I russi, i russi, i bolognesiLa disperata, erotica, mitomania di Lucio Dalla (ma mai quanto quella dei suoi concittadini)

A Bologna tutti hanno una storia, un’intimità da esibire col cantautore. E ora, a dieci anni dalla sua morte, c’è una mostra che è una specie di gioiosa veglia funebre dove si celebrano le sue canzoni e le sue fantasiose bugie

LaPresse

«Mi aveva dato la cassetta per sentirle in anteprima, avevo tutto il viaggio fino a Cortina, quando sono arrivata ho fatto salire una persona in macchina, “senti che capolavoro”, e da lì la gente mi fermava per strada, “sei tu quella con Ti hanno visto bere a una fontana che non ero io”, ma se volevano sentirla dovevano salire in macchina con me, figurati se facevo girare la cassetta di Lucio, un giorno ho fatto salire in macchina uno a sentirla e poi è stato il mio grande amore».

Se pensate che il guaio dell’Italia sia che ci conosciamo tutti, non avete mai visto quale sia l’entità del guaio a Bologna, non avete mai trascorso il settantanovesimo anniversario della nascita di Dalla nella città in cui tutti hanno un aneddoto, tutti hanno una storia, tutti hanno col defunto un’intimità da esibire, tutti ti raccontano che era bugiardissimo, e nel raccontartelo ne onorano la memoria nell’unico modo in cui si possa onorare la memoria del personaggio più mitomane della storia del pop: esagerando.

Alla Fonoprint, lo studio d’incisione che se devo specificare cos’è non siete di Bologna, non c’è più il divano rosso su cui Dalla si appisolava (chissà se c’è mai stato o se è mitomania pure il colore del divano). Al Museo Archeologico, la più bizzarra sede per una mostra su uno che tutti (me compresa) dicono scrivesse robe che sembran scritte domani, c’è una lettera che Dalla aveva scritto a Roberto Roversi (che se devo specificare chi è, davvero, smettetela di perder tempo coi miei articoli e andate a studiare, cribbio) dopo aver finito d’incidere il primo dei dischi che avrebbe scritto con lui.

La lettera dice: «Il disco è tuo. Mi hai insegnato tutto». E dice: «Ho terminato da quattro ore e mi manca già. Mi sento un vuoto incredibile e una grande sensazione di insoddisfazione futura (Vorrei ricominciare domani stesso)». E dice: «Mi sento di cantarlo e suonarlo davanti ai re (se ce ne sono ancora)».

E c’è un testo in cui Dalla spiega al pubblico, in concerto, che le canzoni scritte con Roversi sono diverse, «non sono forse canzoni da fischiare con le labbra ma certo sono da cantare dentro». Era il 1973, quattro anni dopo Dalla avrebbe mollato Roversi (non per sempre: nel disco che fece con Gianni Morandi c’era Chiedi chi erano i Beatles, il più bel testo di Roversi), e si sarebbe messo a scriversi i dischi da solo. E il primo disco che si scrisse da solo era Come è profondo il mare, in cui c’è la canzone con cui la tizia in macchina a Cortina rimorchiò, Disperato erotico stomp, la canzone di quelli cui piace Dalla. (A quelli ai quali non piace Dalla, a loro piace Caruso; come quelli cui non piace Scola amano Una giornata particolare).

Come è profondo il mare è impossibile credere sia il disco di uno che non ha mai scritto versi. Come è profondo il mare, la canzone, ha, per citarne solo una, questa strofa qua: «Intanto un mistico, forse un aviatore, inventò la commozione, che rimise d’accordo tutti, i belli coi brutti, con qualche danno per i brutti che si videro consegnare un pezzo di specchio così da potersi guardare». Che esci dalla mostra dove ci sono un sacco di foto meravigliose, Lucio bambino in spiaggia, Lucio che fa la prima comunione, Lucio sulle pagine di Novella 2000 che giura si stia per sposare con una francese, e pensi ai cantautori viventi, li pensi e li piangi, d’altra parte sei pur sempre nella città che ha inventato la commozione e ha dimenticato come si scrivono le canzoni, d’altra parte certe eredità ingombranti mica son facili da raccogliere.

Alla Fonoprint nel pomeriggio i vecchi amici di Dalla – quei pochi ancora vivi – raccontano di quando mentiva senza costrutto, dicendo che era figlio di Rabagliati, quello di Baciami piccina, e che la madre aveva sposato uno qualunque per coprire il peccato d’essersi fatta mettere incinta da quel seduttore canterino. O di quando mentiva con uno scopo, per entrare alla partita di basket per la quale non aveva il biglietto: «Sono il padre di Nino Calebotta», giocatore della Virtus sessanta centimetri più alto e tredici anni più vecchio del suo sedicente padre.

Al Museo Archeologico c’è un notevole catalogo di mitomania nei libri che gli autori gli mandavano con dedica. Oriana Fallaci: «Per Lucio Dalla, amico mai incontrato ma sempre ascoltato». Silvio Berlusconi: «Al mio idolo con stima ed amicizia». È impossibile non pensare a quella scena di Borotalco in cui Carlo Verdone fa credere a Eleonora Giorgi di conoscerlo, ed esce dalla sua roulotte dicendo a voce altissima «Stai, Lucio, stai».

Alla Fonoprint, a quella specie di veglia funebre di dieci anni dopo, gli amici dicono quanto fossero avanti le canzoni, se ascolti Henna sembra parli di adesso, e ci pensi che fece un disco sulla guerra l’anno dopo Attenti al lupo (gli anni erano tre, ma non voglio fare la parte dell’imbucata che ne sa più degli amici).

Alla mostra, su una parete c’è una citazione. Fa così: «Il futuro è elettrizzante. A me ha sempre più interessato quello che deve ancora arrivare. Credo che sia immorale avere paura del domani».

Chissà, domani, su che cosa metteremo le mani. Ma anche: i russi, i russi, gli americani. Qualcuno dovrà studiare quest’effetto per cui le canzoni molto specifiche sono attuali anche quattro decenni dopo, e quelle che non parlano di niente non riesci a riadattarle mai.

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