Inchiesta

L’Italia leader in Europa per gli incentivi alle “rinnovabili”

Michele Sasso

Nel giorno del «compleanno» del protocollo di Kyoto, proponiamo una mappa aggiornata sulle rinnov

Una visione romantica dell'energia eolica (Afp)

L’Italia primeggia in Europa. E sul confronto con gli altri Paesi non conosce rivali per gli incentivi alle energie rinnovabili: il contributo medio è superiore di circa l’80% per i piccoli impianti e il 40-50% per i grandi impianti. È quanto emerge dal dossier del Gestore servizi elettrici che confronta gli incentivi nostrani con Germania, Svezia, Francia, Spagna, Austria, Regno Unito, Romania, Portogallo, Paesi Bassi, Danimarca e Belgio. 

E nella filiera della green economy in salsa tricolore spunta la figura del «facilitatore»: concessioni pronte per l'uso e impianti funzionanti grazie al lavoro di centinaia di società a responsabilità limitata da 10 mila euro, che si occupano di trovare i terreni, convincere i Comuni, «facilitare» la strada ai progetti e ottenere le concessioni che vengono cedute chiavi in mano alle grandi imprese che sfruttano l'incentivo come una rendita garantita dallo Stato per 20 anni.

Un paio di esempi: il gruppo Falck Renewables spa ha 16 società a responsabilità limitata con impianti in Sardegna, Sicilia e Calabria e il colosso francese Edf ha in Italia il controllo di 21 srl e spa per la produzione, trasmissione e distribuzione di energia elettrica. Tutto legale ma è una delle dinamiche perverse dell'Italia dove il fatturato stimato del settore rinnovabili è di oltre 5 miliardi di euro (al netto dell’import e degli investimenti) e 100mila lavoratori secondo il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro. Nessun Governo della zona Ue tiene il passo: in Germania, primo Paese per elettricità da fonte rinnovabile, l'incentivo è inferiore del 40%.

Oggi l'Italia copre il quarto posto in Europa per produzione elettrica da fonti rinnovabili ed è l'unico paese che usa tre tipi di incentivi: tariffa onnicomprensiva (autoproduzione per consumo domestica ed energia eccedente immessa in rete come nel caso del Conto energia) premio sull'energia prodotta e i certificati verdi che attestano l'energia da fonti rinnovabili che deve essere proporzionale all'energia da fonti fossili.  Nel dossier sono prese in considerazione sei tecnologie rappresentative delle politiche energetiche europee: impianti idroelettrici, eolici on-shore (sulla terraferma), biomasse solide (legno, pasta per carta, lolla di riso, torba) impianti a biogas e geotermoelettrici e pannelli fotovoltaici.

Idroelettrico. La media europea degli impianti che sfruttano l'acqua è pari a circa 80 €/MWh per la potenza di 10 MW e a circa 110 €/MWh per potenza di 200 kW. L'Italia segna un più 60-70% con punte di 220 euro per piccoli salti. La tendenza è diminuire l’incentivo quando si raggiunge una taglia ritenuta sufficientemente grande. Ad esempio in Romania per potenza inferiore a 1 MW si ricevono 2 Certificati Verdi per MWh, mentre impianti di taglia maggiore ricevono un solo certificato. In Italia e Regno Unito la tariffa onnicomprensiva è prevista solo per impianti di taglia inferiore rispettivamente a 1 MW e 5 MW. L'uso dei fiumi per creare elettricità è stata la prima fonte di energia rinnovabile, dalla fine dell'800 sono state costruite centrali e invasi di grandi dimensioni dove è stato possibile sfruttare bacini naturali.

Eolico. In Europa il campo varia da 70 fino a 300 €/MWh per i piccoli generatori e da 70 fino a 150 €/MWh per i più grandi. Le politiche incentivanti hanno una durata media compresa fra 10 e 20 anni. L’Italia presenta uno degli incentivi più elevati: per le grandi pale si arriva al 50% in più e addirittura al 140% per le più piccole. Questo si traduce in 300 euro per Megawatt per la potenza inferiore ai 200 Kw.

