Artigiani della Rete, è la vostra rivoluzione industriale
Stefano Micelli*
I Makers si sono radunati a Roma. Chi sono? Manager, artigiani, imprenditori, professionisti: tutto
Da Flickr.com (Smeerch)
L’adunata dei Makers all’Acquario Romano è stata un successo. Per chi è costretto ad ascoltare ogni giorno telegiornali che parlano di spread e di disoccupazione giovanile, la carrellata di storie e di proposte messe insieme da Riccardo Luna è stata una vera e propria iniezione di entusiasmo. Non solo perché Chris Anderson, chief editor della versione americana di Wired, ha proposto i tratti di una rivoluzione industriale oggettivamente alla nostra portata, ma soprattutto perché i progetti avviati in questi da tanti giovani italiani sono apparsi convincenti e pieni di energia.
Le tesi di Anderson sono ormai note, ma meritano di essere riprese. Negli ultimi quindici anni – dice Anderson – Internet ha permesso di organizzare una nuova socialità e nuovi modi di condividere il sapere. Nei prossimi dieci anni siamo chiamati ad applicare tutto quello che abbiamo sviluppato nel mondo digitale al mondo reale. Si tratta, insomma, di passare dai bit agli atomi.
Le premesse per questa rivoluzione – sempre secondo Anderson – ci sono già tutte. Il web ha dato voce a una società che ha imparato a riconoscere il valore della varietà. Oggi il mercato è pronto a premiare una generazione di prodotti nuovi, diversi, su misura, che mai avrebbero passato il “test del XX secolo”.
Questi prodotti sono il risultato di nuove tecnologie e nuove logiche di divisione del lavoro che superano i limiti tipici della produzione di massa. Stampanti 3D a basso costo, laser cutter, macchine a controllo numerico di nuova generazione consentono di produrre pezzi unici o serie limitate per assecondare le richieste più strane. Per accedere a queste tecnologie, a breve, non è necessario mettere in campo capitali e finanziamenti: è sufficiente accedere a un fab lab per poter diventare un artigiano tecnologico di nuova generazione. Se poi il vostro prodotto ha successo e volete crescere di scala potete ricorrere ai tanti produttori cinesi che popolano i portali del commercio elettronico business to business, primo fra tutti il celebre alibaba.com.
Mette di buon umore scoprire che il paradigma dei maker di nuova generazione è un italiano in carne ed ossa: Massimo Banzi. Dopo essere stato più volte evocato dal direttore di Wired, Banzi è salito sul palco per raccontare la sua storia. Ha parlato di quando si divertiva da ragazzino a smontare tutto quello che aveva in casa, della sua carriera all’ITIS (“dove impari una cosa il lunedì e il mercoledì puoi già realizzarla”), della sua refrattarietà al curriculum di ingegnere (“ti laurei e poi ti costringono a mettere la cravatta tutti i giorni”). Durante il suo soggiorno a Ivrea Massimo Banzi ha creato la piattaforma di prototipazione open source su cui oggi un esercito di maker sta provando a creare prodotti completamente nuovi. Arduino è hardware, è software, ma è anche un metodo di lavoro e, soprattutto, una comunità di appassionati.
Molti dei tantissimi progetti presentati all’acquario devono molto della tecnologia e della filosofia di Arduino. Le stampanti 3D di Kent’s Strapper, i tessuti tecnologici prodotti da plugandwear.com in Toscana, i sistemi di connessione e integrazione fra tecnologie diverse sviluppati presso il CRS4 di Cagliari , la moda openwear proposta da Zoe Romano, la piattaforma di commercio sociale blomming.com sono tutte iniziative che condividono con il progetto di Banzi la passione per la conoscenza in versione open source e una gran voglia di accorciare al minimo la distanza che separa ideazione e fabbricazione (Make things, not slides – secondo il motto di Vectorealism).
Alla faccia dei tanti giovani NEET che secondo le statistiche circolerebbero nel nostro paese, le esperienze dei maker italiani raccontano di una passione imprenditoriale che è prima di tutto voglia di cambiare il mondo. I nostri maker, almeno quelli che si sono alternati sul palco dell’Acquario, non si sono lanciati nelle rispettive avventure per puntare su una rapida quotazione in borsa. Sono animati piuttosto dalla volontà di fare qualcosa di davvero innovativo e socialmente rilevante.
