Analisi

Il sogno americano e la realtà della legge elettorale italiana

Edoardo Petti
La nottata di Obama esalta ancora una volta il rispetto per la competizione che è alla base degli S

Gli Stati Uniti hanno deciso. Una notte appassionante di sfide serrate negli Stati più incerti, considerati cruciali per l’esito della competizione presidenziale, ha visto milioni di cittadini-elettori scegliere in maniera inequivocabile l’inquilino della Casa Bianca, ma anche l’indirizzo politico maggioritario nei due rami del Congresso, il Senato e la Camera dei rappresentanti. Nella stessa giornata gli americani hanno votato per numerosi governatori e per i parlamenti statali, per gli sceriffi e gli organi rappresentativi delle contee, per i sindaci di metropoli e piccoli villaggi. E hanno espresso la propria volontà sovrana su una vasta gamma di temi e problematiche civili, sociali, giuridiche, economiche, grazie all’ondata di referendum che dal riconoscimento pubblico dei matrimoni gay alla legalizzazione delle droghe leggere, dalle campagne contro l’oppressione fiscale alla validità della pena capitale, hanno offerto risultati sorprendenti ed esemplari. Un intero paese ha rinnovato in una giornata di novembre le ragioni per partecipare e mobilitarsi, lottare fino all’ultimo almeno per un obiettivo, fare lunghe file davanti ai seggi per incidere davvero sul proprio destino. Un esercizio umile e rigoroso di democrazia politica, realizzato a ogni livello istituzionale con la consapevolezza che le persone potessero contare, influire, orientare la direzione di marcia di una grande comunità.

Tutto ciò è stato reso possibile dall’assetto istituzionale e dalle regole elettorali che da oltre due secoli costituiscono l’ossatura e l’anima della vita pubblica statunitense, la causa profonda della sua unicità. Risiede nelle origini culturali e storiche della nazione nata dall’esperienza costituzionale delle tredici colonie, dalla rivoluzione e dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, dal dibattito approfondito che sfociò nella Carta del 1787. Le istituzioni create e difese dai padri costituenti sono tutte ispirate ai principi della competizione tra visioni del mondo, tesi e universi ideali, interessi alternativi, incarnati dalla personalità e dalla storia dei candidati. È la cultura del conflitto come motore e sale della società aperta, concepita da una generazione imbevuta dei valori dell’Illuminismo liberale e dei diritti individuali, che ha guidato le dinamiche politiche negli Usa. A parte rarissime eccezioni, tutte le votazioni celebrate il 6 novembre appaiono accomunate da un punto: la filosofia pienamente maggioritaria dello scontro fra aspiranti presidenti, senatori, deputati, governatori e parlamentari statali, primi cittadini. Gli elettori statunitensi prima hanno potuto designare i concorrenti alle cariche pubbliche attraverso una durissima e impietosa selezione primaria all’interno delle grandi formazioni partitiche, e poi hanno scelto con un tratto di matita, il movimento di una leva, la lettura ottica della scheda, una delle opzioni in campo. Che a ogni livello si sono presentate con il volto, il profilo, le iniziative e la credibilità di una persona, costretta a duellare in un territorio ben definito con uno o più rappresentanti di partiti antagonisti.

È grazie al meccanismo maggioritario uninominale che i cittadini sono stati messi nelle condizioni di conoscere in profondità la figura del candidato, di apprezzarne qualità e debolezze, ombre e virtù, illuminati dal confronto dialettico con il valore dei suoi avversari di collegio. E hanno potuto appassionarsi, attivarsi, dividersi e unirsi allo stesso tempo nella limpidezza di una regola semplice come lo sport, dove si vince e si perde nettamente in una corsa comprensibile a tutti. Al termine della quale il risultato è inequivocabile, corrispondente alla volontà espressa dall’opinione pubblica, in grado di decidere governo e maggioranza parlamentare dei differenti organi istituzionali. E di provocare con il voto la fine di consolidate carriere politiche, il tramonto e la messa in discussione di intere classi dirigenti.