Biomassa. In Italia è prevista una maggiore incentivazione per le caldaie che utilizzino biomasse provenienti dalla cosiddetta “filiera corta”, cioè a pochi chilometri tra produttore e consumatore. Anche per la combustione dagli scarti della lavorazione del legno e dall'agricoltura la media italiana risulta essere più premiante rispetto alla media Ue di circa il 90% per gli impianti di piccola potenza (200 kW) e di circa il 50% per gli impianti da 10 MW.

Biogas. Nel Regno Unito, Austria, Spagna è evidente l’intento del legislatore di favorire impianti di piccola taglia. Come nel caso delle biomasse solide, anche i contributi a biogas presentano al loro interno una discreta variabilità, causata dai diversi prodotti che possono produrre biogas (scarti zootecnici o agricoli, residui della lavorazione alimentare ma anche colture dedicate). Nel Belpaese gli incentivi sono più alti del 60% rispetto alla media europea, ovvero quasi 300 euro per Megawatt.

Geotermoelettrici. A Lardello in Toscana si è sfruttata l'energia generata per mezzo del calore direttamente dalla terra a partire dal 1904. Oggi in Romania, Regno Unito e Germania sono stanziati fondi per questo tipo di tecnologia.

Fotovoltaico. L'energia elettrica dal sole è la fonte che gode delle remunerazioni maggiori nel panorama europeo, a causa dei costi di produzione ancora maggiori di quelli delle altre fonti. Per quanto riguarda gli impianti a terra l'incentivo italiano è maggiore di circa il 60% rispetto alla media europea. Le agevolazioni per i parchi solari sono oltre l’80-90% più elevate rispetto alla media europea, sfiorando i 500 euro per ogni Megawatt prodotto dai raggi del sole. 

: energie rinnovabili

Comments

Marcello's picture
Inviato da: Marcello
16 February 2011 - 17:54

Dott. Sasso,

a parte il fatto che il GSE è oggi il Gestore dei Servizi Energetici, e che basta andare sulla prima pagina della home page per saperlo (perdoni la pignoleria), ma sinceramente credo che nel suo articolo faccia (sicuramente per ragioni di sintesi, ma non si può sintentizzare tropo altrimenti si rischia di essere poco chiari in una materia in cui regna già, ed é un peccato, il caos) un po' di confusione.

Non riesco infatti a capire, cosa ci sarebbe di perverso nel fatto che gli impianti facciano capo a delle S.r.l. il cui capitale sociale é da 10.000 euro posto che tale modello di business é dettato dalle esigenze della finanza di progetto (queste famigerate Srl con capitale sociale da 10k sono quelle che si chiamano SPV e vi sono un sacco di buone ragioni buone per il loro utilizzo).

Non ho invece capito quale sarebbe a suo avviso dove starebbe il problema.

Anche la figura dello sviluppatore, o del "facilitatore" come scrive lei, non ha di per se nulla di scandaloso.

Se non vi fossero gli "sviluppatori", un'impresa straniera non verrebbe mai a fare business in Italia.

Il problema, secondo me è un altro. E cioè il problema è capire quanto queste imprese straniere poi fanno davvero impresa in Italia e quanto, invece, in Italia lasciano solo il conto da pagare.

Faccio un esempio: mettiamo che il fornitore dei moduli é straniero; che la SPV venga poi acquistata da un fondo d'investimento straniero.

Ecco, in questo caso, una volta ripagato il finanziamento, gli incentivi (che sono pagati da noi con la bolletta) se ne vanno bellamente all'estero (il finanziamento che serve a costruire l'impianto é ripagato con i ricavi provenienti dall'incentivo). Provi a indagare, forse a Rovigo é successa una cosa del genere.

Buon lavoro

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