il popolo di Saviano, che di fronte a un ragazzo che rischia davvero la vita non ammette cedimenti, e ci sono altri popoli sparsi qua e là. Tra l’altro, quasi sempre popoli di sinistra, vuoi perché, come sostiene Galli Della Loggia, la cultura di questa destra è cultura da bar, vuoi anche perché - per convenzione ormai riconosciuta - una certa decenza civica apparterrebbe più a quel mondo.

Com’era ampiamente prevedibile, la figura di Giorgio Bocca non è sfuggita a questo tranello, proiettata in una centrifuga anche un po’ infame in cui si sono mischiate accuse d’ogni genere, da quella terribile d’essere un antisemita (per alcuni scritti orrendi del ventennio), all’altra molto più attuale di avercela con i meridionali e poi le accuse politiche per quegli innamoramenti sbagliati che lui stesso ripudiò con ritardo, fino all’ultima – ma non meno importante nella vulgata – d’essersi piegato al soldo berlusconiano quando ancora il nostro non pensava alla politica.

Rivendicazioni, tutte, che avevano certamente una radice per essere discusse con serietà ed equilibrio, esaminando la lunga carriera di Bocca, ma che no, invece sono state strumento di battaglia tra chi lo amava senza incertezze e chi invece lo odiava. E tutti quelli che volevano capirne di più? Dimenticati. Anche dai giornali.
Per cui, il mio modesto consiglio è quello di prendervi il «vostro» Bocca, quello che avete amato di più, senza badare troppo a quello degli altri.  

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Commenti

Senta mosele, le sono concesse, dalla democrazia, tutte le espressioni critiche del caso. Che naturalmente sono le benvenute. Ciò che non le è consentito, così a gratis, è sparare cazzate in libertà e attribuire agli altri concetti che non hanno mai neppure lontanamente immaginato.

Con il che, a non risentirla (per l'eternità).

Fraternamente non suo, michele fusco

E ce lo facciamo sì un Giorgio Bocca ben diverso dalle ipocrite sviolinature che troppi velinari hanno propalato. Se, come scrive Fusco non abbiamo il diritto di criticare quanto viene scritto su Bocca, e allora non si è alla ricerca di lettori ma di pecore.Possibilmente di pecore sudiste, quelle che piacevano a Bocca,rabbioso e incredulo nel sentire criticare il suo verbo da indigeni sudici e sudisti. Per primo cancellerò questo foglio dal mio indirizzario consapevole di non poter accettare il consiglio di Fusco, forse anche lui cultore del Lombroso, ma sicuramente meritevole di entrare a far parte di quell'ordine che si insiste a chiamare dei giornalisti quando al suo interno vagolano giornalai.

Controverso personaggio lo è di sicuro.

Uno che afferma in una rete nazionale che "Napoli è in putrefazione da millenni", se non lo si conoscesse si penserebbe a un vecchio ignorante( o rimbambito ) che di storia non sa un emerito. Napoli è stata la 3 citta europea per popolazione, cuna di cultura e innovazione ( primo treno, luci a gas ed electrichenper la citta, primo sistema acqua nelle case, per non parlare della letteratura, teatro, poesia etc) .

Il declino c'è stato, certo ma non nei millenni: curiosamente dall unita, che nessuno rinnega pero che ha portato a un evidente abbandono da parte dello stato centrale a favore del nord. E questo si he amplificato dal dopoguerra.

Poteva, questa, essere l'occasione giusta per dare rappresentanza giornalistica a chi voleva capirne di più. Sprecata. Peccato.

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