Un metodo che ha dispiegato gli effetti più competitivi, spietati e coinvolgenti, proprio nell’investitura del Capo dello Stato. Frutto di un originale e lungimirante punto di incontro tra l’esigenza di una scelta democratica del presidente e la natura radicalmente federalista di un’unione di colonie, le regole concepite per la corsa alla Casa Bianca producono oltre cinquanta competizioni in ciascuno degli Stati nordamericani. Che divengono così il teatro e l’arena di uno scontro mutevole in base alle caratteristiche, alle tradizioni e alle problematiche dei diversi territori. Ad essi e ai loro abitanti i candidati devono rapportarsi seriamente se vogliono conquistare la totalità dei Grandi elettori assegnati a ogni distretto. Se ciò vale per le aree tradizionalmente legate al proprio partito, è tanto più vero per gli Stati da sempre aperti e incerti, dominati da un elettorato fluttuante e liquido, microcosmo delle dinamiche e delle contraddizioni del mosaico sociale ed etnico americano. Aree come la Florida e l’Ohio, la Virginia e il Colorado, il Wisconsin e la Pennsylvania, rivelatesi decisive questa notte e teatro, soprattutto nei primi tre casi, di continui capovolgimenti di fronte. È in una decina di zone indecise fino all’ultimo che si determina l’esito di una lunga e costosa campagna presidenziale. Ed è grazie al ruolo di prezioso ago della bilancia che gli elettori di realtà territoriali e demografiche di medie dimensioni possono bilanciare lo strapotere degli Stati più popolosi in termini di delegati presidenziali.

Lo “spettacolo” offerto nell’arco di poche ore dalla democrazia Usa e dalle sue regole costitutive è stato trasmesso in quasi tutto il mondo libero. Ma il suo valore non sembra avere contagiato l’universo politico del nostro paese, che ancora una volta ha ritenuto di non dovere trarre alcun insegnamento né spunto dalla tornata elettorale d’Oltreoceano.
Nel pomeriggio di ieri, poche ore prima che le proiezioni e i dati dello spoglio del voto negli Stati Uniti affluissero nei media italiani, la Commissione Affari costituzionali del Senato approvava il testo della nuova legge elettorale, da trasmettere all’esame dell’Aula. Per una singolare e curiosa coincidenza storica, proprio nel giorno della celebrazione della democrazia competitiva e decidente, la classe partitica nazionale agiva nella direzione diametralmente opposta. E metteva a punto, grazie all’opera degli “esperti” di diverse forze, un testo pienamente proporzionale basato sul voto di lista ai singoli gruppi, arricchito da una “perla” che sancisce la totale restaurazione dei meccanismi e delle prassi della prima fase della vicenda repubblicana. 

Alle oligarchie e burocrazie partitiche non bastava infatti l’affermazione definitiva del metodo di scrutinio proporzionale, che si limita a fotografare nel Parlamento la frammentazione politica presente nella società, valorizzando l’identità e la rendita di ogni etnia e fazione, riducendo le elezioni a un grande sondaggio finalizzato a ridisegnare i rapporti di forza e i loro impercettibile cambiamenti, costringendo i cittadini a divenire i tifosi e il coro delle varie tribù, rendendo ingovernabili le istituzioni. Perché tradizionalmente quel meccanismo di voto esalta le singole bandiere ideologiche, incoraggia l’affermazione di gruppi dogmatici e velleitari stretti nella morsa tra una sterile testimonianza e una spinta ai compromessi di breve respiro con le formazioni più lontane.

Anziché promuovere e incentivare i processi di aggregazione politico-culturale in pochi grandi schieramenti con ambizioni di governo, e proiettare nelle istituzioni pubbliche la dinamica bipartitica dei principali orientamenti ideali che animano la collettività, il proporzionale toglie ai cittadini lo scettro delle decisioni strategiche. Non sono gli elettori a determinare con il voto la direzione di maggioranze parlamentari limpide e omogenee e quindi l’indirizzo dei governi, ma tutto è delegato alle trattative estenuanti e laboriose tra gruppi dirigenti dei partiti all’indomani delle elezioni. E, come insegna in modo illuminante la storia italiana, non ha limiti la loro fantasia nell’escogitare le combinazioni e le formule più incomprensibili e spregiudicate, prescindendo del tutto dalla volontà manifestata dall’opinione pubblica.

