Partecipa al blog contest de Linkiesta e vinci tre borse lavoro
In occasione del primo compleanno de Linkiesta, la redazione ha organizzato LKday, un momento di sca
Il 31 gennaio del 2011, dopo un anno di progettazione e fund raising, Linkiesta andava online per la prima volta. In occasione dei festeggiamenti per il suo primo compleanno, che si terranno il 15 giugno prossimo, la redazione ha organizzato LKday, un momento di scambio e condivisione tra giornalisti, lettori, blogger e collaboratori della community de Linkiesta. Quel giorno sarà possibile seguire attimo dopo attimo il lavoro della redazione, partecipare alla progettazione e alla realizzazione degli articoli e sperimentare da vicino la costruzione del giornale online. Per aprire le porte della redazione ai più meritevoli, a LKday è legato anche un Blog Contest. I primi 25 classificati, saranno invitati il 15 giugno 2012 a partecipare alla vita di redazione negli spazi scelti presso l’Ibm Forum di Segrate (Milano). In seguito, si svolgerà la prima festa de linkiesta.
Blog Contest. Vista l’importanza informativa attribuita da Linkiesta al fenomeno blogging, è stato indetto un concorso destinato a blogger e aspiranti tali che desiderino pubblicare i propri post sulla piattaforma del giornale online. Il 15 giugno, in occasione dei festeggiamenti del primo anniversario, verranno decretati tre vincitori, corrispondenti alle tre sezioni in cui il concorso è suddiviso:
SOCIAL. In questa sezione verrà premiato il blog più popolare: incrociando i dati delle condivisioni su Facebook, Twitter e Google Plus, e qelli sugli accessi forniti da Google Analytics.
MIGLIOR POST. In questa sezione verrà premiato il post più votato dalla giuria di qualità. Saranno tenuti in considerazione l’originalità del tema, la capacità di scrittura, l’approfondimento e la possibilità di far cominciare, da lì, un filone di inchieste a cura dello stesso autore.
COSTUME. In questa sezione verrà premiato il blog che abbia meglio raccontato, con ironia, freschezza e originalità, la realtà di tutti i giorni, le nuove mode, i fatti più singolari letti, visti o ascoltati.
Iscrizione. Al concorso possono partecipare anche i blogger già presenti sulla piattaforma de Linkiesta (esclusi quelli dei redattori). Tutti i blogger che intendano prendere parte al concorso dovranno iscriversi entro la mezzanotte di venerdì 1 giugno 2012. Per l’iscrizione basta inviare una email all'indirizzo blog@linkiesta.it e scrivere nel corpo dell’email la propria proposta di blog. Chi è già presente sulla nostra piattaforma, deve solo inviare una mail con oggetto "partecipazione al blog contest” e il link al proprio blog. Una volta che la proposta sia stata accettata dal responsabile blog della redazione, il nuovo progetto entrerà a far parte della piattaforma de Linkiesta. Il conteggio degli share e la valutazione della giuria partiranno da lunedì 4 giugno, alle ore 12, e si concluderanno alla mezzanotte di domenica 10 giugno. È permessa la pubblicazione di due soli post al giorno.
Per la prima sezione, il vincitore verrà decretato tramite la somma matematica delle condivisioni dei contenuti del blog sui social network e dei dati di accesso in nostro possesso (Google Analytics). Il blog che otterrà il punteggio più alto sarà il vincitore. Per la seconda e terza sezione, il vincitore verrà decretato invece da una giuria di qualità redazionale presieduta dal direttore Jacopo Tondelli.
Premiazione. Entro il 13 giugno 2012 verranno indicati i primi cinque classificati nella sezione “Social” e i dieci finalisti per ciascuna sezione “Miglior post” e “Costume”. I finalisti verranno contattati dalla redazione de Linkiesta il 14 giugno e invitati a partecipare al lavoro di redazione e al party finale del 15 giugno 2012, durante il quale si terrà anche la premiazione dei tre vincitori del Blog Contest.
Premio. I tre blogger vincitori verranno premiati nel corso della festa serale che si terrà il 15 giugno a partire dalle 20 nei locali dell’Ibm Forum di Segrate. Tutti i vincitori riceveranno un abbonamento gratuito a Linkiesta, che dà la possibilità di accedere all’archivio del giornale e agli eventi organizzati dalla community. Il vincitore della sezione "Miglior post" riceverà una borsa lavoro di 500 euro per la realizzazione - sotto la guida dei redattori de Linkiesta - di dieci articoli riguardanti l’argomento trattato nel post premiato. I dieci articoli, che costituiranno una inchiesta o reportage, verranno poi pubblicati in un ebook edito dalla casa editrice de Linkiesta. Ai vincitori delle sezioni “Social” e “Costume”, invece, verrà data la possibilità di realizzare un ebook a propria firma, ricevendo inoltre un premio di 300 euro ciascuno a lavoro concluso. I lavori per la realizzazione dei tre ebook dovranno essere consegnati alla redazione de Linkiesta entro il 31 ottobre 2012.

