Analisi

Col potere ai professori venne l’inverno della nostra civiltà

Giulio Sapelli

«Perché [..] nei confronti di un esecutivo tecnico come quello guidato da Monti [il governatore di B

Illustrazione dell’artista polacco Paweł Kuczyński

Capitolo I 
Italia e Germania: le unificazioni nazionali tardive

Il governo Monti rimarrà a lungo nella memoria degli storici e dei sociologi futuri. Anche gli economisti dovranno sottoporsi alla prova dei fatti per le conseguenze che ne deriveranno sul piano della crescita e delle sue diverse, confliggenti, teorie. È un passaggio decisivo della storia italiana, di grande importanza e non ci deve far velo la mediocrità dei personaggi che lo interpretano. (Clicca qui per continuare a leggere).

 

Capitolo II 
Questione nazionale e questione internazionale

In Italia l’intreccio tra nazione e internazionalizzazione opera sin dalla sua nascita come stato – non dirò come nazione – e opera ancora oggi. Ma quell’intreccio non è mai stato culturalmente condiviso. E soprattutto esso non ha mai avuto conseguenze positive sulla crescita economica, se non meccanicamente, seguendo cioè i cicli del commercio mondiale. (Clicca qui per continuare a leggere

 

Capitolo III
La specificità italiana è eterogenea rispetto all’egemonia tedesco-europea

La specificità italiana fu che il nesso tra nazione e internazionalizzazione fu rifiutato dall’arcipelago berlusconiano. Per quale ragione? Perché esprimeva l’emersione di tutta la specificità antropologica del modello italiano di crescita. Si scontrava, il modello fondato sulla piccola impresa e sul lavoro in frantumi, come dirò dopo, con il legame internazionale subalterno – non solo sul piano economico – maturato in lunghi decenni. (Clicca qui per continuare a leggere

 

Capitolo IV 
Il legame dell’euro e i due italici blocchi

È in questa situazione che il nesso nazione-internazionalizzazione si rafforza, ma non organicamente. Piuttosto impone un’unica moneta estera a tutti gli stati europei: l’euro. Un gigantesco legame simile a quello tra peso e dollaro nell’Argentina pre-default di Menem e Cavallo tra anni novanta (novecenteschi) e inizio del nuovo millennio. (Clicca qui per continuare a leggere

 

Capitolo V
La necessità di un nuovo legame tra nazione e internazionalizzazione

Per carità, non si tratta di un piano organico, di un disegno. La storia s’invera scompostamente, come una nave in tempesta e con il capitano e i nostromi completamente ubriachi, dove in un breve lasso di tempo si scambiano i ruoli: quelli che denunciavano i ladri di partito si trasformano in partito, quelli che si alleavano con i giudici che si ergevano vittoriosi diventano loro succubi, mentre quello che ancora rimaneva dell’establishment politico era pieno di angoscia, di timori e di incertezze e solo cercava una stabilità, quale che fosse. (Clicca qui per continuare a leggere)

 

Capitolo VI  
Il ruolo del Presidente della Repubblica e il professor Monti

Di qui la scelta di Napolitano non poteva che cadere sul professor Monti, allorché decise di perseguire una via non linearmente politica, ma innovativa. Sulla quintessenza della centralità politica necessaria tra due poli parlamentari, quasi paritari numericamente e opposti l’un contro l’altro da una sorta di guerra civile ideologica, si giocava la partita. Ebbene: il professor Monti è la quintessenza della morte dell’ideologia. (Clicca qui per continuare a leggere

 

Capitolo VII
Una situazione mondiale instabile, la “dittatura romana”, il bisogno della politica e la crudeltà dei professori

Sbaglieremmo se pensassimo che ogni analisi e ogni proposta di soluzione potesse presentarsi oggi con la serenità propria di chi opera in un mondo di stabili certezze. La drammaticità dell’italica vicenda risiede nel fatto che non esiste più nel mondo un baricentro, una leadership a cui far riferimento e a cui render conto, come è tipico delle situazioni imperiali stabili. Oggi gli imperi si sono sgretolati e si è perso il controllo delle province. (Clicca qui per continuare a leggere

 

 

I. Italia e Germania: le unificazioni nazionali tardive

Il governo Monti rimarrà a lungo nella memoria degli storici e dei sociologi futuri. Anche gli economisti dovranno sottoporsi alla prova dei fatti per le conseguenze che ne deriveranno sul piano della crescita e delle sue diverse, confliggenti, teorie. È un passaggio decisivo della storia italiana, di grande importanza e non ci deve far velo la mediocrità dei personaggi che lo interpretano. Lo spirito assoluto si serve spesso dei frammenti del finito per realizzare il Suo cammino. I nostri tempi ne sono la prova. Per comprendere il passaggio in corso occorre ricordare che la storia d’Italia è sempre stata, più di quella di altre nazioni, sempre un intreccio di storia nazionale e storia internazionale. Come tutti gli stati a recente unificazione, del resto. Fuori d’Europa e in Europa.