Ma a un modello oligarchico e radicalmente ostile alla competizione democratica i nostri “novelli costituenti” hanno voluto aggiungere due istituti rispondenti alle urgenze di auto-conservazione dei propri apparati. Per eleggere due terzi dei parlamentari saranno reintrodotte le gloriose preferenze, cardine delle tornate elettorali dal 1948 al 1992 e fonte a ogni livello, come testimonia la cronaca giudiziaria degli ultimi vent’anni, di malaffare, clientelismo e voto di scambio, guerre intestine e dilanianti fra esponenti delle stesse formazioni, riduzione dei partiti ad alleanze tra correnti e cordate di potere, infiltrazioni e predominio della criminalità organizzata nella corsa selvaggia ai pacchetti di consenso.

Tuttavia, di una realtà eloquente e indiscutibile come quella provocata dall’applicazione delle preferenze i nostri legislatori non mostrano alcuna consapevolezza, ripetendo come un mantra ossessivo che solo tale istituto permette ai cittadini di “scegliere liberamente i parlamentari”. Parole smentite da un’attenta osservazione dei fatti, se pensiamo che in realtà quel meccanismo premia soltanto l’insediamento capillare dei politici noti e più potenti, forti di avamposti sicuri e feudi di consenso difficilmente espugnabili. Gli outsider desiderosi di intraprendere una radicale campagna di rinnovamento nei partiti e nelle loro classi dirigenti vengono puntualmente estromessi ed emarginati dal gioco perverso degli incroci di preferenze. Altrimenti sono costretti ad abbandonare qualunque anelito riformatore, accettando di essere cooptati e inglobati nelle diverse cordate di boss, satrapi e padrini locali.

Ma la convinzione nella bontà del ritorno delle preferenze è talmente radicata che l’organismo parlamentare ha votato a grande maggioranza un emendamento del centro-destra orientato a riportarle a tre. Nessun problema a calpestare il referendum che nel giugno del 1991 aveva abrogato le preferenze multiple a causa della loro immoralità. Se il ritorno in grande stile ai riti della prima Repubblica viene assicurato dalla reintroduzione di un marchingegno presente solo in Italia, la soluzione concepita dagli uomini della Commissione senatoriale per designare l’ultimo terzo dei parlamentari riflette un omaggio alla maggiore novità portata dal Porcellum nel nostro ordinamento. Per garantire a tutti gli apparati partitici una sicura sopravvivenza elettorale in una tornata che si preannuncia dominata dall’indignazione popolare contro i privilegi e gli abusi della “Casta”, è stato previsto il mantenimento di un terzo di rappresentanti inseriti nelle liste bloccate. Solido rifugio e paracadute per tutti coloro che hanno il terrore di presentarsi al cospetto del corpo elettorale, la norma consacra il rovesciamento del principio elettivo-democratico con il primato della nomina dei parlamentari da parte dei vertici politici.

Così si delinea la filosofia portante e il profilo della “nuova” legge, che ancora una volta sancisce l’eliminazione dall’orizzonte pubblico italiano di qualunque riferimento all’adozione di modelli maggioritari di collegio, alla base delle dinamiche politico-istituzionali dei paesi anglosassoni e della Francia repubblicana. Sono meccanismi troppo rischiosi per la sopravvivenza di un intero ceto politico, che verrebbe letteralmente travolto dall’affermazione di una dialettica competitiva, spietata, aperta come quella americana. La pretesa di eternità che contraddistingue lo spirito e i comportamenti della classe dirigente rende impossibile qualunque riflessione sulla validità dell’uninominale.

L’incompatibilità è assoluta, radicale, antropologica. Restano però in piedi i problemi di governabilità nell’applicazione del metodo proporzionale. Così, per affrontare il nodo della formazione di una maggioranza parlamentare solida in grado di dar vita a un esecutivo stabile, i nostri legislatori hanno attinto all’esperienza storica delle riforme elettorali del Novecento. Tutte, dalla legge Acerbo del 1924 alla “legge truffa” del 1953, fino alla normativa messa a punto da Roberto Calderoli nel 2005, accomunate dalla previsione di un premio di governabilità alla formazione, schieramento e coalizione più votata. Un’assegnazione aggiuntiva di seggi stabilita a priori in un numero fisso, che altera artificiosamente il responso delle urne e prescinde dall’effettiva portata di una vittoria elettorale.

