Intervista

Pirateria sul web, chi rischia di fare la fine di Megavideo?

Il progetto di legge Sopa, la stretta sul web per imporre il rispetto del copyright, è stato abbandonato, ma con uno strano timing l’Fbi è andato a chiudere Megaupload e Megavideo. Perché? E qual è la legittimità delle leggi nazionali su internet che, per sua natura, è sovranazionale? E cosa prevede l’emendamento dell’onorevole Fava in Italia? Intervista a Guido Scorza, avvocato, docente universitario ed esperto della Rete.

La schermata dell’Fbi che campeggia sul sito chiuso di Megaupload e Megavideo
La schermata dell’Fbi che campeggia sul sito chiuso di Megaupload e Megavideo

L’Fbi chiude Megavideo e contesta alla società di aver operato di modo da ottenere vantaggi diretti, in termini economici, dalla violazione del copyright. Quale è il profilo di responsabilità di un fornitore di servizi?
Difficile rispondere in linea generale ed è, proprio per questo, alto il rischio che a causa dell’elevato rilievo mediatico della vicenda “Mega Conspiracy” si diffonda il convincimento che qualsiasi fornitore di servizi che "maneggi" contenuti protetti da diritti d’autore corre il rischio di ritrovarsi le auto nere dell’Fbi sotto casa o in azienda. Non è così né in Italia né negli Usa.
Al “Mega Conspiracy clan” – perché di un’autentica associazione a delinquere si tratta secondo i Giudici americani – negli Stati Uniti stanno contestando un’interminabile serie di reati che vanno dalla pirateria audiovisiva al riciclaggio del denaro proveniente da tale attività illecita.
Ma, soprattutto i giudici americani muovono dal presupposto secondo il quale non sarebbe lecito dubitare della piena consapevolezza e volontarietà delle condotte di violazione del copyright poste in essere dai Mega Cospiratori e dimostrano di non credere affatto all’idea secondo la quale questi ultimi avrebbero agito da semplici intermediari di servizi tecnologici.
L’attività in questione è anni luce lontana – che risulti, all’esito del giudizio, lecita o illecita – rispetto a quella svolta da tanti altri fornitori di servizio troppo spesso additati come “pirati” o “favoreggiatori di pirati”.

Perché questa chiusura è stata decisa proprio ora dalla corte, posto che Megaupload è una realtà attiva da molto tempo? In particolare, le attività di repository operate da Megaupload sono attuate anche da altri operatori. Quindi che senso ha questa chiusura?
Media ed opinione pubblica internazionale hanno, naturalmente, messo in relazione l’iniziativa dell’Fbi contro il Mega-clan con lo sciopero della Rete per bloccare il Sopa ed il Pipa, i due disegni di legge a stelle strisce proprio contro la pirateria audiovisiva. Una conclusione condivisibile ma infondata.
Il provvedimento della Corte distrettuale della Virginia eseguito dall’Fbi è, infatti, datato 5 gennaio e, dunque, settimane prima che i big del web decidessero di scioperare contro Sopa&Pipa.
A leggere il provvedimento, peraltro, ci si convince che, in realtà gli investigatori siano stati a lungo sulle tracce del clan ed abbiano speso mesi – se non anni – nella raccolta minuziosa di elementi contro i Mega cospiratori e nell’analisi dei loro modelli di business illegali.
Credo, dunque, si sia, più o meno, trattato di una coincidenza o meglio, ritengo, che l’iniziativa dell’Fbi vada – meno istintivamente – inserita nell’innegabile giro di vite dell’industria di Hollywood contro la pirateria online.
Quanto alle ragioni che hanno portato alla decisione contro il Mega-clan mentre restano aperti centinaia di siti attraverso i quali sembra essere svolta un’analoga attività, in realtà, credo che occorra essere cauti nel parlare di analogie. Numeri, cifre e, soprattutto, modelli di business contestati a Megaupload e Megavideo non sono, in realtà, comuni a tanti altri fornitori di servizi online.

La chisura decisa va nel senso che avrebbe auspicato il Sopa, sebbene sia stato “abbandonato” come proposta di legge, che prevederebbe la possibilità di chiudere non solo i siti che violano direttamente il diritto d’autore, ma anche che ne aiutano la violazione?
Direi di no. Il Megaclan – almeno secondo l’ipotesi dei giudici – non erogava servizi a supporto dell’attività di pirateria audiovisiva ma svolgeva in prima persona tale attività. C’è una bella differenza tra questa ipotesi e quella oggetto del Sopa il cui iter parlamentare, peraltro, ha subito un’importante sospensione dopo la protesta sul web.
Secondo il disegno di legge Sopa anche chi incoonsapevolmente – o quasi – eroghi servizi che favoriscano – anche solo tecnicamente – un pirata è da considerarsi responsabile di pirateria. è un’aberrazione giuridica con pochi precedenti nella storia del diritto d’autore.