Pensiamo, per esempio, alla differenza di percorso nella storia mondiale del retaggio in America del Sud dell’impero spagnolo, da un lato, e di quello dell’impero portoghese, dall’altro. L’implosione del primo ha condotto alla formazione di stati deboli e frammentati anche al loro interno tra centro e periferia e che sono sempre stati soggetti alle decisioni economico-diplomatiche delle potenze europee prima e nord americane poi. Il Regno Unito ha “creato” il Cile: i conflitti tra di esso e il Perù e la Bolivia sono sempre stati, nell’Ottocento e nel primo Novecento, in larga misura determinati dalle logiche di controllo dei mercati e dei giacimenti di materie prime che interessavano le grandi multinazionali inglesi. Poi sarebbe venuta la volta degli Usa; ma è storia sin troppo nota e che s’inserirà rapidamente nei gironi infernali della guerra fredda e del conflitto con l’Urss nel secondo dopoguerra del Novecento.

L’impero portoghese, invece, non solo non crollò frantumandosi, ma si rigenerò nel Brasile rimasto nuova corolla dell’impero e poi del regno lusitano in Sud America senza mai perdere l’unità che ne caratterizza, in definitiva, la forza sub specie stato federale, sino ai giorni nostri. Giungendo, così, a differenza degli altri stati, ad assumere un ruolo di protagonista internazionale, tenendo insieme e non dividendo nelle sue storie e nella sua storia, questione nazionale da questione internazionale.

I BRIC, in effetti, sono tutti stati non a tardiva unificazione, ma a lunghissimo passato imperiale, scalfito dalle onde del tremendo e lunghissimo secolo delle guerre civili europee. Scalfito, ma non distrutto, che possono quindi ben tenere unito il nesso nazionale con quello internazionale.

L’Italia, invece, non è la Spagna e non è la Francia: cioè stati a lunghissima storia nazionale. Una storia che si perde nella notte dei tempi. In nessuno dei due paesi si celebrano anniversari di fondazione della nazione… L’Italia non è neppure il Brasile. Come la Germania, l’Italia, invece, sorge da un intreccio fittissimo di relazioni e di battaglie diplomatiche internazionali che ne decidono il “destino unificatorio” in un brevissimo lasso di tempo, in meno di un secolo, in pochi decenni, dopo il Congresso di Vienna e le rivoluzioni del 1848.

La Germania, come ben aveva visto il grande Federico Engels in Po und Rhein, sorge dalla spada d’acciaio degli Junker prussiani che sono gli eredi delle tribù germaniche descritte da Tacito («adorano gli alberi, spezzano il pane con i denti…») che fermarono Roma al vallo di Adriano e cambiarono così la storia d’Europa e del mondo, ponendo di fatto le basi storico- concrete per l’avvento del nazismo secoli e secoli dopo.

La Germania sorse da una guerra vittoriosa contro la Francia e da una unificazione che è un modello di creazione della politica di potenza nel cuore dell’Europa. L’Italia, invece, sorse dalla «spadoletta di latta» – diceva appunto Engels – dei Savoia e per un gioco, magistralmente descritto da Rosario Romeo e da Denis Mack Smith, tra Inghilterra e Francia per il dominio del Mediterraneo, con lo sfondo del palcoscenico disegnato dai rapporti tra la cattolicissima Austria e il turrito dominio pontificio di Roma.

Nazioni a unificazione tardiva che tutto debbono alle relazioni internazionali, quindi, ma con diversissime radici storiche e destini futuri. Entrambe, in ogni caso, a debole consolidamento democratico ed esposte sempre al destino di sottrazione di sovranità nei momenti topici della loro storia: e per entrambe questa sottrazione di sovranità ha la sua acme nel secondo dopoguerra del Novecento. Le storie nazionali si dividono decisamente, tuttavia, e definitivamente, dopo il crollo dell’Urss. La Germania ritrova la sua temuta centralità dominatrice e trasforma l’unione monetaria europea in una vittoria pacifica sul continente.