Comments
Scusate, ma un post del genere, che di fatto è un regolamento, dovrebbe essere chiuso ai commenti per evitare mitomani tipo questo che spammano e non consentono di gestire una situazione normale di richieste di info eccetera. Va bene la democrazia, ma non esageriamo. C'è un limite anche alla tolleranza.
io per esempio vorrei sapere quando sapremo se le nostre proposte di blog sono state accettate.
grazie
V
Caro Bush,
lasciati andare! Scatena tutte le guerre che vuoi, dall'Iraq fino all'Afganistan. Radi al suolo anche questo post! "Spammalo" fino all'ultimo centimetro. Non c'è scritto da nessuna parte che non puoi farlo. Il regolamento l'ho letto anch'io e non mi sembra che ci sia qualche divieto in merito alla proprià libertà di espressione. Se poi ho letto male ritiro tutto e porgo sia a te sia a Linkiesta le mie più sincere scuse.
P.S.
E' la prima volta in vita mia che mi capita di leggere che il verbo scrivere è sinonimo di mitomania. Orazio nell'Ars Poetica scriveva che il buon senso è il principio e la fonte dello scrivere. Buttati anche tu. Forse questa è una palestra. Chi lo sa?
comunque sei un mitomane.
vale anche per aspiranti giornalisti che scrivono in un giornale registrato e non in un blog?
Secondo me caro Andrea vale per tutti! Proprio tutti. Anche per Roberto Formigoni che ha un'occasione unica per scrivere le sue memorie ed effettuare una sorta di catarsi, confessando dove ha nascosto quel cazzo di ricevute. Se riuscisse a farlo sbaraglierebbe tutti quanti e oltre ad essere pubblicato su Linkiesta, il suo post verrebbe sicuramente ripreso da tutti i quotidiani italiani. Pensa che figata, per una sola volta nella vita, dire la verità. Certe gente non lo capisce proprio ma potrebbe essere davvero premiante. Sono più che certo che l'opinione pubblica e i lettori lo apprezzerebbero come non mai! Vaglielo a spiegare Formigoni...
Un caro saluto
Ma che palle... una borsa da lavoro! Non potevate pensare a un paio di sci, a un windsurf, a un deltaplano, a una tuta antipioggia per la moto, a una fotografia autografata da Formigoni quando si dimette, a una foto (sempre con dedica) dei tre tesorieri che vanno per la maggiore ripresi sul set degli Intoccabili 2, con Kevin Costener in cima alla scalinata della Stazione Centrale di Milano, che stringe con la mano destra un grande trolley di una ragazza inglese in difficoltà e domanda a Andy Garcia, sdraiato in fondo a piedi della scalinata, la mitica frase: "Ce l'hai?". Che foto ragazzi! Questo sarebbe un grande premio. Vorrei essere lì sul set che stanno girando in questo momento. Con Bossi, Rutelli e Penati che gridano a squarciagola a Kevin: "Non ve li daremo mai!". E i tesorieri giù a piangere, tremando come dei bambini, con in testa un Borsalino e la lista dei conti dei rispettivi Partiti nella tasca interna del soprabito. Pistole ovviamente caricate con freccette a ventosa che Andy scarica, prima di pronunciare la parola "tre" sia sulla bocca dei Segretari di partito sia su quella dei loro tesorieri che frignano come delle femminucce. Tra tutti questi stupendi premi una borsa da lavoro, che peraltro ce l'abbiamo tutti (anche se vuota visti i tempi di crisi), forse si può cambiare con qualcosa di più attraenete e spettacolare. Abbiamo bisogno di sognare!
Carlomaria,se non l'ha già fatto, dia vita ad un Suo blog e partecipi al concorso,anche se concordo sulla discutibilita dei premi. Se fa dei post come i Suoi commenti qui riportati,sbanca! forza si butti, che poi ce la giochiamo col direttore per un cambio in corsa dei premi...se mettono un paio di sci come Lei ha proposto partecipo pure io!