Rimane da chiarire il rapporto fra questi artigiani tecnologici di nuova generazione e gli artigiani che rappresentano ancora un pezzo fondamentale della competitività del nostro Made in Italy. Pensare che le nostre piccole imprese non abbiano già sposato il potenziale delle nuove tecnologie significa non conoscere il nostro tessuto industriale. Chi produce macchine utensili ha sviluppato da tempo nuove interfacce uomo-macchina, sensoristica di avanguardia e strumenti di manutenzione a distanza. La prototipazione rapida è pratica consolidata nelle nostre aziende di design. La tracciabilità delle nostre filiere alimentari poggia su tecnologie di rete all’avanguardia. Eppure poca di questa capacità innovativa viene raccontata a dovere. Ascoltiamo rapiti i successi della Local Motors, il produttore di automobili custom di cui si è appassionato lo stesso Anderson, ma non riusciamo ad entusiasmarci dei successi delle automobili da corsa Dallara o delle moto Vyrus.
Le ragioni di tanta difficoltà a riconoscere i meriti dei nostri campioni nostrani sono diverse. Abbiamo vissuto il complesso del nanismo delle nostre imprese, quello della mancata terziarizzazione della nostra economia, gli insuccessi dei nostri numerosissimi parchi tecnologici. E adesso Chris Anderson ci viene a dire che il futuro del capitalismo è fatto da un esercito di piccole imprese dietro al quale si muovono comunità di appassionati che rivendicano la libertà di non avere una laurea in ingegneria né un master in business administration. Troppo e troppo velocemente.
Ci servirà un po’ di tempo per digerire tutte questa novità e per rederci conto che non siamo messi poi così male, almeno sul fronte della manifattura. Ci servirà del tempo, soprattutto, per capire in che modo saldare le proposte di Anderson con le potenzialità di tante piccole imprese che già oggi devono essere considerate come parte di una rivoluzione industriale appena cominciata. Le start up sono importanti, questo è certo, ma qui si tratta di prendere sul serio la sfida di Anderson e di rilanciare la competitività di un pezzo importante del paese.
Sarebbe interessante che Andrea Mondello, grande sponsor della giornata di ieri, dedicasse proprio a questi temi i prossimi appuntamenti di World Wide Rome.
*Stefano Micelli è docente di Economia e gestione delle imprese all’Università Ca' Foscari di Venezia e autore del libro “Futuro Artigiano” edito da Marsilio Editori.

Comments
Salve a tutti, un po' di tempo fa, su Ubiq (se non ricordo male) hanno mostrato un ragazzo americano che aveva creato la sua attività basandosi sulla vendita di oggetti in internet. Praticamente, lui cercava bozzetti, progetti ecc.. tra la gente, se l'idea gli piaceva, si occupava di produrla e poi la metteva in vendita, dando una buona percentuale al creatore....
Solo che non ricordo il nome di questo personaggio... qualcuno ne sa di più?
Per la verità durante la giornata di venerdì qualcosa su università e di centri di ricerca é stata detta, e non era propriamente positiva. A prescindere dalla situazione delle universitá italiane, bisogna risconoscere un ritardo allucinante su questi argomenti rispetto ad altri paesi, molto spesso per snobismo o per una immancabile resistenza a tutto ció che possa essere lontanamente nuovo rispetto alla propria esperienza. E non solo in Italia: anche all'estero le prime vere opportunitá per fare un dottorato su makers o open design le ho viste da un anno a questa parte, con quanti anni di ritardo?
Gli spazi di sperimentazione a basso costo per gente normale servono appunto per fare ricerca su questi temi, al chiuso di una universitá si potrá magari sviluppare la tecnologia di stampa 3D piú sofisticata ma non come verrá adottata e che tipi di business bottom-up si possano generare. E a mio avviso i casi piú interessanti sono proprio le reti di FabLab o spazi simili: anche in Portogallo un distretto industriale del mobile ha deciso di aprire un suo FabLab (http://www.paredesdesignmobiliario.com/en/go/-fab-lab)... ovviamente noi no perché siamo migliori del Portogallo e non dobbiamo innovare poi cosí tanto.