Ma andiamo con ordine. Il problema, infatti, è quello che ci fa dire, guardando alla storia del Novecento – un secolo lunghissimo di guerre civili di cui gli europei, in fondo, sono ancora oggi protagonisti attraverso la crisi dell’euro e il conflitto monetario e sociale tra la Germania e tutta l’Europa – è quello che ci fa dire che la Germania tutto deve sempre al sostegno internazionale. Ma sempre essa opera, come ha recentemente ricordato Helmut Schimdt in un discorso straordinario dinanzi all’assemblea della SPD nel dicembre 2011, come se tale sostegno non si fosse mai verificato. E questo perché, aggiungo io, la Germania nel Novecento, ha sempre perso tutte le guerre e ha sempre vinto tutte le paci, grazie all’eccezionale sua alta produttività del lavoro, frutto del disciplinamento sociale che è proprio della sua cultura antropologica. L’alta propensione dinamica agli investimenti, in questo contesto, costituisce il segreto dell’industria e dei servizi avanzati della Germania del secolo che viene, come di quelli che furono.

L’Italia, invece, tutto deve alla sua posizione geografica e alla guerra fredda, prima come antemurale contro il comunismo e oggi come antemurale contro le conseguenze delle primavere arabe. E tutto deve, non all’alta produttività del lavoro, ma all’eccezionale fascio delle capacità personali che sovradeterminano da sempre la sua storia, tanto più ora che i grandi macroimpulsi del capitalismo monopolistico di stato sono venuti meno per via delle privatizzazioni senza liberalizzazione degli anni novanta del Novecento.

: governo tecnico / mario monti

Comments

Enzo Michelangeli's picture
Inviato da: Enzo Michelangeli
2 June 2012 - 10:27

Mai piu' chiacchiere furono spese per sostenere una tesi fasulla in partenza: quella dell'a "dittatura dei professori". Come in ogni repubblica parlamentare, il governo e' stato ad ogni passo dipendente dall'appoggio delle camere. E' inutile che "la politica" (nel senso dei farabutti che siedono in Parlamento, e dei loro difensori d'ufficio come Giulio Sapelli) dopo avere fatto la frittata cerchi ora di alzare una cortina fumogena e scaricare il costo dei sacrifici sui "tecnici": le responsabilita' tanto della crisi quanto delle attuali sofferenze e' tutta e solo sua.

Liborio Giuseppe's picture
Inviato da: Liborio Giuseppe
31 December 2012 - 23:48

Egregio Enzo Michelangeli, forse che Lei ha degli interessi nelle fondazioni bancarie? Per il vero il Sapelli nel suo fluviale articolo oltre alla tesi della dittatura dei professori tocca tutta una serie di di problematiche Italiane che non trova mai eco nella patetica publicistica nazionale.Chi sa perché non trova mai eco !?Come per esempio la guerra franco tedesca per appropriarsi di quello che ancora ci rimane, e in generale tutta la tematica riguardante l'aspetto nazional-internazionale, e altro ancora. Per l'appunto mi sembra che il suo superficiale commento sia dettato più dal dersiderio di difendere un legittimo interesse,che da un desiderio di cercare la verità delle cose.Comunque superficialità per superficialità ecco cosa pensa dei professori un notissimo regista newyorkese: Chi non sa far niente insegna e chi non sa insegnare? fa il professore di ginnastica.Cordialmente

Federico's picture
Inviato da: Federico
1 June 2012 - 18:42

Monti ha fatto solo danni con le sue tasse e le mancate liberalizzazioni. Ma Sapelli la smetta di difendere l'indifendibile... e in particolare la smetta di difendere l'interventismo keynesiano dei decenni social-democristiani che hanno creato un buco di bilancio enorme (e immorale: che ora grava sui nostri figli) e che hanno sfasciato non solo l'economia, ma anche la morale. La statizzazione dell'economia e la solidarietà per legge non sono la soluzione, caro Sapelli, ma sono un cancro che ci sta rovinando.

aldo's picture
Inviato da: aldo
26 March 2012 - 15:42

Articolo interessante, però alcuni dettagli storici sono per così dire "tirati via". Ad esempio dire che i Romani furono fermati dai Germani al Vallo di Adriano è un'autentica castroneria, che detta da uno che se ne dovrebbe intendere fa un po' pensare. In realtà i Romani furono fermati a Teutoburgo, ovviamente nell'attuale Germania, ben lontano dal citato Vallo, che sta al confine tra Inghilterra e Scozia...