Storicamente osteggiata dalle forze progressiste come “ingiusta e discriminatoria” perché favoriva forzatamente la compagine governativa centrista e democratico-cristiana, oggi viene invocata come indispensabile proprio dal gruppo dirigenti del Partito democratico. Il quale, abbandonata in partenza e rapidamente ogni battaglia a favore del maggioritario di collegio a doppio turno e di una democrazia competitiva per ricercare il compromesso con le forze fautrici del proporzionale, oggi si ritrova da solo a combattere per il bonus più ampio possibile a favore dello schieramento prevalente. La ragione di tale posizione, così come quella dei suoi più strenui oppositori, è semplice: gli uomini del Nazareno sono certi di vincere le prossime elezioni e pretendono un risultato parlamentare netto e indiscutibile, che li ponga nelle condizioni di governare efficacemente e per l’intera legislatura. Per rendere plausibile la prospettiva di un esito limpido con vincitori e sconfitti chiari nella primavera del 2013, gli esponenti del Pd chiedono che la soglia minima per ottenere il premio di maggioranza a favore della coalizione più votata si attesti al 40 per cento dei suffragi. Richiesta respinta in blocco delle forze politiche che, ricostituendo ancora una volta la Casa delle libertà artefice dell’abbandono del Mattarellum e dell’avvento del Porcellum, hanno individuato nel 42,5 per cento il livello necessario per accedere al bonus. Che altrimenti, è scritto nel testo della nuova legge, si limiterebbe a un 10 per cento in capo al primo partito, costretto a ricercare in Parlamento la disponibilità per un’alleanza di governo.

Esattamente come in Grecia, dove un panorama rappresentativo assai frastagliato ha portato alla formazione di un governo di unità nazionale. È lo sbocco a cui stanno lavorando da mesi le forze del centro e della destra terrorizzate dallo scenario di un tracollo elettorale, e per questo motivo desiderose di proseguire anche il prossimo anno l’esperienza del governo Monti. Neutralizzando sul nascere il rischio di un esecutivo politico forte a guida Bersani (sempre che vinca le primarie) e riuscendo a esercitare un ruolo nevralgico nella vita e nelle scelte del futuro governo. Tra loro vi è, e non lo ha mai nascosto, quel Pier Ferdinando Casini che appare ancora un interlocutore privilegiato del segretario democratico, in vista dell’asse salvifico “progressisti-moderati”.
Contraddizioni inspiegabili, proprie della palude magmatica degli scenari politici italiani. Anche se ci illudiamo del contrario per una notte vissuta con passione e trasporto, l’America è quanto mai lontana. Quella che si respira da tempo nei palazzi del potere romano è l’atmosfera levantina di Bisanzio. 

Comments

Anonimo's picture
Inviato da: Anonimo
9 November 2012 - 22:08

Suvvia, non siamo ridicoli. La legge elettorale americana è un capolavoro di bizantinismo, opacità e di espedienti per scoraggiare la partecipazione. Smettiamola con questa solfa che tutto quello che fanno gli altri è oro mentre tutto ciò che è da noi fa schifo.

Bartolo Anglani's picture
Inviato da: Bartolo Anglani
9 November 2012 - 10:36

Il ragionamento non tiene conto di un fatto: che i sistemi elettorali preferiti dall'autore dell'articolo sono organici alle Costituzioni dei diversi paesi. In Italia la Costituzione del 1948 prevede un sistema elettorale parlamentare e rappresentativo. Tant'è vero che che consente di eleggere il Capo dello Stato e gli altri organi di garanzia e perfino di modificare la Costituzione a maggioranza semplice: perché presuppone che alla maggioranza dei parlamentari corrisponda la maggioranza dei cittadini. L'introduzione di un sistema maggioritario richiederebbe le modifiche costituzionali per impedire che una minoranza divenuta maggioranza parlamentare per garantire la governabilità possa usare le istituzioni a propri fini. Finché questa modifica non viene attuata, le leggi elettorali proporzionali sono le uniche ammissibili. Io non difendo questo sistema, ed anzi mi piacerebbe il sistema francese a doppio turno che assicura la governabilità senza forzature (perché il partito che vince al secondo turno ha comunque preso i voti degli elettori e non si è fatto "premiare" da trucchetti), ma mi permetto di pensare che se non si modifica la Costituzione vigente il solo sistema valido sia quello proporzionale. Perciò mi paiono fuori luogo gli urli e i lamenti. Anch'io, pur essendo di sinistra, penso che Casini abbia ragione quando dice che non si può avere la maggioranza dei parlamentari avendo preso il 30% dei voti. Perché le forze politiche non elaborano una modifica costituzionale che permetta l'introduzione non surrettizia del maggioritario? Per esempio rendendo obbligatorie le maggioranze qualificate per l'elezione del Capo dello Stato e per tutti gli interventi istituzionali. Così non ci sarebbe il pericolo di ripetere la bella prodezza della modifica unilaterale del titolo V della Costituzione, che oggi anche gli esponenti di centrosinistra considerano un errore.