"Questo è il piacere, questo è il dolore"
Caro Alberto Crepaldi,
la ringrazio molto per il suo incitamento. Parteciperò molto volentieri solo se verranno messi in premio quegli agghiaccianti dieci minuti di pellicola in cui il Dentista Szell Di Pietro fa la pulizia dei denti, munito dei suoi strumenti odontoiatrici e della sua boccetta di chiodi di garofano, a Babe Santoro e Babe Travaglio che sono spesso seduti nel suo studio dentistico di Servizio Pubblico. Tra un susseguirsi di colpi di scena mozzafiato i due maratoneti televisivi non si sono proprio accorti (o forse la sanno benissimo e fanno finta di nulla) di quanto sia spietato, avido e cinico il Dentista Magistrato. Oltre che sognare vorrei tanto che certi giornalisti non ci prendessero più per il culo, manipolando le nostre menti. Vorrei che per un istante, come nel film Ghost, riapparissero quei Magistrati veri e autentici che credevano profondamente e autenticamente nella loro professione, senza vendersi alla politica. Sarò l'ultimo dei romantici ma vorrei che la loro scomparsa appartenesse solo al ricordo di un brutto film. Questo è il mio sogno più grande.
Un amore diviso in sei o la bestia nel cuore
Ecco una bozza di una parte di un racconto rimasto chiuso nello studio della Dottoressa che più ho amato nella vita. Nel 2000 morì quasi all'improvviso lasciandomi un vuoto abissale. Una sola copia uscì da quello studio e dopo averla consegnata a un'amica di Bologna non so che fine possa avere fatto. Mi è stata restituita dopo molti mesi. Rileggendo la parte finale di questa parte del racconto, che nella sua versione originale è molto più lungo e articolato, mi chiedo che fine hanno fatto così tante coincidenze di una trama così singolare: la storia di un fratello e di una sorella con una specializzazione universitaria conseguita all'estero che la Notte di Natale si trovano, nella stupenda casa di lei, per raccontarsi per la prima volta nella loro vita le loro lontane e assurde esperienze. Non è un sogno ma la realtà.
[...] In quella sera oltreoceano quell'amore diviso in sei venne diviso in due. Tre è il numero numero perfetto. Io, Antonio e Silvia, separati da oltre cinquemila chilometri di distanza dagli altri nostri tre fratelli, ci ritrovavamo insieme a passare il Natale. Tutto era perfetto. Perfetta era l'atmosfera che ci circondava, perfetto era l'albero che Silvia aveva addobbato insieme ai piccoli John ed Helen, perfetto era l'arrosto con salsa di ribes che aveva preparato Violet, perfetti erano i regali, ma nonostante tutta quella perfezione sentivo che uno spiffero di aria gelida mi penetrava nell'anima, portando con sé un senso di lontananza antica. Come quando sei in una casa alla ricerca della finestra socchiusa, i miei pensieri vagavano nella testa cercando di capire la provenienza di quella fredda sensazione che, all'improvviso, venne arrestata dalla morbida voce di Kyo: "Hai voglia di accompagnarmi a casa?". "Prendi pure la macchina", mi disse Silvia. "Facciamo molto prima in metro", le rispose Kyo. Sembrava una partita a ping-pong: seguii quel botta e risposta, senza aver la minima possibilità di controbbattere. In quella manciata di secondi riuscii a pensare soltanto a come avrei potuto lasciare, a mezzanotte passata, quella splendida ninfèa fluttuare da sola tra le infinite diramazioni di uno dei luoghi più pericolosi della città.
Prendemmo la linea rossa "Broodway Local" per Downtown. A quell'ora, scendendo nelle viscere della città, ti addentri in una atmosfera spettrale. Quando il tuo gettone cade nell'apposita fessura, permettendoti di varcare la ruota d'acciaio che ti separa dalle pensiline, è come se entrassi nei Castelli delle streghe dei Luna Park: non sai assolutamente quali sorprese ti aspettino dietro l'angolo. Ma quello è un puro divertimento. Di notte, nella subway di New York, può succederti di tutto.
In un silenzio tombale ci incamminammo lungo i marciapiedi deserti verso una fila di panche di legno. Ormai per me si erano fatte le sei del mattino. Ero tanto stravolto che quella momentanea tensione calò di colpo, tramutandosi in un assoluto menefreghismo su quanto poteva accaderci. Mi distesi con tutto il corpo lungo una panca, chiedendo a Kio se potevo appoggiare la testa sulle sue gambe. Dopo pochi istanti sentii le sue mani tra i miei capelli.