Bruno's picture
Inviato da: Bruno
24 January 2012 - 14:26

@marcop

Grazie per il bel link, molto più interessante di questo articolo.

alberto's picture
Inviato da: alberto
23 January 2012 - 21:29

caro Giulio,
congratulazioni per il bellissimo affresco, una vera sinfonia d'inverno, sulla quale, nel mio assai più piccolo, aderisco toto corde. La diagnosi che offri è magistrale, sulla prognosi mi sento in completa empatia e vorrei poter passare dall'idea alla elaborazione di un progetto.
auspico un tuo cenno di riscontro per porre mano. risponderai ?

vesper's picture
Inviato da: vesper
23 January 2012 - 13:59

Articolo interessante. Ma il professor Sapelli ha mai pensato che quando gli anglo-americani, in accordo con Francia e Germania, decisero di cambiare la geopolitica dell'Europa nel 1989 con la caduta del blocco sovietico fecero cadere il governo Craxi? E che 20 anni dopo la stessa finanza e lo stesso attacco miliare anglo-americano con il tacito accordo teutonico alla Libia prima e speculativo al debito sovrano italiano ha fatto cadere Berlusconi? Perché si sono resi conto che le frontiere aperte dopo l'89 stavano avvicinando troppo Berlino, Roma e Parigi a Mosca e Pechino...Creando di fatto nella sponda sud del mediterraneo un nuovo 1989 arabo per ricontrollare così Europa, Cina, Russia e India sia economicamente che militarmente.

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
23 January 2012 - 02:36

le tribù germaniche descritte da Tacito posero le basi storico-concrete per l'avvento del nazismo secoli e secoli dopo?!?

Non si sa dove cominciare per dipanare il guazzabuglio che è questo presunto saggio. Se c'è una mediocrità nn mi sembra proprio sia quella di Monti, ad essere onesto. Forse anche la Merkel spezza il pane coi denti, chissà; nn credo adori gli alberi, in ogni caso.

S's picture
Inviato da: S
23 January 2012 - 13:35

Che ci vuoi fare, ormai siamo stati educati ad avallare qualsiasi cosa.
La competenza è roba di altri tempi. Questo è l'inverno della nostra civiltà.

AlQua's picture
Inviato da: AlQua
23 January 2012 - 00:54

Certo è un 'professorone' (anche lui come Monti e molti suoi ministri), io non ho competenze... ma suggerire che dovevano esser fatti collaborare politicamente Berlusconi e Bersani al posto di chiamare Monti, mi sembra ugualmente una mossa in cui poter confidare ancora meno che in Monti, tenendo conto del fatto che lo spread e simili in quelle condizioni non sarebbero certo diminuiti... La Cina è nominata troppo poco, mentre con il suo capitalismo ottocentesco (quanto a diritti dei lavoratori) si sta preparando per massacrarci economicamente, oltre a fare una politica terribilmente aggressiva verso non pochi popoli del Terzo mondo stabilendo dittature tra le peggiori possibili per avere accesso sempre più ampio (a discapito dell'Occidente, che neppure lui è un agnellino, in effetti) anche alle materie prime...

Kat's picture
Inviato da: Kat
23 January 2012 - 00:04

Non ho ancora letto l'articolo, è molto lungo, domani lo leggerò.
Ma Sapelli per me è un mito, mi sto già leccando i baffi.
Spero di non dovermi ricredere.

marcop's picture
Inviato da: marcop
23 January 2012 - 00:00

http://www.radio24.ilsole24ore.com/player/player.php?filename=111013-nov...

Dal minuto 34, consiglio l'ascolto, per un'opinione, a mio giudizio molto condivisibile, di Michele Boldrin su Giulio Sapelli.

Tanner's picture
Inviato da: Tanner
22 January 2012 - 23:06

Pero'. Ottimo pezzo, ma l'argomentare d'alto bordo forse trascura un elemento banale e cioe' che - ceteris paribus - avessimo avutomun governo politico appena un po' più credibile e dignitoso, non dissanguato da continui scandali e disperso dietro a stupidaggini e buffonate, appena appena il minimo sindacale della decenza politica, forse dei prof non ci sarebbe stato bisogno.

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