Luca's picture
Inviato da: Luca
9 November 2012 - 10:18

X Robertino Dilena:
- i collegi uninominali senza vincoli di residenza per tot anni o nascita nella sede del collegio non impediscono il mercimonio dei posti sicuri
- il dimezzamento dei parlamentari, così come quello delle province, quello delle università, se non ragionato è inutile e magari pure dannoso, se è vero che il texas, grande come l'italia è rappresentato da una sola persona è perchè lì c'è l'esigenza di rappresentare i tori e/o le checche (è tratto dalla battuta di un film se non lo sapessi, noln sono razzista con nesssuna delle due categorie), in Italia ci sono delle province, specie in pianura padana, dove è necessario rappresentare le esigenze di coltivatori, industriali e rappresentanti del terziario (e la loro manodopera), se in provincia di Pavia, di Mantova, di Alessandria mandi un solo rappresentante perchè fai il collegio proporionale al censo probabilmente ti perdi le esigenze di qualcuno: i parlamentari, in una democrazia rappresentativa devono rappresentare le esigenze di qualcuno (lasciamo perdere quello che succede in Italia) i cui numeri sono percentualmente rilevanti. Però se permetti a quelle tre province summenzionate di avere cinque o sei rappresentanti, non puoi dire alla provincia di foggia, o di caltanisetta o (mettici quello che vuoi) da voi si fa agricoltura o pastorizia quindi di rappresentanti a parità di abitanti ne spettano meno, perchè altrimenti si incazzano giustamente. quindi o ti perdi le esigenze di parte della popolalazione o ti becchi tanti rappresentanti. A voler vedere per ridurre il numero dei parlamentari e non la rappresentanza avrebbe senso un unico listone nazionale con preferenze, però non te lo proporrà mai nessuno perchè se è vero che i maggiorenti dei partiti non rischiano, a rischiare sono i lecchini, i peones, per capirci quelli che presentano gli emendamenti strani che servono per quel gruppo o quel personaggio e se vengono beccati si beccano gli strali di tutti: chi voterebbe mai Gasparri e Bondi o Iachino e la Serrachiani, mentre se te li catapultano nel tuo bravo collegio uninominale tu (inteso in senso retorico, probabilmente, tu fai un'analisi approfondita dei candidati presenti e non voti tizio solo perchè del tuo partito) te li voti, pur di non dare il voto 'a quegli altri', di qualsiasi parte tu sia
- lo stipendio ad una sola voce, non è trasparente, fidati
PS: non urlare

Robertino  Dilena's picture
Inviato da: Robertino Dilena
8 November 2012 - 21:31

L'italia avrebbe bisogno di una cosa semplice:
1) SISTEMA MAGGIORITARIO PURO CON COLLEGI UNINOMINALI.
2) DIMEZZAMENTO DEI PARLAMENTARI.
3) TRASPARENZA ASSOLUTA DEGLI STIPENDI DEI PARLAMENTARI, CON STIPENDIO RIASSUNTO IN UNA SOLA VOCE PUBBLICATO ONLINE.

Luca's picture
Inviato da: Luca
8 November 2012 - 10:04

Concordo con Daniele ed aggiungo che in Italia anche con un metodo 'Americano' ci sarebbero dei dubbi su chi ha vinto, il giorno dopo. Infatti checché se ne dica anche negli USA l'elezione non è diretta: i cittadini votano per i cosidetti grandi elettori che poi, confermano il voto per il candidato per cui si erano presentato in origine. Qui da noi con gli Scilipoti vari, in due mesi (i voti americani saranno riconfermati a gennaio con l'insediamento del nuovo parlamento) inizierebbe un 'mercato delle vacche' per assicurarsi i grandi elettori dell'altro schieramento, quindi non cambierebbe niente. In merito ai collegi uninominali diversi anni fa, in pieno meggioritario era uscito un libro (semiumoristico) che tra il serio ed il faceto raccontava come i partiti catapultassero esponenti che 'dovevano essere eletti' nei collegi definiti sicuri (mi sembra si chiamasse 'berluscones contro agiprop' ma non ne sono sicuro) a scapito degli esponenti locali che avevano fino a poco tempo prima contribuito a mantenere la macchina da guerra dell'elezione sicura, in piena efficienza. Concludendo quindi il problema è politico, di persone e non di metodi. Sulla criminalità Daniele ha già detto tutto (poi basta annullare il voto che presenta qualsiasi scritta oltre i nominativi e il problema pre-92 l'hai risolto anche tenedo le multipreferenze)