Passarono dieci minuti e dal fondo della gola del tunnel si udì un lontano fischio metallico. A poco a poco quello sferragliare diventò sempre più forte, assordante, fino a quando un vagone coperto di graffiti si fermò di fronte a noi. Si aprirono le porte, lei si strinse forte al mio braccio ed entrammo nella parte posteriore di una carrozza. Il convoglio, tra uno strattone e l'altro, riprese la sua corsa. Non eravamo soli. Tra i nostri compagni di viaggio, seduti all'inizio della vettura, c'erano altre tre persone: un indiano con una lunga barba nera che indossava un saio che gli arrivava sino ai piedi, con sopra un cappotto verde scuro ed in testa un turbante bianco e, di fronte a lui, due ragazzi bianchi con le teste rasate. Due skinheads, coperti di metallo fin sopra alle orecchie, che continuavano, tra pacche sulle spalle e risate sguaiate, a portarsi alle labbra un piccolo sacchetto di carta, da cui spuntava un collo di bottiglia verde. Erano completamente sbronzi. Non so cosa esattamente cosa stessero bevendo. Ma vista la dimensione del sacchetto forse della birra. Nello Stato di New York è vietato girare per le strade con degli alcolici se non sono avvolti in un pezzo di carta. Questo è uno dei classici paradossi americani: è più facile essere arrestati per questo tipo di reato che se ti trovano addosso una Smith & Wesson. "Siddaharta" sembrava essere stato preso da un museo delle cere e messo lì per pubblicizzare un corso di meditazione filosofica (in una città come New York puoi aspettarti questo ed altro): era assolutamente immobile al suo posto, con un'espressione pietrificata, lo sguardo mistico e imprescrutabile. Le due teste di cazzo, finito di scolarsi le bottiglie, fecero un disgustoso rutto che, accompagnato da sgnignazzate sempre più forti, si propagò per tutto il vagone. Kyo mi strinse tanto forte il braccio da farmi male.
All'improvviso vidi inclinarsi lentamente la maniglia della porta interna in fondo al vagone. Finalmente qualcuno stava entrando dall'altro scompartimento, interrompendo un'atmosfera non delle più rilassanti. Ma la cosa più strana era che attraverso il vetro non si intravedeva nessuno. Pensai: "O dall'altra parte c'è un nano o un bambino. Oppure sto avendo un'allucinazione dovuta ad una eccessiva stanchezza.". Nonostante non dormissi da ben trentaquattro ore non avevo avuto le traveggole. La porta iniziò ad aprirsi e, una volta dischiusa del tutto, l'immagine che mi si presentò di fronte fu un pugno diretto allo stomaco: inginocchiato sulla soglia c'era un vecchio con dei vestiti tutti sudici e stracciati. Come cappotto aveva alcuni sacchetti di plastica che gli coprivano le spalle. I lineamenti del viso erano irriconoscibili, cancellati da una coltre fuligginosa di sporcizia e da scure croste sulla pelle diffuse sulle tempie e sulle guance. Mi trovavo a otto metri di distanza dal vero volto della povertà. Nei suoi occhi - le uniche fessure chiare di quella maschera funerea - potevi intravedere le macerie di una vita ormai perduta, di un'esistenza allo sbando, vissuta di giorno sulle panchine di Central Park o tra i cestini dell'immondizia della Madison Avenue e di notte nelle stazioni della metropolitana, alla ricerca di un rifugio dalle temperature polari. Tra le labbra viola, tumefatte dal freddo, stringeva un cappello di lana. Strusciando le ginocchia per terra incominciò ad avanzare lentamente all'interno dello scompartimento. In quella posizione non chiedeva semplicemente l'elemosina, ma ti pregava disperatamente di buttare nel berretto anche un solo penny. Con fare di supplica si rivolse prima verso l'indiano, evidentemente maestro d'impermeabilità alle forti emozioni perché non lo degnò di un solo sguardo. Provai un senso di rabbia mostruoso e una forte invidia. Prima l'avrei fatto a pezzi con le mie mani e subito dopo mi sarei iscritto al suo corso di controllo emotivo. Sempre con il cappello penzolante tra la bocca, aiutandosi con le mani ruotò le ginocchia dalla parte opposta, dove erano seduti gli skinheads. Uno dei due gli gridò: "Fuck you, asshole!...". L'altro gli pestò con l'anfibio la mano destra. Lui perse l'equilibrio e cadde a terra, ricevendo da quello che lo aveva appena insultato un calcio in piena faccia. Infine le due palle da biliardo - forse prese da un barlume di commiserazione - gli fecero la carità, buttandogli nel berretto, che serrava ancora tra le labbra sanguinanti, i