Perché Sopa ha prodotto una reazione così forte da parte di Wikipedia e altre realtà della rete, anche commerciali? Quale è il senso di un provvedimento che mira non solo a reprimere i comportamenti in violazione del copyright ma a penalizzare chi “aiuta” questa diffusione? Quale è la filosofia di fondo del Sopa?
La filosofia è elementare e drammaticamente disarmante per chi ha a cuore lo Stato di diritto: il fine giustifica i mezzi.
Data – nella convinzione dell’industria di Hollywood che ha armato la mano degli estensori del disegno di legge e li ha prezzolati – la centralità del copyright nell’economia globale, reprimere una condotta di pirateria, giustificherebbe l’imputazione di responsabilità in capo a soggetti che nulla, o quasi nulla, hanno a che vedere con i pirati ma che sono, tuttavia, più facili da individuare e, soprattutto – svolgendo business assolutamente leciti – hanno molto più da perdere.

L’industria discografica e cinematografica si è molto concentrata sulla lotta al fenomeno del file-sharing ma studi dimostrano che la contrazione dell’industria non ha direttamente a che fare con il fenomeno della pirateria. Perché l’industria continua ad adottare una stragegia penalizzante, alla lunga, per se stessa?
Con poche importanti eccezioni e premesso che, oggi, questo problema riguarda, in particolare, l’industria cinematografica (quella musicale ha fatto importanti passi in avanti ndr) il problema è che siamo davanti ad un pachiderma ormai fiaccato da una resistenza ultradecennale: il mondo del cinema – per colpa della miopia e dell’avidità dei suoi protagonisti – non è stato capace di comprendere il vento del cambiamento ed ha preteso – quasi in una lotta contro i mulini a vento – di trattare il pubblico come una mandria di bufali che, dinanzi all’inesistenza di un’offerta legale online, avrebbe continuato a correre ad affollare le sale cinematografiche o ad acquistare a costi da capogiro dvd di opere destinate ad essere guardate una volta - anche a causa di un problema innegabile di qualità - e finire poi in un cassetto.
Le responsabilità dell’attuale situazione vanno ricercate ed andrebbero imputate nel management dell’industria cinematografica e nella assoluta miopia - evidente anche in Italia - dei soggetti che hanno gestito l’antipirateria del mondo cinema negli ultimi anni.
A loro e non agli utenti andrebbe presentato il conto del disastro che, poi, a dirla in modo franco, ha proporzioni ben meno allarmanti e drammatiche di quanto non ci venga raccontato sulla base di dati e numeri della cui affidabilità è, almeno, lecito dubitare.

In generale, quale è il profilo di leggittimità di un provvedimento, il Sopa, che viene deciso da un parlamento nazionale, quando la Rete è - di fatto - un’entità sovra-nazionale, non sarebbe forse necessario che provvedimenti normativi fossero decisi a livello internazionale?
Questa domanda ci porterebbe lontano. La Rete e globale ma la sovranità di ogni Stato è limitata ai confini del proprio Paese. È sempre stato difficile – e lo è ancora oggi – chiedere ad un Parlamento nazionale di rinunciare ad una porzione della propria sovranità in nome della condivisione di certe scelte politiche con i legislatori ed i governi di altri Stati.
Senza arrivare a questo ambizioso risultato, tuttavia, basterebbe che si fissassero a livello sovranazionale alcuni principi cardine che, nel caso del rapporto tra internet e diritto d’autore, tardano ad affermarsi.

E in Italia esistono iniziative legislative analoghe al SOPA che minacciano la libertà sul Web?
Sfortunatamente si. Esistono e sono attuali e pericolose. Il riferimento, in queste ore, non può che essere all’emendamento presentato dall’On. Fava. L’emendamento, approvato l’altro giorno – nel silenzio generale – dalla Commissione per le politiche comunitarie, stabilisce che chiunque possa chiedere ad un fornitore di servizi di hosting di rimuovere qualsivoglia contenuto pubblicato online da un utente sulla base del semplice sospetto – non accertato da alcuna Autorità giudiziaria né amministrativa – che si tratti di un contenuto che viola i propri diritti d’autore e che, qualora il provider non ottemperi alla richiesta, possa essere ritenuto responsabile.
Si tratta di un’autentica forma di privatizzazione della giustizia che affida la libertà di manifestazione del pensiero sul Web alla assoluta discrezionalità di soggetti privati: il segnalante, libero di chiedere la rimozione di ogni contenuto “sgradito” e il provider, obbligato ad assecondare la richiesta o ad assumersi in prima persona la responsabilità della eventuale effettiva illegittimità di un contenuto che non ha prodotto, non conosce, non può valutare e, soprattutto, che è soltanto un pugno di bit, rispetto a milioni di milioni che ospita sulle sue macchine e sui quali ha costruito il suo business. È un approccio peggiore di quello tratteggiato dal Sopa dove, almeno, l’ordine di rimozione di un contenuto è emesso da un’Autorità Giudiziaria.

 

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Commenti

Io credo che il copyright sia solo una scusa, come altre volte lo è stato la sicurezza.
Parlare di un argomento "reale" su cui far confluire consenso, per far passare misure che in realtà hanno altri obiettivi...
http://micheledisalvo.com/2012/01/21/sopa-pipa-e-un-vizio-antico/

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