Ad ogni modo, sarebbe auspicabile avere piú ricerca (e che sia meno snob) su questi temi, spesso vedo delle semplificazioni estreme che fanno rabbrividire o della gran approssimazione o ignoranza di processi e dinamiche. Visto che questo mondo lo vedo da anni, vi posso garantire che i dubbi qui riportati sia nel testo che nei commenti sono fondati, ci sono ancora dei buchi enormi e la soluzione magica ancora va trovata. Peró, ripeto, se non ci si decide a muoverci non possiamo saperlo, e ci sono voluti due americani ed un super evento per sviluppare una discussione finalmente piú ampia in Italia!
By the way, a Helsinki e a Parigi in laboratori di prototipazione universitari molte macchine di lavoro sono prodotte in Italia. Ma queste imprese non avrebbero da guadagnarci da un nuovo mercato di amateur e/o FabLabs?
Per la verità durante la giornata di venerdì non si è parlato granché né di università né di centri di ricerca. Piuttosto tutti hanno messo in evidenza la necessità di creare degli spazi di sperimentazione a basso costo dove la gente normale può capire che diavolo è una stampante 3D o un laser cutter. Servono insomma luoghi dove si può far pratica dell'innovazione senza spendere troppo e potendo farsi qualche amico che ne sa più di te. Torino ha lanciato la sua piattaforma dove già ora si tengono corsi di formazione e dove si può accedere alle tecnologie del nuovo artigianato. E' probabile che questo sia un terreno di sperimentazione interessante anche per altre città.
A me sembra che di esempi (i prodotti dei makers) l'articolo ne riporti diversi. La questione che mi pongo è tuttavia un altra: la rivoluzione neo-industriale prospettata da Chris Anderson sembra avere molto più spazio negli Usa che non in Italia. Non basta infatti l'esistenza di potenziali di creatività diffusa per fare crescere un sistema di produzione innovativo. Servono anche nuclei forti di generazione della conoscenza (laboratori R&D di grandi imprese, università collegate al proprio territorio, una rete di veri politecnici, ...) e infrastrutture tecnologiche, legali e finanziarie che da noi sono ancora molto carenti.
A me sembra che di esempi (i prodotti dei makers) l'articolo ne riporti diversi. La questione che mi pongo è tuttavia un altra: la rivoluzione neo-industriale prospettata da Chris Anderson sembra avere molto più spazio negli Usa che non in Italia. Non basta infatti l'esistenza di potenziali di creatività diffusa per fare crescere un sistema di produzione innovativo. Servono anche nuclei forti di generazione della conoscenza (laboratori R&D di grandi imprese, università collegate al proprio territorio, una rete di veri politecnici, ...) e infrastrutture tecnologiche, legali e finanziarie che da noi sono ancora molto carenti.
A me sembra che di esempi (i prodotti dei makers) l'articolo ne riporti diversi. La questione che mi pongo è tuttavia un altra: la rivoluzione neo-industriale prospettata da Chris Anderson sembra avere molto più spazio negli Usa che non in Italia. Non basta infatti l'esistenza di potenziali di creatività diffusa per fare crescere un sistema di produzione innovativo. Servono anche nuclei forti di generazione della conoscenza (laboratori R&D di grandi imprese, università collegate al proprio territorio, una rete di veri politecnici, ...) e infrastrutture tecnologiche, legali e finanziarie che da noi sono ancora molto carenti.
secondo anderson con queste nuove tecnologie si può fare di tutto. automobili personalizzate (local motors) così come giocattoli stile lego per i bambini (ne parla spesso nei suoi articoli).
i casi italiani presentati a roma si sono concentrati su stampanti 3d in grado di produrre i propri stessi componenti (kent’s strapper), tessuti in grado di schermare onde magnetiche (plugandwear), bijoux (vectorealism), gonne e magliette su disegni open source (openwear), violini modello stradivarius, e perfino case stampate a grandezza naturale (d shape). quanto di tutto ciò genererà ricavi che copriranno i costi è ancora da capire.
Di solito succede quando non c'è davvero qualcosa di nuovo, ma solamente speranze sparse, grumi in divenire. Il problema dei grumi è che di solito seccano o marciscono.
Non ho capito niente. Tante parole, in particolare aggettivi, niente oggetti. Gli oggetti sono i prodotti in concreto!
E' tanto difficile produrre nell'articolo qualche esempio specifico di questo nuovo artigianato innovativo, rivoluzionario!!
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