tappi delle bottiglie. E sì... era proprio birra quella che stavano bevendo, e della migliore marca. Non stavo nella pelle, avrei voluto reagire, mi sarei alzato e avrei spaccato volentieri quelle bottiglie di vetro sulle loro stronze teste pelate. Ma sarebbe stata una lotta impari, una dimostrazione di forza assurda, una reazione da bambino, come quando giochi con gli amichetti e ti tiri giù i calzoni per vedere chi ce l'ha più lungo. Loro avevano dato un'ottima dimostrazione di quanto ce l'avevano più duro; decisi quindi di non tirarmi giù i calzoni, perché novantanove su cento me lo sarei preso in quel posto. Ero stanco morto, e nelle migliori delle ipotesi mi avrebbero fatto a pezzi. Non aspettavano altro. Inoltre ero preoccupato per Kio. Finito di lavorarsi me, si sarebbero scaraventati su di lei. Continuando a sfregare le ginocchia sul linoleum e con il sangue che gli colava dal naso, il barbone si diresse barcollando verso di noi. Misi una mano nella tasca del cappotto per prendere il portafoglio, quando sentii Kyo darmi una forte gomitata sul fianco. La guardai stupita, lei mi fulminò con un'occhiata, come a dirmi "Non farlo assolutamente!". Mi bloccai all'istante e con molta calma levai la mano dall'interno del soprabito. Kiodopo mi spiegò che a New York, per avere delle speranze di uscire illeso da situazioni simili, ci sono delle regole non scritte che bisogna rispettare e che a quell'ora, oltre al portafoglio, rischiavano di aprirsi anche le cerniere di uno di quei lunghi sacchi di plastica neri usati dal Coroner. Pensavo di conoscere molto bene la città, anche nei suoi aspetti più crudi, ma non fino a quel punto. Ancora più malridotto di prima il barbone proseguì la sua via crucis verso gli altri scompartimenti. Dopo circa cinque minuti da un altoparlante una voce gracchiò: "Next step Sheridan Square". Eravamo arrivati nel "Greenwich Village" o più comunemente - come lo chiamano i newyorchesi - nel "Village". Kio senza dirmi una parola mi prese subito la mano. Una volta che il treno si fu fermato rimanemmo seduti fino a cinque secondi dopo l'apertura delle porte, e un attimo prima che si richiudessero lei scattò in piedi, trascinandomi velocemente verso l'uscita. Fu una vera fuga. Non so se quei due teppisti ci avrebbero inseguito, ma visto il servizio che avevano riservato a quel povero disgraziato compresi quella sua precauzione.
Era l'una di notte passata, quando uscimmo da quel thriller nelle viscere della Grande Mela. La città non dormiva. Le vetrine illuminate di alcuni coffe-shops ed alimentari ancora aperti parevano occhi spalancati che mi fissavano con curiosità mentre cingevo il mio braccio intorno ai fianchi di Kyo. Lei abitava non lontano dalla stazione del Metro, in Cornelia Street, una piccola traversa molto tranquilla della Bleecker Street. Entrammo in casa sua tutti infreddoliti. Mi ricordo soltanto che, senza dirle una parola, mi buttai stremato con il cappotto ancora addosso sul suo letto: un tatami che toccava quasi a terra. Da lì a pochi secondi crollai nel sonno più profondo. L'indomani un dolce profumo di tè salì lentamente nelle mie narici. Mi stroppicciai gli occhi. Di primo acchito non capii bene dove fossi. Mi alzai sulla schiena e iniziai a scrutare in lungo e in largo l'ambiente che mi circondava. Di fianco al letto c'era un locandina incorniciata che immortalava Nureyev e la Fracci in un magistrale arabesque. Quell'immagine mi riportò subito alla sera prima. Non sapevo che ore fossero. Avevo perso la cognizione del tempo ed anche il mio cappotto e tutti i miei vestiti, visto che mi trovavo semi nudo sotto un piumino, con indosso solo gli slip. Evidentemente Kio si era presa cura di me, spogliandomi e mettendomi a letto come un bambino. Ero talmente stravolto che non l'avevo minimamente sentita..
"Buongiorno, anzi buon pomeriggio!". "Perché? Che ore sono?. "Le tre e mezza. Hai dormito più di tredici ore!". Era sulla porta della stanza. Tra le mani teneva un vassoio con sopra una tazza di tè fumante e una fetta di Apple Pie. Aveva i cappelli sciolti che gli cadevano sulle spalle e portava un kimono trasparente di seta blu che le arrivava fino alle ginocchia. A piedi nudi si avvicinò al letto, mi porse il vassoio e si sedette accanto a me. "Grazie per avermi accompagnato ieri sera". Sorridendo le risposi: "Ti assicuro che se dovessi richiedermelo, la prossima volta ci prendiamo un bel taxi!".