Luca, somewhere over the rainbow

Mike's picture
Inviato da: Mike
8 November 2012 - 08:39

Dopo le elezioni in America, mi sembra che l'Atlantico sia largo il doppio.... Signor Daniele (di Milano), Lei ha argomentato molto bene la Sua opinione. Tuttavia, io condivido quanto espresso dal Signor Petti. Non foss'altro perché il sistema maggioritario uninominale puro (anglosassone) o a doppio turno (francese), è l'unico in grado di garantire, attraverso il momento dialettico del confronto elettorale con gli altri candidati, un fatto che in Italia si finge di non capire ma che è il sale di una democrazia compiuta. E cioè la reale trasparenza e conoscenza del candidato, delle sue idee, delle sue qualità e delle sue capacità. Senza il comodo riparo del partito o del movimento di appartenenza. In altri termini, la possibilità per l'elettore di capire se una persona merita il suo voto. La lezione più grande che ci viene dall'America è questa.

daniele,milano's picture
Inviato da: daniele,milano
7 November 2012 - 22:33

Non mi pare che con il maggioritario (benché corretto da una quota proporzionale) le condizioni di governabilità delle due camere fossero migliori di quanto non lo siano state nella c.d. "prima repubblica" né col "porcellum", se è vero, com'è vero, che nei 5 anni del centrosinistra 1996-2001 ci sono stati 4 governi diversi e vari passaggi di fronte tra singoli deputati e senatori.

La famigerata "fantasia" dei partiti può tranquillamente esercitarsi anche nel creare gruppi e gruppuscoli parlamentari nel corso della legislatura, e ne abbiamo avuto sufficiente evidenza. Almeno finché rimane costituzionalmente garantita la libertà di mandato. O vogliamo disintegrare anche quella?

Le lotte intestine e fratricide all'interno dei singoli partiti ci sono tanto per farsi candidare in una lista (bloccata o con preferenze) con il proporzionale, quanto per farsi candidare in un collegio uninominale, come chiunque abbia un minimo di confidenza con i partiti dovrebbe sapere benissimo.

La libertà dei cittadini di fronte alla scelta tra due nomi imposti dai partiti non mi sembra granché maggiore di quella che invece abbiano nel poter scrivere uno, tre, cinque nomi scegliendo in una lista con decine di candidati scelta a sua volta tra numerose liste presenti con il proporzionale.

La criminalità organizzata direi che ha dato ampia prova di sapersi infiltrare nelle istituzioni qualunque sistema elettorale si abbia, perché controlla voti e quelli se li spende tanto con il candidato nel collegio uninominale con il maggioritario secco, quanto con quello nel proporzionale pluripreferenza, senza distinzioni. D'altra parte, come dimostrato da centinaia d'inchieste, la criminalità organizzata si infiltra anche nell'economia, in magistratura, nelle forze dell'ordine, ecc. Cosa facciamo, aboliamo tutto, imprese, tribunali, ecc.?

La Germania ha un sistema proporzionale. C'è qualcuno che può affermare che non si tratti di un pese democratico senza coprirsi di ridicolo?

I dati sono due:
- ogni sistema offre vantaggi e svantaggi. valutare migliore l'uno o l'altro sistema è questione che riguarda le opzioni politiche di ciascuno. E non si capisce perché chi esprima una valutazione per proporzionale e preferenze debba essere tacciato delle peggio nefandezze. Un metodo dialettico vagamente stalinista.

- se una società esprime una pluralità di opzioni politiche anche estremamente frammentata, non c'è sistema elettorale capace di eliminarla. Perché non è meccanica, è politica e solo la politica può trovare le mediazioni.

daniele,milano

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