Se ne sono andati
Andrea Jacchia
La moda, la dittatura, la possibilità di diventare icone pop. Potrebbe capitare a Kim Jong Il, il «p
Immagine di scena dal film «A little closer» di Matthew Petock, Usa, 2011
Kim Jong-Il
(16 febbraio 1941 o 1942 – 17 dicembre 2011)
Secondo dittatore nordcoreano, che i nordamericani potrebbero definire more pittoresque del padre Kim Il-Sung. La vaghezza pilotata sulla sua data di nascita, come il fatto che avesse 20 mila cassette di film nei suoi scaffali, che guardasse a ripetizione le imprese di James Bond, o che avesse l’ossessione per le ragazze, meglio se attrici, diventano contorno rispetto a un’eventualità preoccupante.
Non solo l’arma nucleare (quella è nota), ma il destino della sua immagine. In nome del mercato, dell’arte contemporanea nello specifico, diventerà, anche lui, un’icona pop? Come il presidente Mao, ma senza il colpo di fantasia, a ritratto policromo e ripetuto, di Andy Warhol? Le premesse potrebbero esserci, anzi c’erano, lui vivo e vigilante assoluto su quei milioni di poveracci del suo paese.
Il New York Times, in un bell’articolo, ha ricordato tante cose in proposito: che la Cia (altro soggetto da manifesto pop) ne era affascinata, che erano riusciti a farsi raccontare la sua intimacy da una sua amante, che era diventato una «parodia della cultura americana». Le parodie vendono. Soprattutto quelle che mescolano il bieco col grottesco. Quando poi, in politica e storia, combaciano con un potere totale e incontrano il mondo, se ne sentono di tutti i colori. Si legge, per esempio, come l’altro presidente coreano, quello del Sud, Roh Moh-yun, trovasse Kim una «persona molto franca, l’uomo più flessibile della Corea del Nord». Succedeva a Pyongyang, nel 2007, in una delle tante e meste prove di riavvicinamento fra i due Stati gemelli e nemici dalla culla.
La laicità della politica (cosiddetta), ha griglie larghissime, quasi come gli spazi, o le astrazioni dell’arte contemporanea: ci si trova davanti al quadro, in persona, di un serial killer e affamatore alla grande, e lo si ritrae per particolari contingenti. Magari anche veri, ma soprattutto venduti sul momento da lui stesso, in modo da poter essere immessi sul mercato con vantaggi consoni.
Wendy Sherman, che oggi ha l’importanza del terzo posto al Dipartimento di Stato, ha da raccontare, e lo ha fatto, un altro rendez-vous interessante, sempre nella capitale nordcoreana. Delegazione americana al massimo livello, nell’ultimo periodo della presidenza Clinton: con Madeleine Albright, Segretario di Stato, e Wendy Sherman, sua assistente (e una limitata schiera di esperti), che vanno da Kim per provare un accordo sul nucleare. Sempre lo stesso tasto: limitazione del programma e dei missili derivati. Lui, l’iconostasi del suo Paese, diventa una creatura snodata, gira intorno al tema, e schiaffa in faccia ai suoi invitati la realtà dei fatti. Non nega di essere un «dittatore» e conferma che da lui non esiste «nessun tipo di libertà».
Un’opera d’arte realista con dentro la miseria spesso consustanziale a quel tipo di quadri. Gli americani si chiedono, a quel punto (ma lo spiegheranno una volta tornati) se Kim «sia in grado di controllare veramente tutto». Se, cioè, il pericolo nucleare di Pyongyang sia maneggiato in sicurezza da un tiranno in grado di farlo. E concludono, tranquilli, che Kim ha effettivamente il bandolo della situazione. Il bello viene alla fine, quando gli sottopongono 14 punti, domande specifiche, o tecniche, a cui gentilmente rispondere.
Wendy Sherman racconta della loro sorpresa: non sapeva dare nessuna risposta, su niente. In compenso, «dava l’impressione di una conoscenza diffusa di gran lunga maggiore di qualsiasi altro leader». E di essere sostanzialmente «un pensatore concettuale». Mica male, come complimento del Dipartimento di Stato. Gli eventuali promotori (artisti o galleristi) di Kim come manifesto pop potrebbero piazzare quel commento come didascalia, o dentro, che si imprime con forza. O usare, quell’altra impressione: «l’uomo più flessibile» eccetera…
Volendo poi giocare sul contrasto, lo sfondo potrebbe essere attraversato da una sfilza di strilli di questo genere: «Carestia dilagante, ospedali terrificanti come un museo del passato, disperazione vivente». Informazioni recentissime, del 2010, fornite dal direttore della Caritas internazionale Douglas McLaren, tornato da un sopralluogo nel paese di Kim. Con un’aggiunta legata al destino di quell’icona troppo fortunata: «Paradossalmente, è meglio che Washington appoggi il regime di Kim. Se gli Stati Uniti disgraziatamente mettessero l’embargo anche alla Corea del Nord, succederebbe qualcosa di inimmaginabile, dalla guerra all’esodo di 23 milioni di esseri umani, che ucciderebbe di conseguenza anche l’economia della Corea del Sud».

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