Avendola così vicina non riuscivo a non sbirciare tra quelle sottili trame da cui traspariva un leggero rigonfiamento del petto, dei minuti capezzoli e un ventre nervoso, tirato, senza la minima smagliatura. Il profumo del tè alla vaniglia si mischiava con il delicato odore della sua pelle, creando una miscela di emozioni che ondeggiavamo tra il desiderio del suo corpo e quello di Paola.
"Da dove scappi? Cosa ti angoscia?" mi chiese. "Perché?" le risposi. "Ti trema leggermente la mano!" Allungai il braccio destro spalancando al massimo le dita per farle vedere che non era assolutamente vero. "Guarda - le dissi con un tono lievemente stizzito - ti sembra forse che mi tremi?". Fissandola attentamente mi rendevo conto che non riusciva a stare ferma, come se fosse attraversata da una corrente elettrica a basso voltaggio. Con la mano sinistra allora mi strinsi forte il polso destro cercando di arrestare quell'accumulo di energia che emanava il mio corpo. Fu del tutto inutile. Mi aveva smascherato. Seguendo le tracce di quel tremito era risalita lungo il braccio, le spalle, il collo fino ad arrivare alla testa ed era entrata nei miei pensieri, scoprendo tutta la tensione che mi portavo dentro.
Portandosi al petto quella mano vacillante mi chiese: "Conosci lo Zen?" "Non ho mai letto nulla!". "E' una specie di dottrina senza testi precisi. Una filosofia che va al di là delle parole. Riesce a vedere lo spirito dell'uomo direttamente nella sua natura. E la tua natura in questo momento assomiglia agli alberi in autunno, quando le foglie ingiallite, mosse dal vento, iniziano a cadere lasciandoli, giorno dopo giorno, sempre più soli e spogli ad aspettare l'inverno. Non so quali turbamenti ti porti dentro, ma deve essere un inverno molto gelido e duro da superare. Con uno sguardo traslucido le risposi: "Credo proprio di sì!". Tenendomi sempre la mano all'altezza del cuore mi domandò: "Cosa vorresti fare?". "Cioé? le domandai". "Cosa ti piacerebbe fare in questo momento?". "Devo essere sincero?" le risposi. "Non aver paura!". Sentivo che potevo dirle tutto senza aver timore che manipolasse le mie parole. "D'istinto avrei una grandissima voglia di scoprire il sapore delle tue labbra, di spogliarti, di baciarti ovunque e di far l'amore con te, ma credo che sarebbe un'ennesima fuga, che esorcizzerebbe tutto il gelo che sento dentro il mio cuore riscaldandomi attraverso il tuo corpo. Forse per la prima volta sento il bisogno di provare a stare con me stesso, tentare di completare quella mia parte oscura che sento perennemente monca con qualcosa di extracorporeo. Non so se riesci capirmi... Vorrei cercare di auto ossigenarmi senza vivere del respiro del prossimo.". Con uno sguardo di complicità mi chiese: "E' una cosa che possiamo fare insieme?". "Penso di sì - le risposi - anche perché al Museo d'Arte Moderna, in mezzo a centinaia di visitatori, sarebbe impossibile cadere in tentazione!".
Non so come, ma quella inaspettata capacità di negarmi per non peregrinare alla ricerca continua di quella ennesima conferma affettiva si era improvvisamente materializzata. Quel continuo di desiderio di fondermi con un altro corpo si era placato. Nonostante tutta l'angoscia che mi portavo appresso in quel momento, come d'incanto si erano alzati degli argini lungo quel fiume di libido che scorreva nei miei pensieri. L'irrefrenabile desiderio che mi aveva sempre portato a consumare l'eros come un bisogno alimentare nevrotico, che ti spinge ad ingozzarti fino a soffocare, non strabordò. Per un istante ero riuscito a riempire le voragine affettive che sentivo da un passato lontano, molto lontano, storico. E giuro che Kyo era il sushi più delizioso che mi fosse mai passato sotto gli occhi. Mi domandai se quell'attimo d'inappetenza, se quell'incredibile calo di adrenalina non fosse dovuto al jet lag.
C'erano due gradi sotto zero, aveva nevicato tutta la notte. Sulle strade inzuppate di neve si era formata una fanghiglia marrone che al passaggio delle macchine veniva schizzata lungo i marciapiedi, imbrattando ogni cosa. Dopo dieci minuti avevamo le scarpe ed i calzoni completamente fradici. Fermammo un taxi per farci portare al "Moma", sulla cinquantatreesima Street. Avevamo mezz'ora di tempo prima che il museo chiudesse. In quei trenta minuti, tra gli infiniti quadri, sculture, incisioni e fotografie di arte contemporanea, volevo riuscire a rivedere, anche solo per pochi secondi, i disegni e il plastico di uno delle più affascinantii e suggestive opere della storia dell'architettura contemporanea. Uno spazio dedicato all'uomo, studiato e progettato partendo dalla natura che lo circondava e creato nel cuore di una foresta, vicino ad una cascata. Con passo veloce, tenendo Kyo per mano, iniziai a vagare - bombardato dal violento cromatismo di Warhol, dalle suggestive composizioni di Rauschenberg e dagli incombenti fumetti di Lichtenstein - tra le sale del museo alla ricerca di quel piccolo modellino, di quel piccolo Luca, un bimbo felice, scevro da qualsiasi compromesso, prima che un'adolescenza travagliata lo tormentasse.
La casa nella cascata di Frank Lloyd Wright simboleggia quell'archetipo di famiglia in cui avrei desiderato vivere. Uno sposalizio perfetto tra la natura e l'intervento dell'uomo, tra il nascere libero e incontaminato da qualsiasi problema e il crescere, giorno dopo giorno, attraverso il filtro educativo dei genitori. Dopo aver peregrinato per un quarto d'ora tra i vari piani dell'edificio riuscii finalmente a trovare la sezione dedicata al design e all'architettura. Dagli schizzi iniziali fino ai lucidi definitivi con i prospetti, le piante e le sezioni, dal plastico e dalle fotografie esposte dell'opera compiuta si capiva che Wright era riuscito ad interpretare e rispettare le leggi della natura senza minimamente violentarla, anzi rendendola parte integrante della sua creatura: le acque della cascata penetravano fin dentro la struttura accarezzando i muri di pietra viva; gli alberi abbracciavano con i loro rami le terrazze che circondavano la villa, fondendola in un tutt'uno con la foresta; i raggi del sole si gettavano a capofitto, attraverso le grandi vetrate, negli spazi interni, creando dei caldi giochi di luci ed ombre. Come nelle più difficili partiture musicali in cui il compositore fa convergere le più variegate famiglie di strumenti, l'artista aveva dato vita una mirabile sinfonia, articolando alla perfezione i vari elementi architettonici con quelli naturali. Per oltre dieci minuti rimasi incantato ad ammirare tutte le fasi del progetto. Forse, sotto sotto, volevo tornare ancora più indietro del 1 marzo 1961. Forse volevo ricercare la pace assoluta, l'avvolgente sicurezza di un ventre materno, e ritrovare quella goduriosa beatitudine senza problemi in cui sei immerso prima della nascita, in una fusione totale con la natura.
Dopo la visita al museo, Kio mi invitò restare da lei ma le dissi che quella sera avevo voglia di vedere mia sorella. Ero pieno di me. Sentivo che quei piccoli brandelli di pensieri sparsi disordinatamente nella mia testa e sempre sopraffatti dai desideri del corpo si stavano riunendo, pezzo dopo pezzo, come in un puzzle, facendomi intravedere un'immagine di Luca davvero insolita. Ero meravigliato ma anche abbastanza impaurito. Cosa mi stava succedendo?
Io e Silvia, dopo tanto tempo, ci trovammo finalmente da soli a parlare. Le dissi di quanto era importante che noi fratelli cercassimo di riavvicinarci in qualche modo a papà e mamma, prima che invecchiassero e fossero sepolti insieme a tutte le nostre reciproche incomprensioni. Pur sentendomi ferito dai moltissimi errori che avevano commesso, le dissi che non potevano avere sbagliato su tutti i fronti, che forse c'era qualcosa di buono da recuperare. Il momento più inteso di quella lunga notte newyorchese fatta di parole, sguardi e confessioni fu quando riuscimmo a prendere in mano per la prima volta il filo di quella matassa ingarbugliata che ci legava a una situazione particolare che entrambi, in un lontano passato - in età e in momenti differenti - avevamo vissuto segretamente nei letti di casa, tra le braccia di nostro fratello Tommaso, oggi invalido psichicamente all'80%, di alcuni anni più grande di noi. Sapevamo l'uno dell'altro. Ma fino a quel momento era come ci fosse stato un tacito accordo: nessuno dei due in più di vent'anni aveva mai osato parlare di quell'esperienza.
Eravamo seduti sul divano. Per i primi trenta secondi ci guardammo quasi senza fiatare. Le mie lacrime e il pianto a singhiozzi di Silvia si confondevano con gli echi delle sirene delle auto della polizia che, perlustrando le strade di Manhattan in lungo e in largo, squarciavano ad intermittenza il silenzio in cui era assorta l'87a Street. Della mia relazione con Tommaso ne avevo con la mia Dottoressa durante l'analisi, e con pochissime altre persone tra cui Paola, nel momento di confusione e di dolore che stavo vivendo prima di prendere il volo per New York.
Con Silvia parlammo fino alle cinque del mattino. Le svelai la mia storia con Tommaso senza omettere nulla. Non tralasciai volutamente nessun particolare di quella relazione. Volevo che per entrambi fosse una discussione liberatoria. Speravo che anche lei potesse vomitare quel mare di parole che sicuramente galleggiavano nella sua coscienza, ma non riuscì a fare altrettanto.
Il "suo" rapporto con Tommaso era iniziato molti anni prima del mio. Quando accadde lei aveva solo sette anni. E sicuramente l'onda d'urto di quella relazione, vista l'età così prematura, fu per Silvia devastante. La mia elaborazione così sdrammatizzata di quella storia non corrispondeva affatto a tutto quello che aveva vissuto lei. Una bimba così piccola è più indifesa di un ragazzino di quattordici. Le erano rimaste delle tracce molto penose e profonde su cui, in quel momento, stavano fluendo rivoli di lacrime. Si erano fatte le cinque del mattino. Ad un certo punto Silvia si distese lungo il divano e crollò nel sonno più profondo. Io ero stanco, ma troppo carico di ricordi e forse anche di rabbia per riuscire ad addormentarmi. Le sue palpebre e le gote erano tutte arrossate. La coprii con il mio cappotto e le diedi una carezza sulla fronte. Subito dopo mi misi la tuta, le scarpe da ginnastica, i guanti e un cappello di lana. Avevo voglia di scaricare tutte quelle emozioni. Uscii di casa. Feci solo pochi metri fino all'angolo con Central Park West e, sovrastato da un'alba glaciale, mi addentrai nel Parco. A poco a poco le sagome dei suggestivi edifici che si affacciano su quei 350 ettari di prati, radure e boschi si facevano sempre più nitide. Ovunque mi spostassi l'imponente Dakota, simile ad un castello barocco inquietante e misterioso, dall'alto delle sue torri sembrava che mi seguisse passo dopo passo con il suo carico di storie sfavillanti e di morte.
A quell'ora, in quel polmone verde che si estende dalla 59a Street fino alla 110a c'eravamo solo io ed alcuni scoiattoli che saltavano dal ramo di un albero all'altro. Incominciai ad aumentare l'andatura, dirigendomi verso il "Running Track", il sentiero che gira intorno al lago più grande del parco. Dicono che, se ti bruci, la prima cosa da fare è di mettere del ghiaccio sopra la parte ustionata. Non riuscivo più a fermarmi. Continuavo a correre come un pazzo intorno alla diga e forse, se non fosse stato per l'alta recinzione metallica che separava il percorso dall'acqua ghiacciata del lago, mi ci sarei buttato a capofitto, arrestando una volta per tutte quelle vampate di dolore che sentivo dentro. In quel momento ero completamente senza pelle. Bruciato dal pianto lacerante di mia sorella, dalla storia con Paola, dal matrimonio con Martina e dalle ferite ancora aperte di un passato troppo presente. [...]
Un bacio a Villa Panza: titolo provvisorio di una situazione incredibile...
....................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................e troppo divertente! Era troppo importante fissarla. La vita è straordinariamente stupenda.
A presto
Errata corrige:
Con Bossi, Rutelli e Bersani che gridano a squarciagola "Non ve li daremo mai!"
Penati è uno dei tre tesorieri che piangono come dei bambini.
Anche minorenni?
E' possibile partecipare mantenendo l'anonimato?
Grazie.
Impossibile! Vogliono:
Passaporto
Carta d'Identità (fotocopia f/r)
Tessera Sanitaria
Patente (deve essere valida e immacolata: se ti hanno tolto dei punti... ciccia!)
Stato di famiglia
Ultime analisi del sangue
Ultima panoramica dentaria
Esame delle urine e delle feci
Se per caso sei in possesso di un porto d'armi sei tagliato fuori automaticamete (e fanno bene!)
Certificato penale del Casello Giudiziario
Certificato dei carichi pendenti presso la Procura della Repubblica
Ultimo estratto conto bancario rilascitato dalla propria Filiale
Impronte digitali
Domanda d'iscrizione in carta bollata
braviiiiiiiiiiiiii!
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